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martedì, 17 giugno 2008
Arrestate otto persone tra cui imprenditori, professioni, un impiegato nella cancelleria della Cassazione e un'agente di polizia. Secondo l'accusa si mettevano d'accordo, dietro il pagamento di tangenti, per ritardare i procedimenti penali degli affiliati a Cosa Nostra in modo da fare cadere il reato in prescrizione.
 Mafia e massoneria unite per ritardare i processi in Cassazione. Con una vasta operazione,e dopo due anni di indagine, i carabinieri hanno arrestato questa mattina otto persone con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione in atti giudiziari, peculato, accesso abusivo in sistemi informatici giudiziari e rivelazione di segreti d'ufficio.
Nell’operazione chiamata “Hiram” sono stati coinvolti professionisti, boss e alcuni iscritti a logge massoniche. In particolare, le indagini, coordinata dalla procura di Palermo e iniziate nel 2006, hanno portato all’arresto di un'agente della polizia di Stato, un ginecologo di Palermo, imprenditori di Agrigento e Trapani, un impiegato del ministero della Giustizia in servizio ad una cancelleria della Cassazione e un faccendiere originario di Orvieto. Indagati anche il gran maestro Stefano De Carolis, esponente di spicco della Serenissima Gran Loggia Unita d'Italia, e un sacerdote.
I pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, guidati dal procuratore Francesco Messineo, insieme ai carabinieri di Agrigento e Trapani, hanno effettuato perquisizioni in alcuni uffici della Cassazione. Tra gli arrestati sembra infatti ci sia anche un impiegato del ministero della Giustizia in servizio in una cancelleria della Cassazione.
Dall'inchiesta emerge che boss mafiosi, grazie all'aiuto di persone appartenenti a logge massoniche, avrebbero ottenuto di ritardare l'iter giudiziario di alcuni processi in cui erano imputati affiliati a cosche di Trapani e Agrigento, intrecci garantiti dal pagamento di tangenti. In questo modo si arrivava alla prescrizione dei reati. L’indagine aveva preso il via da alcuni accertamenti che erano stati fatti sulle famiglie mafiose di Mazara del Vallo e Castelvetrano, in provincia di Trapani.
I militari di Agrigento e Trapani, ma anche quelli di Palermo, Roma e Terni hanno anche svolto decine di perquisizioni domiciliari.
lunedì, 16 giugno 2008
Riporto il testo integrale dell'intervento di Marco Travaglio:
"Buongiorno a tutti. Mi dispiace, ma dobbiamo ricominciare a parlare di intercettazioni, perché questo è quello che offre il convento e quello che chiedono anche gran parte dei frequentatori del blog di Beppe e del blog nostro – voglioscendere – e di tanti altri che si stanno sintonizzando con noi, il lunedì alle due. Ne parliamo, anche se presto dovremo occuparci anche di altre leggi vergogna, che sono quelle, per esempio, del ritorno all’impunità per le alte cariche (soprattutto di quella bassa) lodo Schifani bis, ma questa – ogni giorno ha la sua pena – la vediamo un’altra volta.
È interessante, ora che finalmente abbiamo un testo che sembrerebbe definitivo per quanto riguarda il cosiddetto disegno di legge Berlusconi-Alfano-Ghedini sulle intercettazioni, capire che cosa succede esattamente. Capire quelli che i telegiornali non solo non ci dicono, ma che addirittura cercano di nasconderci. Mentendo anche sulle parole. Questa non è una legge sulle intercettazioni. È anche una legge sulle intercettazioni. Ma questa è una legge che abolisce di fatto la cronaca giudiziaria per tutta la lunga fase delle indagini, fino all’inizio del processo. Cioè da quando viene commesso un fatto, a quando viene scoperto, a quando viene processata la persona sospettata di averlo commesso, i cittadini non potranno più sapere nulla.
Cominciamo però a vedere il primo versante, cioè quello delle intercettazioni, laddove non saranno più possibili e con quali conseguenze tutto ciò avverrà. Ce l’hanno condita e intortata dicendoci che negli altri paesi ce ne sono meno. Ho sentito ancora ieri qualche demente in televisione, naturalmente ministro, dire che negli Stati Uniti vanno avanti a reprimere i reati con 1.500 intercettazioni all’anno, in un paese che ha il quintuplo della nostra popolazione. Com’è possibile invece che noi abbiamo 125.000 intercettazioni all’anno e ancora non siamo contenti? In realtà, l’abbiamo già visto, noi non abbiamo 125.000 intercettazioni. Noi abbiamo 75.000 decreti per intercettare che riguardano spesso i vari telefoni di una stessa persona. Quindi le persone intercettate, l’altra volta abbiamo detto essendo molto ottimisti 80.000, i magistrati calcolano che siano circa 20-30.000 all’anno. Negli Stati Uniti non sono affatto 1.500. Sono milioni le persone intercettate, soltanto che la non risulta nelle statistiche perché là a intercettare sono l’FBI, la CIA, i vari servizi di sicurezza e le varie polizie locali e federali. Pensate, Giancarlo Caselli soltanto nella procura di Torino ha calcolato che lo 0,2% dei processi che si fanno contiene intercettazioni. Lo 0,2% dei processi. Altro che “tutto intercettato, tutti intercettati”. Comunque. Il fatto che non si possa più intercettare per reati puniti con pene inferiori ai dieci anni o quelli contro la pubblica amministrazione, significa che non potremo più scoprire con le intercettazioni reati di: usura, truffe – anche le truffe scoperte da De Magistris, le ruberie sui fondi Europei, sui fondi regionali; l’Europa sarà contenta di noi – sequestri di persona. Se fosse vera la leggenda secondo cui gli zingari rubano i bambini, ebbene se uno zingaro ruba un bambino quello è un sequestro semplice perché non è a scopo di estorsione e non può più essere scoperto con intercettazioni. Il contrabbando, altra specialità delle mafie come l’usura. Lo sfruttamento della prostituzione. La rapina. Il furto in appartamento...
Continua a leggere "Cortina di ferro per i delinquenti"
sabato, 14 giugno 2008
In un terrificante video di oltre 20 minuti, Marco Travaglio descrive la situazione che si verrebbe a creare con il passaggio della legge, già preannunciata da Berlusconi in campagna elettorale, contro le intercettazioni telefoniche.
D’accordo che Berlusconi ieri ci ha provato, e che “invece di un DL era un DDL”; d’accordo che Berlusconi si cuce le leggi su misura, e cura prima di tutto gli interessi suoi e dei suoi amici; d’accordo che, se potesse, Berlusconi farebbe a meno della Costituzione, perché tanto lui è ispirato direttamente da Dio, e sa sempre benissimo quello che deve fare... d’accordo tutte queste cose, ma a sentire Travaglio pare che stiamo per piombare in un periodo storico che nulla avrà da invidiare ai secoli bui del medioevo.
Ma è davvero possibile che le cose stiano esattamente come dice Travaglio? In altre parole, la domanda che viene da porsi è la seguente: da oggi i magistrati non potranno più fare intercettazioni “a piacimento” (come, si suppone, le facevano prima), ...
... oppure non potranno più farne in assoluto, in nessun caso (eccetto quelli previsti dalla legge, ovviamente), nemmeno seguendo una specifica procedura legale?
E’ infatti vero - come dice Travaglio - che nel resto del mondo “le intercettazioni le fanno tutti senza dirlo“, ma anche vero che, ad esempio in America, esistono (*) delle leggi ben precise che impongono ai magistrati di ottenere l’autorizzazione da parte di una giuria superiore, prima di poter procedere con le intercettazioni stesse.
Mentre, almeno a giudicare dal video di Travaglio, sembra di capire che la cosa non sarà più possibile e basta. Ma è davvero così? E se così fosse, la nostra “opposizione“ cosa si propone di fare?
martedì, 10 giugno 2008
Quando fu chiaro, nel 2005, che la guerra in Iraq stava alimentando una spirale di aumento nel prezzo del petrolio, qualcuno profetizzò con orrore: “verrà un giorno in cui il petrolio raggiungerà i 100 dollari al barile”. (Allora il prezzo era sui 37-40 dollari al barile, e già sembrava una cifra enorme).
Nel gennaio del 2008 il limite dei 100 dollari è stato sfondato, e da allora il prezzo ha continuato a salire in maniera impressionante: la scorsa settimana c’è stato addirittura un aumento di dieci dollari al barile in un solo giorno, e ormai stiamo viaggiando tranquillamente verso i 150 dollari di media mondiale, che si prevede verranno raggiunti nel corso dell’estate.
E c’è chi già prevede che entro 18 mesi il prezzo del barile sarà arrivato a 200 dollari.
In occasione del recente G8 in Giappone si è parlato di varie misure per cercare di contenere questa spirale terrificante, ma nessuno sembra in grado di spiegare con precisione a che cosa sia dovuta.
C’è chi punta il dito sulla crescente domanda dei paesi in forte espansione industriale, ...
... come la Cina e l’India, che di recente ha superato il Giappone come secondo consumatore di petrolio in assoluto al mondo.
 Altri parlano di fattori psicologici, come ad esempio la recente minaccia da parte di Israele di attaccare l’Iran, che avrebbe fatto crollare la borsa americana e schizzare in alto il prezzo del barile.
C’è chi sostiene che il rialzo sia dovuto alle aspettative troppo ottimistiche dei paesi non-OPEC, che sono liberi di fissare i prezzi a piacimento, e non sono obbligati a rispettare il tetto imposto all’interno dell’OPEC stessa.
Altri invece accusano i paesi membri dell’OPEC di limitare intenzionalmente la loro produzione, proprio perché obbligati ad un tetto massimo sul prezzo di vendita.
Altri ancora rimandano la spirale di mercato alla sempre più imminente, presunta “fine delle risorse“ - la cosiddetta teoria del Peak Oil, che sostiene che il ritmo massimo di estrazione mondiale sia già stato superato - ma nessuna di queste spiegazioni, né in assoluto ne combinata con le altre, sembra sufficiente a spiegare il letterale raddoppio dei prezzi, avvenuto in un solo anno, della più venduta materia prima al mondo.
Quando un bene di consumo è così diffuso, oltre che indispensabile, si presume infatti che le fluttuazioni del suo prezzo debbano essere molto più lente, e comunque sempre giustificabili in qualche modo in maniera razionale.
Ma è evidente che questo punto, nel mondo “impazzito” – non certo per caso - del post 11 settembre, di razionale sia rimasto ben poco, e questo è purtroppo un pessimo presagio per chi ama pensare, oltre che ai propri interessi a breve termine, anche al futuro dei propri figli.
giovedì, 05 giugno 2008
E' stato esaminato uno dei ‘punti poco chiari’ relativi ai dirottamenti aerei avvenuti nella giornata dell’11 settembre 2001, punti che la ‘verità ufficiale’ non approfondisce dando certi ‘ovvi particolari’ per scontati. Esaminando con un poco di cura si è visto che non è poi così ‘scontata’ la possibilità da parte di un ‘terrorista’ di sostituirsi ai piloti e di guidare l’aeromobile verso una certa destinazione privo di qualsiasi supporto da terra. Questa seconda parte vuol approfondire il discorso della ‘guida’ e inizia con una specie di ‘indovinello’ per il lettore…
L’immagine sopra è una foto aerea di New York antecedente all’11 settembre 2001. Essa mostra Manhattan vista approssimativamente da nord-est, ossia la direzione dalla quale è arrivato il Flight 11. Questa deve essere stata uno delle ultime cose viste dal 'terrorista islamico' alla guida dell'aereo ...
...la mattina dell'11 settembre. Supponete di essere voi alla guida, di volare a circa 700 km l'ora e di dover puntare alla 'Torre Nord' del World Trade Center dove tra pochi secondi vi schianterete. Siete certi di essere in grado di identificare con sicurezza il vostro bersaglio?... Prima di rispondere però a seconda di quello che il subconscio suggerisce, il lettore tenga conto del fatto che mai prima d’ora ha guidato un Boeing 767 e neppure ha avuto una sola volta la possibilità di ‘addestrarsi’ su un simulatore di volo a compiere la ‘suprema prova’ che lo attende…
Il ‘quiz’ poi si farebbe ancora più arduo se dovessimo chiedere come ha fatto il ‘terrorista’ a scorgere la ‘Torre nord’ in mezzo alla ‘giungla di edifici’ costituita da Manhattan quando ancora si trovava assai più lontano in modo da poter dirigere l’aereo con assoluta sicurezza nella giusta direzione e senza alcuno ‘zig-zag’, cosa che risulta invece dai tabulati radar del controllo del traffico aereo. Per cercare una spiegazione plausibile a questo e altri interrogativi proviamo a fare qualche ‘riflessione’ sulla rotta tenuta da due dei velivoli [ Flight 11 e Flight 175…] che secondo la ‘relazione ufficiale’ si sono schiantati contro le Twin Towers…
Proviamo inoltre [anche se la cosa forse a qualcuno non piacerà…] ad ‘indovinare’ quello che deve essere passato nella mente del ‘ Gran Mullah’ che ha ideato tutto questo. E’ evidente anche a chi di ‘strategia’ non capisce un fico secco che per massimizzare la probabilità di riuscita dell’impresa [vale a dire colpire con due aerei di linea entrambe le Towers…] è necessario ridurre al minimo i tempi a disposizione della difesa per neutralizzare l’attacco o quanto meno limitarne i danni. Nel caso specifico una scelta ‘ovvia’ volta a questo fine sembrerebbe quella di fare in modo che gli aerei arrivino sui rispettivi bersagli in tempi il più possibile ravvicinati tra loro. Alla luce di ciò pertanto all’aereo che partiva per primo [cioè il Flight 11…] avrebbe dovuto essere assegnato il bersaglio che comportava la rotta più lunga [cioè la ‘Torre sud’…] e viceversa. Di fatto è stata fatta però la scelta opposta e questa non è che la prima di tante ‘anomalie’ che in qualche modo devono essere spiegate. Altra evidente ‘stranezza’ è data dal fatto che, a partire dagli istanti dei rispettivi dirottamenti, nessuno dei due aerei, né il Flight 11 né il Flight 175, ha seguito il percorso più breve e diretto per raggiungere il proprio obiettivo, concedendo così [in teoria…] tempo prezioso all’organizzazione di difesa di intervenire. Esaminiamo da prima la rotta del Flight 11. Nel preciso istante del presunto ‘dirottamento’ [ore 8.13…] l’aereo vira in direzione nord-ovest, allontanandosi quindi dall’obiettivo e mantiene questa rotta fino alle ore 8.20, allorché compie una brusca virata verso sud, in pratica ‘tornando indietro’. Anche nei minuti successivi il velivolo non segue la via più breve verso la meta, ma compie un giro piuttosto lungo in modo da arrivare sopra Manhattan provenendo da nord-est. La cosa è tanto più rimarchevole in quanto se avesse seguito la rotta più breve e fosse arrivato su Manhattan provenendo da nord-ovest il ‘pilota terrorista’ avrebbe potuto identificare in modo agevole ‘a vista’ il suo obiettivo, come si può desumere dalla bella foto che qui vedete…
Anche i movimenti del Flight 175 sono alquanto ‘misteriosi’. Dopo il presunto ‘dirottamento’ [ore 8.42…] anziché puntare subito sull’obiettivo [si tenga presente che la difesa aerea si trovava già ‘in allarme’ in conseguenza di quanto era accaduto a bordo del Flight 11…] e raggiungerlo provenendo da nord-ovest [stesse considerazioni fatte prima…] il Flight 175 imbocca una rotta in direzione sud ovest e la mantiene per un buon centinaio di miglia prima di ‘ravvedersi’, compiere una completa inversione di rotta e dirigersi verso New York in modo da arrivare questa volta da sud-ovest. A questo punto non solo non abbiamo risposto alla domanda iniziale, ma abbiamo sollevato un nuovo interrogativo: perché entrambi gli aerei hanno fatto ‘tutto quel giro’ allungando di molto la strada?… Ad una osservazione neppure troppo attenta delle rotte tenute dai due aerei qualche utile ‘indizio’ salta fuori. Se si osservano le traiettorie finali di entrambi gli aerei, si nota che esse sono esattamente una il prolungamento dell’altra, vale a dire i due aerei hanno percorso la medesima rotta ma in direzione opposta. In altre parole il primo ha impattato contro la ‘Torre nord’ provenendo da nord-est, il secondo contro la ‘Torre sud’ provenendo da sud-ovest, cioè proprio dalla direzione opposta, quasi che avessero seguito le procedure per atterrare su una stessa ipotetica ‘pista’ provenendo però da opposte direzioni. Anche l’esame dettagliato delle traiettorie seguite dai due aerei nella fase finale, ossia poco prima dell’impatto contro i rispettivi ’bersagli’, riserva non poche sorprese…
Se si osservano infatti le rotte finali dei due aerei secondo la ‘ricostruzione’ fatta sulla base delle immagini e filmati disponibili si nota che i secondo aereo [il Flight 175…] non ha ‘puntato dritto’ contro la ‘Torre sud’ bensì, cosa davvero ‘singolare’ se si pensa che il pilota doveva necessariamente ‘guidare a vista’ l’aeromobile, ha percorso una lunga virata e solo all’ultimo momento ha potuto ‘vedere’ il ‘bersaglio’…
Per completare il quadro a questo punto vale la pena di esaminare quella che per lungo tempo la versione ufficiale ha spacciato come 'verità' riguardo l’aereo che avrebbe impattato contro il Pentagono, il Flight 77. In questo caso vi sono dettagli veramente ‘al limite dell’incredibile’…
Stando alla ‘ricostruzione ufficiale’ la ‘traiettoria finale’ eseguita dall’aereo sarebbe quella riportata nell’immagine sopra. Inoltre l’ultimo tratto della ‘spirale’ sarebbe stato percorso alla velocità di circa 900 km/h… non male come impresa per un pivello giudicato ‘inetto assoluto’ dai suoi istruttori di volo… E’ da notare che il ‘terrorista’ non ha fatto la cosa più ‘ovvia’, quella che a chiunque verrebbe in mente, ossia lanciarsi in picchiata contro l’enorme bersaglio di forma pentagonale con la pratica certezza di non mancarlo. Egli ha invece preferito una traiettoria rasoterra [meno di 40 m, tanto era la verticale dell’edificio…] a velocità folle percorrendo la quale ha dovuto evitare il tratto sopraelevato dell’autostrada e si è trovato a dover abbattere numerosi lampioni. Vale la pena di riportare a questo proposito una testimonianza assai ‘significativa’…
Steve Patterson: … l’aereo era lontano circa 150 yards, proveniva da ovest e volava a circa 20 piedi da terra…. emetteva un sibilo acuto e volava sopra il Cimitero di Arlington così basso da sembrare volesse posarsi sulla tangenziale I-395… è passato troppo veloce perché potessi leggere le scritte sulla fusoliera… volava come se dovesse atterrare su una pista inesistente…
Esaminando con cura i voli dei tre aerei che hanno raggiunto quel giorno il loro obiettivi si scopre un particolare che sembrano avere in comune: i tre ‘piloti’ con ogni probabilità non hanno identificato a vista i loro obiettivi. In realtà in tutte le ordinarie operazioni aeree, le quali debbono svolgersi anche di notte o col cattivo tempo, di norma non è richiesto che il pilota veda materialmente dove sta andando l’aereo. Questo è tanto più vero nella fase certamente più delicata del volo, vale a dire l’atterraggio. Dal momento che occorre saper atterrare sia di giorno sia di notte, sia col bel tempo sia con pioggia oppure nebbia e che per divenire pilota di un aereo di linea non sono richieste doti da Superman come la vista a raggi X, è evidente che l’atterraggio richiede una qualche forma di ‘assistenza’ da terra. Questa ‘assistenza’ è costituita dall’ Instrument Landing System…
L’ Instrument Landing System è il sistema di radioguida più diffuso nel mondo per gli avvicinamenti strumentali di precisione. In particolare esso consente ad un aeromobile l’avvicinamento alla pista e l’atterraggio in condizioni di assoluta sicurezza anche in condizioni di visibilità nulla. I principi di funzionamento dell’ILS possono essere facilmente compresi da chiunque con l’aiuto della figura di pagina seguente. Come ogni altro sistema radio, anche l’ILS è composto dalle due parti fondamentali: il dispositivo di trasmissione e il dispositivo di ricezione. Il dispositivo di trasmissione è denominato localizer ed è normalmente installato circa 300 metri oltre il termine della pista. Esso opera nella banda di frequenza VHF da 108.10 MHz a 111.95 MHz con intervalli di 50 KHz ed ha così a disposizione 40 canali. Il localizer trasmette due segnali radio fortemente direttivi ottenuti modulando in ampiezza la portante alle frequenze 150 Hz e 90 Hz, il primo sulla sinistra e il secondo sulla destra rispetto all’asse della pista. Il dispositivo di ricezione è collocato a bordo dell’aeromobile e rivelerà un segnale più intenso rispetto all’altro a seconda se si trova spostato a destra o a sinistra rispetto all’asse della pista. Nel caso l’aeromobile si trovi ‘perfettamente allineato’ con l’asse della pista, al ricevitore i due segnali giungeranno con la stessa intensità. L’informazione di ‘disallineamento’ ricavata dalla ricezione dei due segnali è visualizzata da un apposito indicatore posto sul quadro strumenti dell’aeromobile….
La corretta ricezione del segnale trasmesso dal localizer è assicurata entro un settore di 70° a una distanza minima di 10 miglia ed entro un settore di 20° fino a distanza minima di 18 miglia. Quando l’aereo di trova fuori del sentiero ma entro il settore di copertura, la lancetta dell’indicatore di bordo si trova a fondo scala, a destra o a sinistra a seconda dei casi. E’ possibile che il localizer trasmetta anche lungo il prolungamento opposto, creando così un sentiero ‘inverso’ [cioè ‘in allontanamento’ rispetto al localizer… ], comunemente denominato back corse per distinguerlo da quello ‘normale’ chiamato front corse. Poiché la modulazione della portante con i segnali a 150 Hz e 90 Hz ha luogo lungo lo stesso lato della pista sia lungo il front corse sia lungo il back corse, nei due casi le indicazioni dello strumento risultano invertite. Lungo il front corse le indicazioni sono ‘istintive’ per gli aeromobili in avvicinamento e ‘antiistintive’ per gli aeromobili in allontanamento. Lungo il back corse è il contrario. Per consentire la radioguida dell’aeromobile anche in fasi di discesa il dispositivo di trasmissione comprende il glide slope [‘trasmettitore del piano di planata’…]. Installato ad una distanza tra i 300 e i 400 metri dalla soglia di avvicinamento e disassato rispetto all’asse della pista, il glide slope trasmette nella gamma di frequenze UHF tra i 329.15 MHz e i 335 MHz con intervalli di 150 KHz, così che anche in questo caso i canali utilizzabili sono 40. Il principio di funzionamento del glide slope è lo stesso del localizer purchè le indicazioni ‘a destra’ o ‘a sinistra’ siano sostituite con ‘in alto’ o ‘in basso’. Quando l’aeromobile si trova al di sotto del limite inferiore del glide slope, la lancetta dell’indicatore è posizionata sul fondo scala superiore e quando si trova al di sopra del limite superiore del glide slope essa è posizionata sul fondo scala in basso. Il ricevitore dei segnali del glide slope , situato anch’esso a bordo dell’aeromobile, garantisce una copertura entro un angolo di 160° a cavallo dell’asse della pista fino ad una distanza minima di dieci miglia. I segnali del trasmettitore glide slope sono diretti solo verso il front corse. Per dotare anche il back corse di guida verticale è possibile installare un secondo trasmettitore UHF all’altra estremità della pista. In sostanza, nel corso di un atterraggio con radioguida, gli indicatori di segnali del localizer e del glide slope consentono al pilota di mantenere l’aeromobile entro una sorta di ‘tunnel a restringere’ al termine del quale esso potrà atterrare in assoluta sicurezza, come evidenziato in fig.3, fig.4 e fig.5. E’ da rimarcare il fatto che il ricevitore del segnale di glide slope può essere all’occorrenza disattivato, limitando il controllo radio alla sola direzione mantenendo la quota costante. I non molto esperti del settore potrebbero ritenere il sistema di radioguida ora descritto una realizzazione tecnologica di avanguardia relativamente recente. Viceversa esso non è che la riedizione di una invenzione tedesca degli anni ’30 conosciuto come ‘Sistema Lorentz’. Entrato in servizio nella Lufthansa nel lontano 1934, era stato poi adottato in diversi altri paesi. Esso funzionava a frequenza di circa 30 MHz e al posto dei due toni a 150 Hz e 90 Hz dell’ILS trasmetteva due segnali modulati semplicemente con ‘punti’ e ‘linee’ come nel codice Morse. Se l’aereo si trovava spostato rispetto al suo sentiero da una parte si udiva una nota modulata con dei ‘punti’ [peep,peep,peep…] , se era spostato dall’altra parte si udiva una nota modulata con delle ‘linee’ [peeeep,peeeep,peeeep…], se era perfettamente allineato si udiva una nota continua [peeeeeeeeeeeeeeee…]. Il pilota altro non doveva fare che agire sulla cloche in modo da sentire sempre nell’auricolare una nota continua. Nei primi mesi della seconda guerra mondiale i tedeschi avevano apportato al sistema Lorentz alcune significative modifiche, tanto al trasmettitore quanto al ricevitore, che ne estendevano di molto la portata e la precisione [ben al di là di quanto richiesto per le operazioni di atterraggio…] e lo trasformavano il un sofisticato sistema di radioguida per bombardieri che sarà impiegato dalla Luftwaffe nella prima fase della ‘Battaglia d’Inghilterra’. A questo era dato il nome di Knickebein [‘gamba spezzata’…] ed esso consentiva di guidare gli aerei da bombardamento per centinaia di chilometri con la precisione di pochi metri lungo un ‘sentiero elettronico’ fino all’obiettivo anche in condizioni di assenza assoluta di visibilità. L’obiettivo era poi ‘illuminato’ da un secondo fascio radio che intersecava quello di Knickebein [da qui l’origine del nome…] di modo che il pilota tedesco altro non aveva da fare che seguire il sentiero fino a che la ricezione del secondo il secondo segnale radio non gli segnalava il momento giusto per mollare il suo carico di bombe. Il sistema funzionerà egregiamente per un po’ di tempo, fino a quando cioè gli inglesi, insospettiti dal ritrovamento di ricevitori Lorentz dalle prestazioni stranamente ‘spinte’ a bordo di alcuni aerei tedeschi catturati e dalla comparsa della parola ‘ knickebein’ in alcuni messaggi Enigma che erano riusciti a decodificare, finiranno per scoprire il trucco e prenderanno adeguate contromisure...
Questa ‘rievocazione’ di uno dei più significativi episodi di guerra elettronica avvenuti nel corso della seconda guerra mondiale, ancorché certo interessante, ha uno scopo assai semplice, quello di chiarire come da settant’anni a questa parte praticamente tutti gli aerei sono equipaggiati con sistemi di radioguida per la fase di atterraggio. Facendo riferimento alla stessa figura, immaginiamo per un momento che al termine di quella specie di ’imbuto’ non ci sia l’inizio della pista di atterraggio bensì, tanto per fare un esempio, una delle finestre del sessantesimo piano della ‘Torre nord’ del World Trade Center. E’ del tutto evidente che, manovrando un aereo come se ci si trovasse in fase di atterraggio strumentale, l’aereo centrerà inesorabilmente il grattacielo. A questo punto il lettore avrà sicuramente compreso che non solo guidare un Boeing in modo da ‘centrare’ un edificio è possibile, ma anche assai facile. L’unica cosa che serve fare è piazzare un trasmettitore localizer in maniera opportuna e tutto il resto, per del personale esperto si capisce, sarà niente altro che normale routine. Le modalità con cui un aeromobile può eseguire un atterraggio radioassistito sono due: front corse e back corse. Nel primo caso [quello solitamente usato…] il localizer è situato all’estremità della pista opposta rispetto alla direzione di provenienza dell’aereo e le indicazioni che giungono al pilota sono dette ‘istintive’. Nel secondo caso [usato solamente in circostanze ‘particolari’…] il localizer è situato all’estremità della pista corrispondente alla direzione di provenienza dell’aereo [il quale in pratica sorvola il localizer…] e le indicazioni che giungono al pilota sono dette ‘antiistintive’. In entrambi i casi l’aereo per ‘atterrare’ non deve far altro che ‘tenersi allineato’ [in modo ‘istintivo’ o no a seconda dei casi…] in direzione con il segnale del localizer e in angolo di discesa col segnale del glide slope…
Avanzare a questo punto l’ipotesi che un trasmettitore ILS, purchè opportunamente collocato, sia stato usato per guidare gli aerei che si sono schiantati sulle Twin Towers e sul Pentagono l’11 settembre 2001 è una tesi che comincia ad acquistare ‘consistenza’… Va bene, dirà qualcuno… collocato opportunamente sì… ma dove?… Nel caso del Pentagono non è difficile supporre che il trasmettitore ILS si trovasse in uno degli anelli interni dell’edificio e che l’aereo sia stato guidato in modalità front corse. Più complicato invece ‘indovinare’ dove era collocato il trasmettitore ILS che ha guidato gli aerei che hanno ‘centrato’ le Towers. Di tutte le foto dell’11 settembre che si trovano in rete, quella che segue mi pare possa aiutare più di altre a trovare la soluzione di questo ’enigma’…
L’immagine è stata scattata nel preciso istante in cui il Flight 175 si è schiantato sulla ‘Torre sud’ da un operatore che si trovava a nord est rispetto alle Towers. Sulla facciata della ‘Torre nord’ [che sta bruciando…] è ben visibile il ‘buco’ prodotto dall’impatto del Flight 11 e da esso si deduce che al momento dell’impatto l’aereo stava scendendo e virando verso sinistra. Bene… Immaginiamo ora che il nostro dispositivo ILS abbia guidato la traiettoria del primo aereo in modalità back corse e poi il secondo aereo in modalità front corse. Un dettaglio importante e significativo che già abbiamo visto è poi il seguente: entrambi gli aerei hanno impattato con i rispettivi bersagli non procedendo in modo rettilineo, bensì virando a sinistra. E allora proviamo ad osservare quest’altra foto, che riporta la traiettoria finale percorsa dal primo aereo, la traiettoria che del secondo aereo e [in rosso] la traiettoria che il secondo aereo avrebbe percorso… se la ‘Torre sud’ non fosse stata dove invece stava…
Le due traiettorie, quella reale del Flight 11 e quella ‘virtuale’ del Flight 175 si incrociano in un ben definito punto, localizzato in corrispondenza di un edificio che sulla mappa è indicato con il numero ‘7’. Si tratta del Building seven, un grattacielo di 47 piani posto a un centinaio di metri dalle Twin Towers che nel pomeriggio dell’11 settembre è ‘collassato’ per ‘motivi sconosciuti’. E’ infatti questione ancora aperta e mai chiarita il perché il Building sevenè crollato tra le ore alle ore 5.10 e le 5.20 p.m. [ancora oggi non è nota l’ora esatta…] senza che alcun aereo lo abbia investito. Ora se la ‘tesi’ avanzata in questo articolo dovesse avere qualche ‘elemento di verità’, è evidente che della ‘attrezzatura’ utilizzata per la guida degli aerei nell’ultima parte della loro traiettoria e che si trovava all’interno dell’edificio, non doveva assolutamente restare traccia. La ‘tesi’ avanzata in questo articolo può quindi costituire una spiegazione ‘convincente’ riguardo al ‘crollo misterioso’ del Building seven…
giovedì, 05 giugno 2008
La guerra in Iraq significa un prezzo del petrolio tre volte più alto del dovuto, afferma un esperto di punta. Come cambieranno le vostre vite affrontando un prezzo di 200$ al barile?
Secondo un esperto di punta l'invasione dell'Iraq da parte di Usa e Gran Bretagna sta costando al mondo, solo per i più alti prezzi dell'energia, la strabiliante cifra di $ 6 mila miliardi.
L'economista petrolifero Dr Mamdouh Salameh, che è consigliere tanto della Banca Mondiale quanto dell'Organizzazione per lo Sviluppo Industriale dell'Onu (Unido), ha riferito a The Independent on Sunday che il prezzo del petrolio oggi sarebbe di $ 40 al barile, meno di un terzo del record di $ 135 al barile raggiunto la scorsa settimana, se non fosse stato per la guerra in Iraq.
Egli ha parlato dopo che i prezzi del petrolio hanno stabilito un valore record per 13 giorni consecutivi nelle ultime due settimane. Si sono ad oggi moltiplicati sei volte rispetto al 2002, a confronto dell'incremento di quattro volte dello “shock petrolifero” del 1973-1974 che pose fine al grande boom economico postbellico mondiale.
La scorsa settimana la Goldman Sachs ha predetto che il prezzo potrebbe crescere fino al valore senza precedenti di $ 200 al barile nel corso del prossimo anno, e che il mondo sta incominciando ad accettare l'idea che l'età del petrolio economico sia finita, con ampie ripercussioni sulle loro attività.
Il Dr Salameh, direttore del britannico Oil Market Consultancy Service [“servizio di consulenza sul mercato petrolifero” n.d.t.] ed una autorità sul petrolio iracheno, ha detto che è l’Iraq l'unico dei grandi paesi produttori di petrolio con sufficienti riserve da poter incrementare sostanzialmente la sua produzione.
In otto degli altri paesi-- USA, Canada, Iran, Indonesia, Russia, Gran Bretagna, Norvegia e Messico-- la produzione ha raggiunto il picco, afferma, mentre i rimanenti due, Cina e Arabia Saudita, sono vicini al punto di declino. Prima della guerra il regime di Saddam Hussein estraeva qualcosa come 3,5 milioni di barili di petrolio al giorno, ma la produzione è oggi caduta a circa 2 milioni di barili.
Il Dr Salameh ha riferito al gruppo parlamentare sul picco petrolifero, che comprende tutti i partiti, che l’Iraq ha offerto agli Stati Uniti un accordo, 3 anni prima della guerra, riguardante l'apertura di 10 nuovi giganti giacimenti petroliferi con termini “generosi” in cambio dell'annullamento delle sanzioni. “Ciò avrebbe certamente impedito la rapida crescita del prezzo del petrolio”, ha detto. “Ma gli Usa avevano un'idea differente. Avevano pianificato di occupare l’Iraq e annettersi il suo petrolio”.
Chris Skrebowski, editore di Petroleum Review, ha detto: “Ci sono molti ‘se’ nel mercato mondiale del petrolio. Questo è uno molto grande, ma ce ne sono degli altri. Se ci fosse stata una guerra civile in Iraq, sarebbe stato prodotto ancora meno petrolio”.
David Strahan: Cosa accadrà poi? La visione di un esperto*
Appena sotto gli 86 milioni di barili di petrolio al giorno, la produzione globale di petrolio è, essenzialmente, stagnante dal 2005, nonostante una crescente domanda, suggerendo che la produzione abbia già raggiunto i suoi limiti geologici, o “picco petrolifero”.
La recessione in Occidente potrebbe non fornire alcun sollievo ai prezzi. Vi è una crescente domanda da paesi come Cina, Russia e paesi Opec, i cui consumatori sono protetti contro la crescita dei prezzi da forti sussidi. Il futuro potrebbe presentarsi in un certo numero di modi:
Il prezzo del petrolio collassa
I sussidi sui carburanti potrebbero essere demoliti improvvisamente, calmierando la domanda. La pressione dei costi ha costretto Malaysia, Indonesia e Taiwan a tagliare i sussidi, ma la Cina difficilmente avrà problemi di liquidità. I produttori Opec non subiscono alcuna pressione per abolire i sussidi; infatti con la crescita del prezzo del petrolio essi diventano più ricchi. Prospettiva: molto improbabile.
La pace potrebbe esplodere in Iraq, si potrebbe trovare un accordo sulla tanto dibattuta legge petrolifera, le compagnie petrolifere internazionali potrebbero iniziare a lavorare sulla più grande raccolta di campi petroliferi vergini. Prospettiva: piuttosto improbabile.
Il prezzo del petrolio si stabilizza o si modera
Una forte recessione nell'Occidente potrebbe tagliare il consumo di petrolio abbastanza da ritardare la crescita del mondo in via di sviluppo e nei paesi Opec, arrivando persino a bloccare questi paesi e facendo alleviare i prezzi. Prospettiva: improbabile a breve termine.
Il prezzo del petrolio cresce
La produzione petrolifera russa è entrata in declino; l'Arabia Saudita ha accantonato piani per espandere la capacità di produzione, i consiglieri del governo nigeriano predicono che il loro output cadrà del 30% entro il 2015. Con altre notizie come queste aspettatevi il petrolio a $ 200 al barile. Prospettiva: probabile.
I grandi produttori di petrolio sposteranno sempre più le esportazioni verso il consumo interno. Ci si aspetta che le esportazioni dei paesi Opec, della Russia e del Messico cadano, spingendo il petrolio a 200$ entro il 2012. Prospettiva: altamente probabile.
Picco Petrolifero
Dopo 150 anni di crescita l'età del petrolio sta iniziando ad arrivare alla fine. “Picco petrolifero” è il termine di uso comune per indicare il momento in cui la produzione smette di aumentare ed inizia a declinare. In tale momento ciò che era andato sempre espandendosi e i rifornimenti economici della risorsa su cui dipendono tutte le moderne economie diventano più scarsi e più costosi, con conseguenze potenzialmente devastanti.
I pessimisti ritengono che la produzione abbia passato il suo picco. Gli ottimisti dicono che potrebbero mancare vent'anni o giù di lì--cosa che ci darebbe un certo tempo per prepararci--ma ora si sono zittiti. La scorsa settimana la International Energy Agency, ottimista ad oltranza, ha ammesso che potrebbe avere sovrastimato la capacità futura. Chris Skrebowski, editore di 'Petroleum Review' e un tempo ottimista egli stesso, ritiene che il mondo sia ora “sui contrafforti del picco petrolifero”. I prezzi potrebbero allentarsi un poco nei prossimi anni, ma poi arriverà il vero disastro. Quale sarà il prezzo allora? “Estraete un numero!”
Viaggi
Il petrolio fornisce il 95% dell'energia usata nel trasporto, perciò esso verrà colpito duramente e presto. Le persone probabilmente continueranno ad usare le loro macchine ma si ritiene che le linee aeree saranno le prime a soffrirne. Giovedì il direttore esecutivo della British Airways Willie Walsh ha dichiarato che l’era dei voli economici è finita, suggerendo che quegli ambientalisti che li hanno scelti come obiettivo per combattere il cambiamento climatico potrebbero avere sprecato il loro fiato.
Almeno tre compagnie sono fallite quest'anno. La scorsa settimana la American Airlines ha detto che avrebbe tagliato le proprie rotte, licenziato personale e chiesto $ 15 ai passeggeri Usa per caricare una valigia, a causa di un aumento di $ 3 miliardi nelle sue spese per il carburante. Persino Michael O'Leary, direttore esecutivo di Ryanair, ha detto che il prezzo del petrolio sta “facendo davvero male”. Giovedì gli analisti della Credit Suisse hanno detto che la sua compagnia sarebbe andata in rosso se solo i prezzi del petrolio fossero cresciuti di poco, sino a $ 140 al barile.
Macchine
Il più grande pozzo petrolifero del mondo, si dice, giace sotto Detroit. I veicoli Usa fanno una media di sole 25 miglia al gallone. Migliorare drammaticamente questo aspetto farebbe di più per alleggerire il disastro petrolifero che qualunque probabile nuova scoperta. Ma le nuove misure recentemente approvate dal Congresso porteranno ad un incremento della media a sole 35 miglia al gallone, come già raggiunto dalla Cina. L'Europa fa meglio, anche se non abbastanza, con 44 miglia al gallone.
La crescita dei prezzi del carburante sta già iniziando a guidare il cambiamento. Le vendite delle 4x4 stanno crollando tanto negli Usa che in Gran Bretagna, e quelle delle macchine ibride, che fanno 60 miglia al gallone, stanno crescendo. Con una crescita ulteriore dei prezzi i produttori tireranno fuori dal cassetto i piani, preparati da tempo, per veicoli molto più efficienti. Ibridi "plug-in", che vengono caricati con elettricità durante la notte, fanno risparmiare un altro 45% di consumo del petrolio. Più in là si trova la "hypercar", costruita con plastica leggera e resistente, che attraverserebbe gli Usa con un solo pieno di serbatoio.
Case
Tutte le nuove case in Gran Bretagna dovranno essere, entro il 2016, a carbone zero -- cioè senza l'utilizzo di combustibili fossili come petrolio--a quanto ha annunciato il governo, e i costruttori stanno lottando per raggiungere l'obiettivo. Ad oggi questo standard può essere raggiunto solo con grandi spese, ma l'industria è fiduciosa di abbattere i costi appena si arriverà alla produzione di massa. È pure più importante adattare le case esistenti.
Il passo chiave è super-isolare le case in modo da renderle il più possibile efficienti energicamente, e solo allora fornirle di risorse rinnovabili. Scaldabagni solari, pompe che estraggano calore dal terreno e bollitori alimentati con palline di legno sono le opzioni favorite. Le pale eoliche da mettere sul tetto non funzionano ancora abbastanza bene. Pannelli fotovoltaici, che ottengono elettricità dal sole, sono costosi ma i loro prezzi dovrebbero scendere. La Gran Bretagna è indietro rispetto ad altri paesi. I prezzi crescenti dell'energia dovrebbero scuotere la situazione.
Shopping
Di fatto quasi tutto è, almeno in parte, prodotto col petrolio, e perciò tutto diventerà più costoso. Circa 10 calorie di petrolio vengono bruciate per la produzione di ogni caloria di cibo negli Usa, e allevare una singola mucca e portarla al mercato consuma tanto quanto guidare da New York a Los Angeles. Qualcosa come 630 g di carburante vengono usati per produrre ogni grammo di un microchip.
Il culto della produzione stagionale e locale diventerà importante quando tutti impareranno qualcosa sulle ‘miglia di cibo’, e chi tiene i giardini verrà catturato da una forma moderna di “Dig for Victory” [iniziativa del governo inglese durante la seconda guerra mondiale per chiedere agli inglesi di coltivare il proprio giardino e aiutare così il sostentamento della popolazione civile N.d.t.]. Una cattiva notizia per i contadini oltremare che forniscono il 95% della nostra frutta e la metà della nostra verdura. Gite verso i supermarket fuori città sembreranno stravaganti, portando a un rinascimento delle vie cittadine dello shopping e un nuovo aumento nell'acquisto di generi alimentari online, e presto mangeremo le nostre stesse patate.
Terzo Mondo
I paesi poveri e le loro popolazioni saranno colpiti da una devastante doppia disgrazia colìn l’aumento dei prezzi per il carburante e per il cibo. Lo scorso anno, quando il petrolio costava solo la metà di adesso, paesi, dal Nepal al Nicaragua, sono stati colpiti da carenze di carburante. Almeno 25 dei 44 paesi sub-Sahariani stanno affrontando gravi carenze di elettricità.
Dal momento che il petrolio viene usato in agricoltura l'aumento del suo costo farà crescere i prezzi del cibo, affamando sempre più gente. Cosa peggiore, l'alto prezzo della benzina farà crescere la spinta verso i biocarburanti prodotti da mais e altri raccolti, cosa che porterà le persone più povere della terra in competizione con gli automobilisti per il grano-- una battaglia che non possono vincere. Solo un pieno di etanolo del serbatoio di una 4x4 utilizza tanto grano quanto ne serve per sfamare una persona un anno.

[Il crescente gap tra petrolio scoperto (istogramma rosso) e produzione basata sulla domanda del mercato (linea nera). In verde una stima delle scoperte future estrapolando l'attuale trend.]
Economie emergenti
Cina e India e altri paesi in via di sviluppo contribuiranno a far crescere la richiesta di petrolio e entreranno in competizione per le scarse forniture. Ciò ha già contribuito a far crescere i prezzi: la richiesta di petrolio dei paesi occidentali è caduta negli ultimi due anni, ma le economie emergenti hanno più che compensato il calo. E hanno il denaro per farlo.
I consumatori cinesi ed indiani sono stati sino ad oggi isolati dagli effetti dell'incremento dei prezzi da pesanti sussidi governativi, e le loro rivoluzioni industriali e la rapida crescita sono largamente alimentate col petrolio. Non vi è alcun segno che la crescita nella domanda cali. Questi paesi probabilmente seguiranno la lunga tradizione occidentale di stringere accordi con i paesi esportatori di petrolio--appoggiando regimi sgradevoli--per cercare di assicurarsi le risorse.
Conflitti
La scorsa settimana un battagliero Gordon Brown – “incredibilmente concentrato” sul petrolio, secondo i suoi spin-doctor -ha iniziato a giocare al gioco delle accuse. “È uno scandalo,” ha detto, “che il 40% del petrolio sia controllato dall’Opec e che le sue decisioni possano restringere le forniture di petrolio per il resto del mondo”.
Qualcuno dovrebbe dirgli che dovrebbe accusare la geologia - o Dio - e che, con il picco della produzione petrolifera, i paesi Opec semplicemente non saranno capaci di pompare petrolio. Ma non è il solo; quattro senatori Usa hanno avvertito l'Arabia Saudita che, se non aumenterà la produzione, gli Usa potrebbero ritirare il loro appoggio militare.
Accadranno sempre più fatti simili con il restringersi delle forniture. Tre anni fa un rapporto dell'esercito Usa ha predetto che il petrolio avrebbe presto raggiunto il picco, e che sarebbero aumentati i rischi per la sicurezza. Aspettatevi guerre per il petrolio. Ma, naturalmente, ne abbiamo già avuta una - in Iraq.
SE IL PETROLIO VA A PICCO
«Per rimpiazzare greggio e gas naturale non c'è nulla sulla terra». Parla l'astrofisico Di Fazio.
Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).
Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?
Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l'hanno raggiunto - come l'Arabia Saudita e altri minori - non riescono ad aumentare l'estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel '70, così come la Libia; l'Iran nel '74. Gran Bretagna e Novegia tra il '99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell'Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l'offerta è praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.
Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.
Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c'è stato tutto il tempo - 20 o 30 anni - per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il '70 e l'80, c'è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.
Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell'Artico.
Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E' «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti - la metà di quelle iniziali - questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l'Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.
Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?
Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l'85% e il 90% dell'energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l'8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c'è praticamente nulla, sulla terra. L'idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l'estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c'è anche l'uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l'alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l'energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.
Che cosa bisognerebbe fare, allora?
Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un'economia che va a legna. E nemmeno con l'energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l'agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.
Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?
In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un'equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E' una curva che cresce sempre di più, come quella dell'interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l'intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del '29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel '29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.
Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?
Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l'«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po' più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel '98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel '72, nel '92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l'80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c'è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.
giovedì, 05 giugno 2008
Anche Pepsi, Apple, Krispy Kreme e altre aziende traggono profitto dall’Iraq
Lo scorso mese un'indagine sulle dichiarazioni di aperture finanziarie per il 2006 del Congresso, da parte dell’apartitico Center for Responsive Politics [Centro per una Politica Responsabile n.d.t.] ha scoperto che i legislatori hanno investito addirittura 196 milioni di dollari “ in aziende in affari col Dipartimento della difesa che hanno guadagnato milioni dall'inizio della guerra in Iraq”. Un articolo della Associated Press relativo a questo rapporto, però, offriva un avvertimento: “non tutte le aziende su cui hanno investito i legislatori sono tipici contractors della difesa. Aziende come PepsiCo, IBM, Microsoft e Johnson & Johnson hanno ad un dato momento ricevuto contratti legati alla difesa”.
Ma la Associated Press si sbaglia. Il fatto è che aziende come PepsiCo, IBM, Microsoft e Johnson & Johnson sono, di fatto, tipici appaltatori della difesa. Suggerire che tali compagnie, e decine di migliaia come loro, ricevano contratti legati alla difesa solo nel momento peggiore e particolarmente aberrante è quanto meno ingannevole.
Nel 1961 Dwight D. Eisenhower, nel suo famoso discorso d’addio come presidente, avvertì sulla “acquisizione di influenza incontrollata” da parte di quello che egli definì “il complesso militare-industriale” negli Stati Uniti. Oggi, però, la “grande industria delle armi” di Eisenhower e' solo una parte di una complessa equazione. Aziende civili come PepsiCo e IBM formano l'impalcatura di quello che potrebbe essere più accuratamente descritto come il “complesso militare-aziendale”. Queste aziende permettono al Pentagono di funzionare, di fare guerra e compiere occupazioni di paesi stranieri.
Per esempio, nel 2006, l'ultimo anno per cui sono disponibili statistiche ufficiali, PepsiCo e IBM sono risultate tra i 100 maggiori appaltatori del Pentagono, guadagnando rispettivamente $286,696,943 e $291,825,309. Non è stata un'anomalia. L'anno precedente ricevettero ciascuno $233,053,993 e $382,408,117, secondo i documenti del Dipartimento della difesa. Difatti entrambe le aziende sono state appaltatori della difesa ogni anno almeno dal 2000. E non c'è nulla di speciale o di strano nella PepsiCo o nella IBM, per quanto riguarda il Pentagono.
Quasi 10 anni dopo il discorso di addio di Eisenhower vi erano ancora solamente 22.000 appaltatori diretti che facevano affari con il Dipartimento della difesa. Oggi tale numero arriva a 47.000. Mentre i ben noti grandi produttori di armi -- Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman e General Dynamics -- rimangono gli appaltatori principali, essi appaiono sminuiti dall'enorme numero di altri appaltatori che provengono da tutti i settori economici immaginabili.
Questi vanno da costa a costa e in tutto il mondo, da giganti dell'intrattenimento come Columbia TriStar e Twentieth Century Fox a titani della produzione automobilistica quali Ford e General Motors sino a potenti protagonisti di Big Pharma [l’industria dei farmaci n.d.t.] quali la Pfizer. Persino la catena Krispy Kreme Doughnuts ha guadagnato quasi $ 500.000 dal Pentagono nel 2006, mentre la coca cola se l'è cavata con più di $ 100 milioni dei contribuenti.
Nel 2006 la lista dei 100 maggiori fornitori del Pentagono includeva anche ben note aziende civili come Tyson Foods ($335,239,095), Goodrich Corp. ($344,091,017), Procter & Gamble ($362,461,808), Kraft Foods ($500,799,104), Dell ($636,343,593), ExxonMobil ($1,176,354,936), FedEx ($1,303,032,027) e General Electric ($2,327,705,161). Nel libro paga del 2006 del Pentagono vi erano anche appaltatori spesso ignorati come la casa del topo animato Walt Disney Co. la Apple produttrice di iPod, la Oakley, approviggionatrice di occhiali da sole, il gigante della cioccolata Nestle, il produttore di ketchup Heinz e la Hershey, produttrice di barrette di cioccolato.
Questi sono, difatti, i “tipici appaltatori della difesa” di oggi. Sono aziende che prendono regolarmente dal Pentagono assegni, finanziati con le tasse, per servizi e beni (destinati principalmente ai più di 1,3 milioni di membri attivi delle forze armate). Pochi realizzano il vero aspetto e forma della nuova economia Usa “militarizzata”. Non si tratta semplicemente della classica “industria permanente degli armamenti” -- è civile e ampiamente diffusa.
In realtà, che ci piaccia o meno, che ci importi o no, vi partecipiamo tutti. Quando compriamo il dentifricio Crest (Procter & Gamble), gli hot dog Oscar Mayer (Kraft) o una PlayStation 3 (Sony), di fatto stiamo appoggiando un'economia militare sempre più orientata al civile ed un'economia civile sempre più militarizzata. Come tale sempre più aziende Usa vanno in guerra, e, anche se sempre meno americani sono interessati a prestare servizio militare volontario, è sempre più vero che, con il flusso dei nostri dollari, un numero sempre maggiore di noi sta andando in guerra con loro.
Potreste pensare, naturalmente, che non c'è nulla di sbagliato nel fatto che i militari comprino la Pepsi.
“Qual'è il problema?” vi chiederete. I soldati devono pur bere qualcosa, proprio come tutti noi, allora perché non la “ solida, robusta, effervescente e magica cola”, come la Pepsi descrive se stessa? Lo stesso vale per gli hot dogs e il dentifricio.
Ma, onestamente, se la pensate così (e chi non lo fa?), non afferrerete mai appieno cosa è successo, da un punto di vista piu' ampio, alla nostra economia e alle nostre vite. Non saprete mai quanto siano divenute, letteralmente, vicine le paure di Eisenhower nel corso della seconda metà di un secolo.
Non si tratta di una bottiglia di Pepsi o dei Krispy Kreme Doughnuts o di una torta Sara Lee. Non si tratta di quali hot dogs le truppe mangino o quali computer usino --che sia per lanciare i missili o leggere e-mail. Non si tratta del boicottaggio di una marca o di un'azienda o di un conglomerato nella speranza di rallentare lo sforzo bellico. Se iniziaste ciò, nella nostra economia militarizzata, alla fine rimarreste nudi, affamati e nullatenenti.
Ciascuna di queste marche, aziende o conglomerati, di per sé appare qualcosa di piccolo. Ma assieme l'effetto è terrificante: quasi ogni prodotto nella vostra dispensa, ogni elettrodomestico in casa vostra, ogni bit di equipaggiamento di intrattenimento casalingo ad alta tecnologia, persino il vostro giornale del mattino (la Tribune Co., che è proprietaria del Los Angeles Times, è stata anch'essa un'appaltatrice minore del Pentagono nel 2006) è oggi direttamente o indirettamente legato al Pentagono tramite l'azienda che lo produce.
Il vero problema è che dal complesso militare-aziendale non si può scappare ed è nascosto alla luce del sole, se solo volessimo guardare.
E proprio il momento di riconoscere almeno che PepsiCo, IBM, Microsoft, e Johnson & Johnson quasi ogni altro gigante aziendale (e migliaia di migliaia di pesi piuma del mondo commerciale) traggono beneficio non solo dai nostri acquisti di cola, computer, software e cerotti ma, tramite il Pentagono, dai dollari delle nostre tasse. Sappiamo tutti cosa sta facendo il Pentagono all'estero, e cosa ciò abbia significato per gli iracheni.
Napoleone avrebbe detto che “un esercito marcia sul suo stomaco”. Per tutti gli anni futuri di occupazione, e anche per le prossime invasioni, ricordatevi che, qualunque terra occupi, il Pentagono marcia su uno stomaco riempito di Cap'n Crunch, Rice-A-Roni e Diet Pepsi Vanilla -- e, sempre di più, voi marciate insieme ad esso.
giovedì, 05 giugno 2008
L'insidia rappresentata dall'attacco contemporaneo alla verità consiste per l'appunto nel fatto di non presentarsi, se non in casi estremi, sotto la veste della pura e semplice menzogna. Le strategie di attacco alla verità sono molteplici, e in genere meno rozze.
La verità mutilata
Nella famosa sequenza dell'abbattimento della statua di Saddam Hussein a Bagdad, divenuta una delle icone della guerra in Iraq, le inquadrature mandate in onda sulle tv internazionali e pubblicate sui giornali erano così ravvicinate da non mostrare che la piazza era praticamente deserta e che la "folla festante" si riduceva a poche decine di iracheni. In questo caso la verità viene mutilata dal taglio delle foto, che impedisce di vedere lo spazio in cui ha luogo l'evento, e ne induce una falsa rappresentazione. Ma il contesto non è soltanto lo spazio circostante di una determinata scena. Sono anche le circostanze entro le quali va collocato un evento, come pure il prima e il dopo di quell'evento stesso. Come ha osservato lo storico Enzo Collotti, anche l'istituzione di una "giornata del ricordo" sulle foibe e sull'esodo istriano del dopoguerra è stata resa possibile soltanto dal fatto che «per i protagonisti di simili operazioni la storia comincia nel 1945». Non è così.
Come scrissero anni fa i componenti di una Commissione mista di storici italiani e sloveni, «il fascismo cercò di realizzare nella Venezia Giulia un vero e proprio programma di distruzione integrale della nazionalità slovena e croata». Tale programma conobbe un'accelerazione nel 1941, quando l'Italia fascista incorporò nel proprio territorio la parte meridionale della Slovenia. Innumerevoli furono i rastrellamenti, gli incendi dei villaggi, le torture, le fucilazioni sommarie in Jugoslavia da parte dell'esercito fascista. Le stesse foibe furono utilizzate inizialmente proprio dai fascisti, già nei primi anni Venti.
La tragedia delle foibe - e poi dell'esodo - fu quindi una tragedia annunciata. Quanto si è visto non la giustifica in alcun modo, ma consente di comprenderne le radici, di inserirla nel contesto storico in cui nacque. E precisamente a questo scopo dovrebbe servire la "giornata del ricordo". È avvenuto il contrario.
La verità dimenticata
Fu Napoleone il primo a formulare esplicitamente il progetto di «dirigere monarchicamente l'energia dei ricordi», proponendo la storia come instrumentum regni. Oggi la più alta realizzazione di quel progetto è rappresentata, in modo solo apparentemente paradossale, dalla negazione e distruzione del passato. È il trionfo della storia-Disneyland. La storia Disneyland ristruttura il tempo così come le onnipresenti filiali delle multinazionali organizzano lo spazio: intorno al consumo. Così il passato, ciò che è lontano nel tempo, diviene una copia sbiadita e banalizzata del nostro presente, al massimo condita da bizzarrie e superstizioni un po' patetiche.
Per ciò che riguarda il passato recente, si ricorre ad una diversa strategia comunque sempre basata sulla indefinita riscrivibilità del passato. Una strategia che ha due volti complementari.
Per un verso, intellettuali pensosi caldeggiano la "strategia dell'oblìo" e della "riconciliazione". Tale strategia viene proposta per l'Italia, ma anche per i delitti di Pinochet in Cile e di Videla in America Latina. Anni fa, per giustificare il progetto di erigere una chiesa sul luogo della strage di Portella della Ginestra, dove il bandito Salvatore Giuliano nel 1947 massacrò a colpi di mitra braccianti comunisti e socialisti, il sindaco di Piana degli Albanesi, Gaetano Caramanno (di Forza Italia), ha invocato la "riconciliazione". Giustamente c'è chi si è interrogato perplesso: «Che significa riconciliazione? Le nostre vittime sono state uccise dalla mafia, dobbiamo riconciliarci con la mafia?». Ma precisamente questo è ciò che la parola d'ordine della "riconciliazione" richiede e vuole: far vincere l'ingiustizia anche nel ricordo, cancellando i simboli e la memoria delle lotte passate, dei morti e dei crimini subiti.
Che questo sia più in generale il vero obiettivo anche degli appelli alla "riconciliazione" tra fascisti e antifascisti, ce lo dice l'altra faccia della strategia per il dominio della memoria messa in campo negli ultimi anni: che è, con estrema chiarezza, l'apologia (diretta o indiretta) del fascismo, della sua memoria e dei suoi simboli. Abbiamo così un pullulare di strade dedicate a Giorgio Almirante, nonché ad altri fascisti e gerarchi vari; in qualche caso, fascisti sconosciuti prendono il posto di illustri vittime del fascismo: come a Guidonia, dove il nome di Antonio Gramsci è stato sostituito da quello di un fascista ignoto, tale Aldo Riccardo Chiorboli.
La verità messa in scena
Che oggi la verità sia messa in scena, è vero in più di un senso.
È vero innanzitutto nel senso che gli eventi vengono organizzati in funzione della loro rappresentazione e proiezione mediatica. Così, il raid statunitense del 1986 sulla Libia fu programmato in modo da coincidere con i telegiornali di maggiore ascolto. Anche l'attentato alle Torri Gemelle, del resto, fu concepito in maniera tale da avere la massima copertura mediatica possibile: tanto che si è potuto sostenere che l'attentato sia stato realizzato avendo in vista prima di ogni altra cosa «il suo effetto spettacolare».
Ma è vero anche che ormai importanti eventi politici sono inscenati come uno spettacolo. L'esempio più impressionante degli ultimi anni è senz'altro rappresentato dalla vera e propria recita di Colin Powell sul palcoscenico delle Nazioni Unite - con l'esibizione della famosa "fialetta di armi chimiche di Saddam". In questo caso si potrebbe obiettare che si tratta di uno spettacolo riuscito a metà, in quanto la recitazione di Powell non convinse pressoché nessuno dei suoi colleghi delle Nazioni Unite. Ma bisogna tenere conto che esso ebbe un ben diverso impatto sull'opinione pubblica degli Stati Uniti - che era in fondo la vera destinataria del discorso di Powell.
Abbiamo infine gli accadimenti inscenati in senso stretto, ossia vere e proprie messinscena nel senso deteriore del termine. Tutta la storia della cosiddetta "guerra al terrorismo" è disseminata di casi del genere.
La verità rimossa
L'altra faccia della messa in scena è ciò che viene spinto fuori scena. Come osservava Susan Sontag, «fotografare significa inquadrare, e inquadrare vuol dire escludere». Spesso l'importanza del posizionamento di un riflettore non dipende da ciò che illumina, ma da quello che decide di lasciare al buio. Ad una verità gridata e messa in scena corrisponde sempre una verità taciuta e rimossa.
Spesso la rimozione della verità non ha proprio nulla di metaforico. La messa in scena dei Giochi Olimpici 2004 in Grecia ha richiesto la deportazione di gran parte degli 11mila senzatetto che vivevano ad Atene.
Si tratta di una modalità di "soluzione" dei problemi che oggi conosce numerosissime varianti, in tutto il mondo. Pensiamo al divieto, formulato dal comune di Las Vegas, di fornire cibi e bevande ai senzatetto nei parchi cittadini (in quanto i barboni scoraggiano il turismo e vanificano "gli sforzi di abbellimento" del comune). O al gas maleodorante - ma anche tossico e irritante - che il sindaco della città francese di Argenteuil ha fatto spruzzare sui luoghi di ritrovo dei senzatetto nel centro della città. O alle fantasiose ordinanze comunali che in molte città italiane vietano - volta a volta - di chiedere l'elemosina, di lavare i vetri delle macchine agli incroci, di vendere merci per strada, e così via. Su un altro piano - ma ispirata alla stessa estetica dell'occultamento e della rimozione - è degna di essere ricordata anche la prima iniziativa assunta da Rumsfeld a tutela del buon nome degli Stati Uniti dopo lo scoppio dello scandalo delle torture in Iraq: vietare ai soldati l'uso dei videofonini.
La verità capovolta
Anziché censurare una notizia, si può ottenere lo stesso effetto limitandosi a distorcerla. Per questa via si può giungere sino a capovolgere completamente la verità dei fatti. Come nel caso della sineddoche indebita. La sineddoche è una figura retorica ben nota già ai maestri di eloquenza dell'antichità. Nella sua variante più usata, essa consiste nell'adoperare la parte di una cosa per designare la cosa nella sua interezza ( pars pro toto ). Così, nell'espressione "accolse sotto il suo tetto", il termine "tetto" indica la casa nel suo insieme. Si tratta di un modo di esprimersi che può essere letterariamente efficace, e che comunque nel caso specifico non è improprio: infatti il tetto è una parte essenziale della casa. Spostiamoci adesso dal mondo delle belle lettere e passiamo a quello della cattiva informazione. È qui che ci imbattiamo nella sineddoche indebita. Che consiste nel trascegliere, all'interno di un fenomeno complesso, un elemento irrilevante (e comunque non caratterizzante) ed utilizzarlo quale elemento qualificante per descrivere e definire tutto quel fenomeno. Sembra un procedimento astruso, invece è concretissimo. È il metodo che la stampa italiana, nella sua quasi totalità, ha adoperato a proposito di diverse manifestazioni di protesta degli ultimi anni.
Un esempio per tutti. Sabato 18 novembre 2006. Decine di migliaia di persone manifestano pacificamente a Roma per la creazione di uno Stato palestinese. Nove idioti gridano slogan idioti su Nassirija e bruciano 3 pupazzi raffiguranti dei soldati. L'indignazione riempie le prime pagine di tutti i giornali per diversi giorni. «Insulti, roghi: bufera sul corteo»: così la Repubblica, 19 novembre 2006 (titolo in prima, corredato di una foto tipo guerriglia urbana anni Settanta). Nell'articolo di Miriam Mafai pubblicato in prima pagina, dal titolo "Chi marcia con i teppisti ", i nove idioti sono già diventati «poche centinaia». Nessun quotidiano informa i propri lettori su quello che era veramente successo in piazza. Nove persone ne oscurano sessantamila.
La verità imbellettata
Come abbiamo visto, i metodi per distorcere la verità sono molto più semplici a praticarsi della sua semplice rimozione. Ad esempio si può imbellettarla, metterle un po' di cerone per farla sembrare meno brutta di quello che è. A questo riguardo l'arma principale è rappresentata dall'eufemismo.
Molti eufemismi fioriscono nel campo dell'economia. Anni fa l'amministratore delegato di Mediaset, Fedele Confalonieri, ad un giornalista che gli chiedeva come valutasse l'elusione fiscale, rispose testualmente: «Dipende. Se la consideriamo una forma di ottimizzazione fiscale non c'è nessun problema». E lo stesso termine di "capitalismo" è praticamente sparito dal lessico contemporaneo, per essere sostituito da termini anodini (e sostanzialmente privi di significato) quali "società di mercato", "sistema di mercato", o addirittura "mondo delle imprese".
Ma ovviamente è la guerra, per sua natura (ossia per il suo intrinseco orrore), l'àmbito privilegiato per l'impiego degli eufemismi. Molti eufemismi adoperati a questo riguardo sono stati inventati (o sono entrati nel lessico corrente) a partire dagli anni Novanta. I più usati: "operazione di polizia internazionale", "azione militare" (possibilmente "delle Nazioni Unite"), e poi un classico come "forza". Gli eufemismi per la guerra non finiscono qui: abbiamo "regime change" (che sta per "invasione militare"), "difesa preventiva" e "attacco preventivo" (che stanno per "attaccare un paese che non ci ha attaccato").
Ma nel caso della guerra, in fondo, lo stesso tabù rappresentato dall'uso di questa parola - che reca il marchio d'infamia indelebile della realtà a cui si riferisce - è ormai caduto. E l'eufemismo si può esprimere quindi sotto forma di qualificazione ed aggettivazione della parola "guerra": abbiamo così la "guerra al terrorismo", come prima avevamo avuto "guerra umanitaria" (uno degli ossimori più macabri escogitati nei nostri anni). In occasione della guerra all'Iraq è stato risuscitato addirittura il concetto di "guerra etica"; e non va dimenticato che questa guerra si è infine magicamente trasformata in "guerra per la democrazia", allorché è stato chiaro che delle famose "armi di distruzione di massa" di Saddam non c'era neanche l'ombra. Infine, Bush jr. ha avuto il coraggio di dire alle famiglie dei soldati feriti in Iraq che «la guerra in Iraq è davvero una guerra per la pace». Questo è Orwell: nel suo 1984 , "la guerra è pace" è addirittura il primo degli slogan dipinti sulla facciata del Ministero della Verità. Se guardiamo alle date, dobbiamo constatare che Orwell si era sbagliato di neanche vent'anni. Ma non avrebbe mai immaginato che la sua satira, scritta in funzione anticomunista, si sarebbe applicata così bene al capitalismo reale.
lunedì, 02 giugno 2008
Sottotono rispetto al clamore suscitato dalla strombazzata conquista dell’Iraq e dalla campagna contro l’Iran, la superpotenza mondiale ha già cominciato una guerra trascurata dai grandi mezzi di comunicazione, contro un altro continente: l’America latina.
Mediante la concessione di deleghe, Washington mira a restaurare al potere politico un gruppo privilegiato, la sedicente classe media, ad assolvere lo psicotico regime colombiano e i suoi mafiosi dalle loro responsabilità sulle stragi e sul commercio di droga, e di porre fine alle speranze suscitate tra la maggioranza povera dell’America latina dai governi riformisti di Venezuela, Ecuador e Bolivia. In Colombia, il campo di battaglia principale, la natura classista della guerra e’ distorta dai guerriglieri delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, conosciute come FARC, il cui proprio ricorso ai sequestri e al commercio di droga ha fornito una scusa con cui delegittimare quelli che nell’epopea ribelle dell’America latina si sono distinti per essersi opposti al regime proto-fascista di George W Bush.
“Non si combatte il terrore con il terrore” disse il presidente Hugo Chavez mentre i bombardieri americani sterminavano migliaia di civili in Afghanistan nei giorni successivi all’11 settembre. Da quel momento il suo nome e’ stato sulla lista nera. Anche se, come dimostrato in ogni elezione, Chavez affermava il pensiero della maggioranza degli esseri umani che hanno capito che la guerra al terrore e’ una crociata per il dominio globale.
Praticamente da solo tra i leader mondiali che si opponevano a Bush, Chavez fu dichiarato un nemico, e i suoi piani per una efficiente socialdemocrazia indipendente dagli USA una minaccia alla presa di Washington sull’America latina. “Anche peggio” ha scritto l’esperto di affari sudamericani James Petras, “le politiche nazionalistiche di Chavez hanno rappresentato un’alternativa credibile in America latina in un periodo (2000-2003) in cui le rivolte di massa e la caduta dei governanti filo-USA erano costantemente la notizia del giorno.
E’ impossibile sottostimare come e’ stata percepita la minaccia di questa alternativa dalla classe media in paesi così rigogliosi di privilegi e povertà.
In Venezuela, la loro “grottesca fantasia di essere dominati da un brutale dittatore comunista”, sempre citando Petras, ricorda la paranoia dei bianchi sudafricani che appoggiavano il regime dell’apartheid. Così come in Sudafrica, anche in Venezuela il razzismo e’ diffuso e i poveri sono ignorati e disprezzati. E una barzelletta che gira a Caracas descrive Chavez, meticcio, come una “scimmia”. Queste piccole cattiverie non hanno origine solo dietro le mura dei quartieri residenziali dei super-ricchi chiamati Country Club, ma anche dagli imbroglioni del loro rango facenti parte del management di medio livello, giornalismo, pubbliche relazioni, arti e cultura e altre professioni che si identificano indirettamente con l’ “american way of life”.
I giornalisti di stampa e televisione hanno giocato un ruolo cruciale, riconosciuto da uno dei generali e banchieri che provarono senza successo a rovesciare Chavez nel 2002. “Non ce l’avremmo fatta senza di loro” ha detto, “i media erano la nostra arma segreta”.

[Il presidente venezuelano Hugo Chavez con il boliviano Evo Morales]
Molte di queste persone si considerano liberali e godono dell’ascolto privilegiato di giornalisti stranieri a cui piace dichiararsi “di sinistra”. Non e’ una sorpresa. Quando Chavez e’ stato eletto per la prima volta nel 98, il Venezuela non era una tipica tirannia sudamericana, ma una democrazia liberale con alcune libertà, guidata da e per la sua elite, che aveva saccheggiato il profitto derivante dal petrolio e ne lasciava cadere le briciole sui milioni di invisibili dei “barrios”. Un patto tra i due partiti principali, conosciuto come puntofijismo ricordava la convergenza tra New Labour e Tories in Gran Bretagna e tra Repubblicani e Democratici negli USA. Per loro l’idea di sovranità popolare era un’eresia, e lo e’ tuttora.
Prendiamo l’istruzione universitaria. Nella “statale” ed elitaria Università Centrale Venezuelana, finanziata da fondi pubblici, più del 90% degli studenti viene dalle classi medio-alte. Questi e altri studenti sono stati infiltrati da gruppi legati alla CIA e, nel difendere i loro privilegi, sono stati lodati da illustri liberali stranieri.
Con la Colombia come linea del fronte, la guerra alla democrazia in America Latina ha Chavez come il suo principale obiettivo. E non e' difficile capirne il perché. Una delle prime misure di Chavez fu quella di rivitalizzare l’organizzazione dei produttori di petrolio OPEC e far schizzare il prezzo del petrolio a livelli record. Riducendone contemporaneamente il prezzo per i paesi più poveri dell’America centrale e dei Caraibi e usando la nuova ricchezza nazionale per pagare debiti, in particolare quello dell’Argentina ed espellere di fatto il Fondo Monetario Internazionale da un continente su cui una volta comandava.
Chavez ha dimezzato la povertà, mentre il PIL e’ notevolmente cresciuto. Ma soprattutto ha dato ai poveri la speranza di credere che la loro vita sarà migliore.
La cosa ironica e’ che, a differenza di Fidel Castro a Cuba, lui non ha presentato nessuna minaccia reale per i ricchi che anzi sono diventati ancora più ricchi sotto la sua presidenza. Quello che ha dimostrato e’ che una socialdemocrazia può prosperare e il benessere che ne deriva può raggiungere gli strati più poveri della popolazione senza gli effetti del “neoliberalismo” , un modo di pensare non proprio estremista, in passato patrimonio dei laburisti inglesi.
Quei cittadini venezuelani che non sono andati a votare per il referendum sulla costituzione un anno fa lo hanno fatto per esprimere la loro protesta sul fatto che una socialdemocrazia moderata non e’ abbastanza se i corrotti burocrati rimangono al loro posto e le fogne continuano a traboccare. Questa critica alla Rivoluzione Bolivariana di Chavez proveniente dai barrios e’ totalmente scomparsa ingoiata dalla propaganda senza fine dei media venezuelani ed esteri sui supposti progetti dittatoriali del presidente.
 Dall’altra parte del confine, gli Stati Uniti hanno fatto della Colombia l’Israele dell’America latina. Come parte del “Plan Colombia”, più di 6 miliardi di dollari di armi, aerei, forze speciali, mercenari e logistica sono stati regalati a pioggia ad alcuni fra i peggiori assassini in circolazione. I continuatori delle politiche del Cile di Pinochet e delle altre Juntas che hanno terrorizzato l’America latina per una generazione, le loro varie gestapo istruite alla School of the Americas in Georgia. “Non gli abbiamo insegnato solo a torturare”, mi disse un ex istruttore americano, “ma anche ad uccidere, assassinare, eliminare”. Tutto ciò viene applicato alla lettera in Colombia dove gli eccidi da parte di gruppi finanziati dal governo sono ben documentati nei rapporti di Amnesty, Human Rights Watch e molti altri. In uno studio su 31656 omicidi extragiudiziali e sparizioni violente tra il 1996 e il 2006, la Commissione dei Giuristi Colombiani ha riportato che il 46% e’ stato ucciso da squadroni della morte di destra e il 14% dalle FARC. I paramilitari sono stati responsabili della maggior parte dei 3 milioni dei profughi e sfollati all’interno del paese. Questi sono i tragici effetti della pseudo “guerra alla droga” del Plan Colombia il cui reale intento è quello dell’eliminazione delle FARC. A quell’obiettivo adesso ne e’ stato aggiunto un altro: quello di una guerra fredda contro le nuove democrazie popolari, specialmente il Venezuela.
Le forze speciali statunitensi "consigliano" l'esercito colombiano di attraversare il confine e uccidere o rapire cittadini venezuelani e infiltrare agenti paramilitari per testare la lealtà delle forze armate venezuelane verso il loro governo. Il prototipo e’ la guerra dei “Contras” orchestrata dalla CIA in Honduras negli anni ’80 che fece cadere il governo riformista in Nicaragua. La sconfitta delle FARC è ora vista come un preludio ad un attacco a tutto campo contro il Venezuela se la sua elite, rinvigorita dalla sua stretta vittoria referendaria dell’anno passato, riesce ad allargare la sua base nelle prossime elezioni amministrative di novembre.
 L’uomo di Washington, e il Pinochet colombiano, è il presidente Alvaro Uribe [destra]. Nel 1991 un “declassified report” della DIA (US Defense Intelligence Agency) rivelò che l’allora senatore Uribe aveva “lavorato per il cartello di Medellin” oltre ad essere un “amico intimo” del barone della droga Pablo Escobar. Ad oggi, 62 dei suoi alleati politici sono stati indagati per i loro stretti legami con i paramilitari e i loro squadroni della morte.
Rivelatore e’ il destino dei giornalisti che hanno fatto luce sulla sua ombra. L’anno scorso quattro giornalisti di punta hanno ricevuto minacce di morte dopo aver criticato Uribe. Dal 2002 almeno 3 giornalisti sono stati assassinati in Colombia. L’altra abitudine di Uribe e’ calunniare i sindacati e le organizzazioni per i diritti umani accusandoli di essere “collaboratori delle FARC”. Questo li segna per sempre. Gli squadroni della morte colombiani, scrive Jenny Pearce, autrice dell’acclamato “Under the Eagle: US intervention in Central America and the Caribbean” (1982), “sono sempre più attivi, confidando nella riuscita che ha avuto il tentativo del presidente di aizzare il paese contro le FARC e nella poca attenzione che di conseguenza verrà prestata alle loro atrocità .
Con Uribe si congratulò personalmente Tony Blair, il che evidenzia lo storico e per lo più segreto ruolo che ha avuto il Foreign Office in America latina. Gli aiuti all’esercito colombiano, insabbiato fino al collo nei rapporti con gli squadroni, includono l’addestramento di “contro-rivolta” da parte delle SAS a unità militari come il “Batallon de alta montana” ripetutamente condannato per atrocità. L’8marzo dei funzionari colombiani sono stati invitati dal ministero degli esteri al “counter-insurgency seminary” al centro di conferenze di Wilton Park, nel sud dell’Inghilterra. Raramente il Foreign Office ha così sfacciatamente esposto i killer di cui è mentore.
Il ruolo dei media occidentali segue modelli usati in precedenza, tipo le campagne che diedero il via allo smembramento della Jugoslavia e la credibilità data alle bugie riguardo le armi di distruzione di massa in possesso del governo iracheno. L’ammorbidimento dell’opinione pubblica in previsione di un attacco al Venezuela è già cominciato, con la ripetizione di simili bugie e calunnie. Il 3 febbraio il London Observer ha dedicato 2 pagine ad asserzioni riguardanti presunte collusioni di Chavez con i cartelli della droga colombiani. Ricalcando i suoi precedenti allarmanti editoriali sui legami tra Saddam Hussein e Al-Qaeda, il titolone dell’Observer era : “Scoperto: ecco il ruolo di Chavez nel cammino della Cocaina verso l’Europa.” Le asserzioni erano inconsistenti; Dicerie infondate. Nessuna fonte identificata. Di certo con il chiaro intento di pararsi, il reporter ha scritto: “ Nessuna fonte con cui ho parlato ha accusato Chavez stesso di avere un ruolo preciso nella gigantesca macchina del commercio di droga colombiano”.
Nei fatti, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Crimine e la Droga ha dichiarato che il Venezuela partecipa in pieno a programmi anti-droga internazionali e nel 2005 ha sequestrato il terzo più alto quantitativo di cocaina a livello mondiale. Anche il ministro degli esteri britannico Kim Howells ha fatto cenno alla “importantissima cooperazione del Venezuela”. La calunnia della droga è stata rafforzata ultimamente dalle voci riguardo i rapporti sempre più stretti di Chavez con le FARC (vedi “Dangerous liasons”, New Statesman, 14 Aprile). Ancora una volta “non ci sono prove”, dice il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani.
Su richiesta di Uribe, e appoggiato dal governo francese, Chavez ha svolto un ruolo di mediazione nel tentativo di ottenere il rilascio degli ostaggi in mano alle FARC. Il 1 Marzo il tavolo di negoziazione è stato mandato all’aria da Uribe che, con l’assistenza logistica di Washington, ha sparato dei missili su un sito in Ecuador, uccidendo Raul Reyes, il negoziatore di più alto livello delle FARC. L’esercito colombiano afferma di aver rinvenuto sul laptop di Reyes una e-mail che confermerebbe il passaggio di 300 milioni di dollari da Chavez alle FARC. L’affermazione è falsa. Il documento fa riferimento a Chavez solamente in relazione allo scambio di ostaggi. Il 14 aprile Chavez ha aspramente criticato le FARC: “Se fossi un guerrigliero” ha detto “non avrei bisogno di rapire una donna, o uomini che non sono soldati. Liberate i civili!”
In ogni caso, queste fantasie hanno intenti letali. Il 10 Marzo l’amministrazione Bush ha dichiarato che intende mettere la democrazia popolare venezuelana nella lista degli “stati terroristici”, insieme alla Corea del Nord, la Siria, Cuba, il Sudan e l’Iran; Quest’ultimo è in costante attesa di un attacco dal leader degli “stati terroristici” mondiali.
lunedì, 02 giugno 2008
L'aviazione americana vuole un pacchetto di strumenti da hacker che le permetta di avere “accesso” a -- e “pieno controllo” di -- ogni singolo computer esistente. Una volta che i guerrieri informatici saranno entrati l'aviazione vuole che essi si mantengano “completamente invisibili addosso all'infrastruttura informativa dell'avversario”.
Il governo sta diventando sempre più interessato alla guerra via rete. L'aviazione ha recentemente stabilito un " Cyberspace Command," col compito di governare le reti nello stesso modo in cui i suoi caccia governano i cieli. Il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, il Darpa e altre agenzie stanno facendo squadra per un programma quinquennale da $ 30 miliardi definito " national cybersecurity initiative" [“iniziativa nazionale per la cybersicurezza” n.d.t.]. Esso include un range di test elettronici dove gli hacker finanziati dal governo potranno mettere alla prova gli ultimi attacchi elettronici. “Si pensava di aver bisogno di un esercito per fare la guerra, oggi tutto ciò di cui si ha bisogno è di un collegamento Internet” avverte una recente pubblicità dell'aviazione.
Lunedì l’Air Force Research Laboratory ha introdotto un piano biennale da $ 11 milioni per mettere assieme strumenti hardware e software per un " Dominant Cyber Offensive Engagement" [“ingaggio cibernetico offensivo dominante”].
“Di interesse sono tutte le singole tecniche che permettono l'accesso a livello utente o amministratore [root], tanto alle piattaforme mobili quanto a quelle fisse (PC)… ad ogni singolo sistema operativo, patch, applicazione e hardware” nota una richiesta di proposte operative. Attenti, non è solamente un qualunque studio di computer science; “gli sforzi di ricerca sotto questo programma dovranno risultare in complete capacità operative”.
A differenza di quanto proposto da un colonnello dell'aviazione, abbattere i siti nemici con dei programmi botnet militari, il Research Lab sta incoraggiando un approccio più subdolo, “basso e lento”. L'attacco preferito consiste nel rimanere quieti e poi “esfiltrare di nascosto informazioni” dalle reti avversarie.
Ma, in definitiva, l'aviazione vuole vedere tutti i generi di “tecniche e tecnologie” per “ ingannare, bloccare, distruggere, degradare o annientare” sistemi ostili. E, “ in aggiunta a questi concetti principali” il Research Lab vorrebbe vedere studi sullo “sviluppo tecnologico difensivo e proattivo di botnet”, la “reinvenzione del protocollo stack di rete” e nuove antenne basate su nanotubi di carbonio.
Tradizionalmente i militari sono stati estremamente riluttanti nel parlare delle operazioni offensive on-line. Invece l’attenzione è stata normalmente posta sulla protezione da attacchi elettronici. Ma all’incirca nell'ultimo anno il tono è cambiato, ed è diventato più bellicoso. “Il dominio cibernetico, come terreno di battaglia, così come l’aria, favorisce l'offensiva”, ha detto Lani Kass, un assistente speciale del capo di stato maggiore dell'aviazione, che precedentemente aveva guidato la Cyberspace Task Force dei servizi. “Se nel campo cibernetico vi state difendendo vuol dire che è già troppo tardi”.
“ Vogliamo arrivare e buttarli a terra al primo round”, ha aggiunto il tenente generale Robert Elder comandante dello 8th Air Force, che si concentra su temi legati alla rete.
“Un avversario deve sapere che gli Usa posseggono, nella guerra cibernetica, potenti mezzi tanto hard quanto soft per attaccare l'informazione avversaria, oltra a un comando e sistemi di appoggio a tutti i livelli”, fa notare un recente rapporto del Dipartimento della Difesa. “Ogni potenziale avversario, da Stati nazionali a individui-canaglia… dovrebbe essere costretto a considerare… un attacco contro i sistemi Usa come avente conseguenze estremamente indesiderabili per la propria sicurezza”.
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