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mercoledì, 30 aprile 2008
È ancora la crisi alimentare ad essere al centro dell’attenzione delle discussioni in senso agli organismi internazionali per rispondere alle rivolte nei Paesi più poveri. Chiedono prezzi più adeguati per le materie prime necessarie alla sopravvivenza, vogliono cibo e solidarietà, per spezzare quell’assurdo circolo vizioso della speculazione finanziaria. Le proteste dei più deboli per rivendicare il proprio diritto a mangiare, ad esistere, sono le più pericolose e quelle che destano maggiori preoccupazioni: se crollano i Paesi poveri e si alzano le guerre dei più poveri, cadono anche le sicurezze su cui si adagiano le ricchezze delle economie ricche. A confronto, il crollo delle borse, o l’iperinflazione o il crack finanziario non spaventa tanto quanto le rivolte "per la fame", perché sono come un’onda che travolge anche gli Stati che credono di essere nel pieno del loro sviluppo, come Cina, India, Sud Africa, Brasile. I poteri forti tremano dinanzi alla destabilizzazione delle classi più deboli, perché da questa si propagano i movimenti del dissenso, gli stessi che hanno portato poi alle grandi rivoluzioni storiche.
Il problema richiede, dunque, una qualche reazione che dia l’impressione di una debole intenzione di tamponare una situazione così preoccupante. Così, nel corso della conferenza stampa di Ginevra dell’ONU, che ha anticipato la riunione del Segretario generale dell'ONU alla presenza di capi delle differenti istituzioni delle Nazioni Unite sulla crisi alimentare mondiale, Jean Ziegler, relatore speciale del diritto all'alimentazione, ha proposto di imporre una moratoria di cinque anni sui biocarburanti e di rompere la speculazione per dominare l'aumento dei prezzi alimentari. Come fa notare Ziegler, in un anno, il prezzo del grano è aumentato del 130%, il prezzo del riso del 74%, il prezzo della soia del 87%, e quello del mais del 53%, e l'aumento generale del 48% dei prezzi alimentari va così a colpire i paesi più poveri. Considerando che 2,2 miliardi di persone, vivono nell'estrema povertà e sotto le condizioni minimi di sostenibilità, una crisi alimentare equivale a compromettere gli equilibri mondiali, con un impatto che non è da sottovalutare. Tuttavia, secondo gli esperti ONU, la causa principale è da individuarsi nella trasformazione massiccia di alimenti in biocarburanti, mentre la speculazione sarebbe responsabile del 30% dell'aumento dei prezzi.
 " I biocarburanti sono un crimine contro la maggior parte dell'umanità. Prendete gli Stati Uniti. Un terzo della loro produzione di mais serve alla produzione di biocarburanti con 6 miliardi di sovvenzioni da cui ne traggono profitto 4 o 5 multinazionali", afferma Ziegler. Gli Stati Uniti non sono l’unico bersaglio della critica, rivolgendosi anche all’Unione Europea, affermando che " i commissari di Bruxelles hanno preso la stessa strada criminale con la loro direttiva che mira ad imporre il 10% di biocarburanti di qui al 2020, mentre la Svezia, in cui il 40% dei veicoli utilizzano del bioetanolo spera di raggiungere i 50% di produzione". Così Ziegler tuona che " non si può lottare contro il cambiamento climatico uccidendo delle persone."
Viene posto sotto accusa anche il Fondo Monetario Internazionale, che ha imposto la piantagione di prodotti destinati all'esportazione decretando così il declino dell'agricoltura di sussistenza, nonché l’Organizzazione Mondiale del Commercio che impone quote di importazione e di esportazione che non rispecchiano le esigenze della popolazione e delle economie nazionali, bensì delle società private. Non bisogna poi dimenticare la distruzione della biodiversità dei vegetali, a causa di coltivazioni ad alta produttività utilizzando organismi geneticamente modificati che hanno messo nelle mani delle grandi società la produzione alimentare e dei semi. L’accentramento della produzione di alimenti nelle mani di grandi società è stato un passaggio fondamentale per consentire il controllo del livello dei prezzi, che ora viene decretato non solo dalle borse valori, ma anche dagli Organismi Internazionali.
Così Ziegler propone di " fermare la speculazione delle borse" e di vietare la produzione di biocarburanti. È una soluzione interessante, anche se miope e fine a se stessa, perché vietare la speculazione equivale a controllare ogni singola operazione borsistica che ha ad oggetto commodities e titoli alimentari, nonché a cancellare ogni ingiusta imposizione da parte del FMI e del WTO, a togliere il monopolio dei semi e delle coltivazioni a multinazionali come Monsanto e la Cargill. Per realizzare tutto questo, è necessario mettere in discussione l’interno Ordine Mondiale, costruito proprio sotto gli occhi delle Nazioni Unite, che ora si vogliono battere per dare l’impressione di "voler limitare i danni". È una grande ipocrisia che nasconde l’ennesima speculazione e uno sporco sabotaggio ai danni di entità ben definite. Come ricorda anche il Presidente brasiliano Lula, " quelli che criticano i biocarburanti non criticano mai il prezzo del petrolio" per spiegare l’incredibile rialzo dei prezzi, né le entità che si nascondono dietro il FMI che impone piantagioni "colonialiste", e dietro il WTO, che perpetua una politica completamente contraria  agli interessi dei paesi martiri afflitti.
La stessa ipocrisia la leggiamo nelle parole del direttore del FMI Dominique Strauss-Kahn, che vede in futuro un peggioramento ineluttabile della crisi alimentare mondiale, con il rischio di sfociare in una guerra perpetua. Le sommosse della fame in numerosi paesi, " mette in causa la democrazia dei regimi, anche se talvolta non è un loro errore". " Le popolazioni si ribellano al loro governo, lo criticano, fanno cadere dei governi democraticamente eletti…quando la tensione va al di là della messa in discussione della democrazia, ci sono i rischi di guerra", ha affermato Strauss-Kahn, osservando che " la storia è piena di guerre che sono cominciate a causa dei problemi di questo genere". " Il peggio, purtroppo, forse è davanti a noi", afferma Kahn con riferimento soprattutto di Cina e India, nei confronti dei quali rivolge il consiglio di scegliere la carta del " protezionismo" verso i Paesi produttori di derrate alimentari, ma di " aumentare il commercio internazionale, di aumentare i flussi".
È ovvio, dunque, che la crisi alimentare apre uno scenario tutt’altro che inaspettato, considerando che può essere utilizzata come strumento per destabilizzare dall’interno dei Paesi che hanno trovato una strategica collocazione nel sistema economico. Da una parte vi è infatti la Cina, forte della sua produzione industriale e degno avversario degli Stati Uniti, e dall’altra vi sono i Paesi Sud Americani e Mediorientali, che grazie al petrolio e all’etanolo hanno voltato le spalle ad un passato di povertà. La speculazione finanziaria e la "morale" sui biocarburanti divengono così nelle mani delle potenti entità economiche delle vere e proprie armi non convenzionali, da utilizzare per infliggere l’ennesimo colpo a degli avversari politici ed economici.
mercoledì, 30 aprile 2008

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Per telefonare a Zapping: numero verde 800 055 101, dal lunedì al venerdì, ore 19.40-21.00
L’agenzia delle entrate ha messo on line tutti i redditi dichiarati dai cittadini italiani nel 2005. Chiunque può accedere liberamente, senza essere identificato.Gli è stato suggerito dalla Ndrangheta, dalla Mafia, dalla Camorra e dalla Sacra Corona Unita. Padoa Schioppa e Visco, con la benedizione di Prodi e del centro sinistra unido che mai sera vencido, hanno eseguito. I rapimenti di persone saranno facilitati, il pizzo potrà essere proporzionato al reddito dichiarato. La criminalità organizzata non dovrà più indagare, presumere. Potrà andare a colpo sicuro collegandosi al sito dell’agenzia delle entrate.
I nullatenetenti e gli evasori non avranno comunque nulla da temere. Chi paga le tasse sarà punito, chi ne paga molte potrà essere sequestrato, taglieggiato, rapinato.
Le rapine in villa si faranno finalmente in tutta Italia e non saranno concentrate nel Lombardo Veneto.
Gli odi familiari troveranno libere manifestazioni, chi non ha concesso un prestito in famiglia e ha un alto reddito sarà finalmente smascherato.
Follia, questa è follia. Dopo l’indulto che ha liberato le carceri questo ex governo di imbelli, presuntuosi e deficienti fornisce ai criminali le informazioni sul reddito e l’indirizzo di casa dei contribuenti. Pagare le tasse così è troppo pericoloso, meglio una condanna per evasione fiscale che una coltellata o un rapimento. Il rapporto fiscale è tra il privato cittadino e lo Stato e tale deve rimanere.
Inviamo una mail al prossimo ministro dell’Economia Giulio Tremonti perché ristabilisca le regole della convivenza civile e blocchi l’accesso a chiunque di dati sensibili privati.
Nei prossimi giorni cercherò di capire chi è l’ispiratore di questa schifezza. È giusto che tutti lo vengano a sapere e che risponda delle eventuali conseguenze.
P.s. Da domani e per tutto il mese di maggio potete continuare a firmare per i referendum del V2-Day. I banchetti allestiti per giovedì 1 maggio: Altamura, Busto Arsizio, Castellana, Foggia,Gubbio, L'Aquila, Milano, San Benedetto del Tronto, Soleto, Solofra, Viareggio

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martedì, 29 aprile 2008
Caro Travaglio, io ho le prove che tu non sei libero. Non mi dilungo, te le espongo in breve e ti assicuro che non sto parlando del fatto che, ad esempio, tu ti rifiuti di parlare di temi come il Signoraggio bancario, nonostante esso sia una piaga aberrante artificiosamente inflitta alla vita di ogni singolo italiano, che ne paga un prezzo altissimo.
No, Marco, parlo di altro. Tu non sei libero perché tu oggi sei una Star; perché sei in prima serata TV ogni settimana e proprio nel luogo dove secondo te “…chi non ha il guinzaglio in questo momento non lavora e chi ci lavora in un modo o nell’altro un suo guinzaglio ce l’ha”; perché sei lì anche tu, col trucco di scena, con i riflettori sparati su di te, col megaschermo dietro le spalle che amplifica il tuo verbo; perché giri l’Italia fra il tripudio dei fans club, che ti adorano; perché sei un’Icona. Tutto questo è Potere, è meravigliosamente forte, è oppio. Una volta assaporato, non se ne può più fare a meno. E allora Marco, quando dovesse capitarti di scorgere qualcosa che non va, e proprio nelle strutture che ti garantiscono quel Potere, quell’inebriante vivere, quel tuo oppio, e intendo una stortura, magari proprio del marcio, un’omertà, o la negazione di un qualsiasi principio morale o di un diritto, tu che faresti Marco? Lo denunceresti? Spareresti cioè un siluro alla base stessa delle fonti della tua inebriante fama? Li manderesti a gambe all’aria assieme a gran parte del tuo status di celebrity? Cioè svergogneresti e denunceresti chi ti trasmette e il loro megaschermo? Chi ti pubblica ogni parola senza fiatare? Chi ti amplifica nelle piazze dei centomila? Chi ti fornisce il tuo oppio? Oppure chiuderesti un occhio? E magari anche tutti e due? Perché lo sai bene come reagirebbero alla tua denuncia: sarebbe rancore, veleno, isolamento per te, cellulari che non ti rispondono più, inviti che non ti arrivano più, amici che, ops, non ci sono più, il tuo volto che scompare dagli schermi e dalla memoria.
Te lo dico io, caro Marco: tu li chiuderai gli occhi. E sai perché? Perché una volta assaporata la fama, lo stradom, e cioè il Potere, non se ne può più fare a meno. Dall’oppio non ci si stacca, dal Potere neppure. Tu non torni Guarino, Staiano, Ferrieri, e cioè uno per cui la TV è un oggetto del salotto, spenta più spesso che no, e non un palcoscenico fondamentale. Tu non torni uno da serate con 23 spettatori a chiacchierare pacatamente di un libro da 2000 copie se va bene, forse due autografi alla coppia di pensionati all’uscita. Tu non potresti più oggi vederti oscurato a 360 gradi e sepolto nella dimenticanza del grande pubblico. Non ce la faresti. E allora ti chiuderai gli occhi all’occorrenza, eccome che li chiuderai, e non sei più libero.
Io non so se ti è già capitato di abdicare così alla tua libertà e alla missione di libero informatore; forse sì, forse non ancora. Ma ti porto un esempio dove questo è già accaduto, accaduto a una persona a te vicina, che tu stimi, a un’altra ‘paladina’ della libera informazione a mezzo stardom: Milena Gabanelli. Come te lanciata da quell’emittente pubblica dove, secondo le tue stesse parole, “ci può essere qualcuno che ha il guinzaglio ed è pure bravo, è difficile, ma non è escluso; la regola è comunque che ciascuno deve essere controllabile e ciascuno deve essere prevedibile, ciascuno deve avere qualcuno che garantisce per lui altrimenti sulla base delle proprie forze e delle proprie gambe lì dentro non ci si entra”. Come te adorata, presente sulle riviste patinate, premi a profusione, fama, tanta… oppio. Ebbene quando nel 2004 Milena Gabanelli si trovò a dover scegliere fra l’adesione al principio sacro della difesa della libertà di informazione, con i rischi tremendi che essa comportava per la sua fulgida carriera, o la difesa di quest’ultima, ella chiuse entrambi gli occhi, senza esitazione, né rimorso, né patema alcuno. E gettò alle ortiche la sua missione di ‘paladina’ del coraggio televisivo, per assecondare proprio le fonti del suo Potere, della sua celebrità, del suo oppio. In collusione con l’editore RAI, partecipò a uno dei peggori casi di Censura Legale che si ricordi, e ancora oggi vi partecipa, ovvero un colpo al cuore della libertà d’informazione in questo Paese. Proprio lei.
Concludo Marco. Con dei nomi e tre domande.
Ivan Illich, Noam Chomsky, Howard Zinn, John Pilger, Rachel Corrie… Giovanni Ruggeri, Giorgio Ambrosoli, Corrado Staiano, Ilaria Alpi, Peppino Impastato… Li hai mai visti in prima serata RAI, CBS o FOX, ogni giovedì, tutto l’anno, primo piano, trucco di scena, megaschermo alle spalle?
Sono mai sopravvissuti per 20 anni in RAI, CBS o FOX, scalando i gradini della carriera per poi posizionarsi in prima serata sei mesi all’anno, pubblicità e inserzionisti al seguito, editoriali su riviste di prestigio? Hanno mai tuonato dalle piazze di Roma, New York o Los Angeles, al culmine di tourné teatrali con biglietti prezzati alla Rolling Stones, e fulmineamente impacchettate in Dvd, libri, compilations, pronta vendita su carta di credito?
Sono mai stati tutto questo, Ivan Illich, Noam Chomsky, Howard Zinn, John Pilger, Rachel Corrie, Giovanni Ruggeri, Giorgio Ambrosoli, Corrado Staiano, Ilaria Alpi, Peppino Impastato?
No.
Il coraggio di chi è veramente libero porta altrove, lo si trova altrove, mai lì dove sei tu. Pensaci Marco.
Cordialmente,
Paolo Barnard
martedì, 29 aprile 2008

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Nel 2008 la crescita della produzione in Italia è stimata in 0,5%. Solo qualche mese fa si scommetteva sull’unoequalcosa%. Finirà sotto lo 0%. Una possibile stima è di MENO 0,5%. Ci sarà una recessione dura, ma all’italiana. Il calo della produzione equivale a un calo dell’occupazione. Una recessione si traduce in centinaia di migliaia di posti di lavoro in meno. In Italia l’occupazione invece salirà e scenderanno gli stipendi. E’ il trend degli ultimi anni.
Come funziona? Si trasforma un lavoratore dipendente in precario. Un terzo dello stipendio di prima, addio alla pensione e nessuna sicurezza (che costa) sul lavoro. L’equazione è semplice. Più recessione = meno stipendio, più precari (e quindi più occupazione) e più caduti sul lavoro. Il numero di precari è arrivato a circa cinque milioni, c’è spazio per migliorare. L’intera popolazione italiana. L’abolizione dell’articolo 18 di cui si discute è, in fondo, un aiuto alla crescita del precariato e dell’occupazione. E anche dei morti di fame. La recessione è mondiale, ma la coppa del mondo l’abbiamo già vinta noi. Stime di crescita in Europa e dintorni per il 2008: Slovacchia 7,4%, Russia 7,0%, Ucraina 6,4%, Polonia 5,3%, Repubblica Ceca 4,8%, Turchia 4,6%, Norvegia 3,4%, Irlanda 3,2%, Grecia 3,1%, Svezia 2,5%, Olanda 2,3%, Ungheria 2,2, Belgio 1,9%, UK-Germania 1,7%, Francia-Danimarca-Portogallo 1,6% (*).
Siamo gli ultimi degli ultimi, ma proposte reali per il rilancio del Paese non ci sono. Il motivo è semplice: per cambiare vanno travolti gli equilibri sui quali si regge il Sistema. Che da solo non si riformerà mai. Quanti sono rimasti a produrre reale ricchezza in Italia? Quanti sono i parassiti? I primi diminuiscono, i secondi aumentano a vista d’occhio insieme ai precari, ai nuovi poveri, al debito pubblico. Prima dell’euro si svalutava la lira, oggi si indebita, con allegria, la Nazione con nuove emissioni di titoli di Stato.
I problemi economici del Paese, per esempio l’Alitalia, si risolvono indebitandolo. Ma la corda si spezzerà. Nel 2008 pagheremo circa 70 miliardi di euro di interessi sui titoli emessi. Circa quattro finanziarie, belin. Nel 2009 gli interessi saranno di più, per tre motivi. Il primo è che l’Italia è considerata a rischio e per competere con i titoli di Stato degli altri Paesi deve garantire interessi più alti. Il secondo è che il debito pubblico aumenta. Il terzo è che la nostra produzione sta calando. Alla catastrofe, ma con ottimismo.
(*) Fonte: Consensus Economics
Esempio di giornalismo:
La Repubblica (più di 16 milioni di euro di contributi pubblici annui al gruppo L'Espresso) dopo il V2-day riporta: "In 50mila allo show di Grillo" e un articolo di Francesco Merlo

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La Repubblica per il primo maggio 2007: "Piazza san Carlo dove hanno parlato i leader sindacali davanti a 100mila persone"

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lunedì, 28 aprile 2008
Contro Soru, affondo Cagliari
anzi no, scusate: ritiro tutto
il ruggito di leon-coniglio Emilio
Floris nel pallone: toccata e fuga
Sarebbe stata una riedizione di “Mezzogiorno di fuoco” a Sant'Elia: se il duello di sabato sotto il sole della dodicesima ora, tra Renato Soru ed Emilio Floris, fosse stato ad uomini pari. Con personaggi così dispari, uno scontro senza storia. Quello minore potrà ancora sparare nel mucchio e colpire gli spettatori: ma ne uscirà comunque distrutto. Emilio Floris cuor di leone immaginario ha lanciato il ruggito del coniglio: ma è stato messo in fuga da Renato Soru. Presenta una rotta come una vittoria: era e resta nel pallone. Toccata e fuga: alquanto ignominiosa.
Riepilogo. Il sindaco un mese fa ha firmato l'accordo di programma da 220 milioni pronti e spendibili, Messi sul tavolo da Renato Soru per:
- abbattere i palazzacci di S.Elia e rifarli a nuovo con fronte mare e porticciolo, riscattando il borgo-ghetto;
- realizzare il grande campus universitario di La Plaja;
- costruire il museo Betile, destinato a dare un prestigioso assetto di eccellenza al vecchio Lazzaretto. Opere, lavori e lavoro (cantieri, occupazione, movimento) imponenti.
Una botta di vita per Cagliari, gli imprenditori, gli artigiani, muratori e quant'altro. Per cambiare faccia e passo alla città dove oggi è più degradata ma in uno scenario meraviglioso: S.Elia. Destinata a essere vetrina della città, con i palazzi rifatti, una suggestiva sky-line sul mare, il porticciolo, un museo che sarebbe il punto di attrazione culturale su uno sfondo da cartolina, il recupero sociale.
Floris impari da Nizzi: il G8 aiuta Soru ma evviva, grande chance per tutti
L'avesse proposto Belzebù in persona, un sindaco sveglio e pensoso della sua città l'avrebbe abbracciato: pur digrignando i denti e segnandosi. Facendo comunque buon viso a cattiva sorte per sé ma eccellente per la comunità che governa. Guardate Settimo Nizzi, pimpante e arrogante ex sindaco di Olbia. Quando Prodi e Soru annunciarono il G8 a La Maddalena, pur sapendo che l'evento avrebbe giovato elettoralmente all'odiatissimo presidente della Regione, zittì i critici forzisti tuonando: “È un'occasione straordinaria, unica per la Gallura e tutta la Sardegna”. Testuale: basta controllare i giornali e tg sardi. Allora, il G8 comporterà finanziamenti per circa 200 milioni: meno della cifra disponibile per Cagliari e saranno spalmati anche in costose infrastrutture aeroportuali, portuali, stradali tra Olbia, La Maddalena e mezza Gallura. Nel nostro caso, i 220 milioni per Cagliari sono concentrati in due quartieri e in una struttura museale discutibile quanto si vuole ma di grande originalità e prestigio.
L'opposizione contro il Betile dell'assessore Pellegrini. Pellegrini chi?
Qualcuno ricordi le iniziali critiche feroci contro la Cittadella dei musei: per tutto quel cemento a vista - travi, pilastri, campate enormi - tra mura trecentesche, edifici militari del Novecento e pietra bianca (quella di Bonaria). Il tempo ha dimostrato che i due progettisti veronesi erano dei fuoriclasse. Così andrà per il Betile. Alla faccia dell'assessore Giorgio Pellegrini, che disprezza il progetto e chissà, avrebbe fucilato gli architetti della Cittadella e dell'Exmà. In età avanzata, l'assessore non è ancora riuscito ad avere una cattedra universitaria. Ma vuol essere censore di maestri riconosciuti. È lontano anni luce da Renzo Piano, Vittorio Gregotti, Massimiliano Fuksas: per citare tre grandi archietti italiani. E da Zaha Hadid, la progettista del Betile, di prestigio internazionale. Oltre gli edifici già costruiti e in via di completamento (a Roma il Maxxi di Arte contemporanea, costo 175 milioni), ha progettato il museo Guggenheim di Taiwan, la sede della Compagnia marittima di Marsiglia (con una torre dalle pareti curve alta cento metri), la Stazione ferroviaria dell'Alta Velocità, di Napoli-Afragola, il grattacielo "CityLife" a Milano, la Stazione marittima di Salerno e il Rhegium Waterfront di Reggio Calabria. Però non piace a Pellegrini. Pellegrini chi? Chi è - anche col supporto dell'avv. Edoardo Usai, già assessore ai Grandi Eventi immaginari di Cagliari - per esprimersi su un architetto fra i più prestigiosi del mondo? Emilio Floris si rimette al suo giudizio: abusivo. È un medico: potrà parlare quando sarà anche presidente della Società mondiale di architettura, non ex regionale delle cliniche private.
Il sindaco-travicello lasciò massacrare il Poetto: basta danni a Cagliari
Perché molta parte all'opposizione del Comune all'accordo di programma ruota attorno al Betile. Ripetiamo: lecito che abbia detrattori più o meno squalificati. Ma si può per questo bloccare un imponente piano di lavori? Èquel che sta tentando di fare Emilio Floris, sindaco-travicello. Lo stesso che non levò una parola di protesta per il massacro del Poetto e rinviò di un anno l'esame dello scempio dopo una seduta di poche ore in Comune: lasciando mano libera a Balletto. Dopo aver firmato l'accordo (sostenuto dal suo assessore Campus) con Soru, si è rimangiato tutto. Ragioni addotte: l'avviso di garanzia inviato dalla Procura a due tecnici del Comune per Tuvixeddu dopo i rilievi dovuti della Forestale. Mandante Soru, dunque: come se il presidente desse e a palazzo di giustizia accettassero ordini da lui: è quasi vilipendio. Tutto pretestuoso. In realtà una parte della sua maggioranza (An e Udc) lo pressano perché blocchi tutto, minacciando di levargli l'appoggio (escluso) alla nomination per le regionali.
Il dietrofront: nessun cantiere di Soru a Cagliari prima delle regionali
Qual è il vero motivo? La destra non vuole che si aprano grandi cantieri a Cagliari nei prossimi mesi: cruciali per il voto regionale del 2009. Perché farebbero impennare il consenso a Soru. In una città dove il centrosinistra - benché con partiti inesistenti e imbelli - grazie a un'opposizione sociale, civile e culturale spontanea, alle elezioni politiche del 13-14 aprile ha quasi raggiunto il centrodestra che governa, controlla e comanda tutto da vent'anni ininterrotti. Il dissenso carsico, quasi senza rappresentanza, si è manifestato nelle urne nella sua grande, imprevista dimensione. Gettando nel panico la destra. Quindi, fucili puntati su Floris: blocchi i cantieri di Soru o sarà la rovina per tutti. E il sindaco-tentenna-traballa, rispose. Ritirata la firma sull'accordo: muoiano le opere, si gettino i 220 milioni purché Soru non trionfi. Una gestione da nemico numero uno di Cagliari: ma lui è il sindaco, dovrebbe fare l'opposto. Invece si copre dietro un miliardo di contestazioni: nessuna a suo tempo per Sergio Zuncheddu e altri: anzi, deroghe, volumetrie aggiuntive, cambi di destinazione. Il tutto brandito da una ridicola commissione presieduta da un giovane ingegnere di belle speranze e nessuna esperienza. Ma militante dell'Udc: il partito più in cagnesco a Soru, non per caso in sintonia con Antonello Cabras, al quale ha fatto vincere le primarie nel Pd. Il partito del sodal-sulcitano Giorgio Oppi, che vuole tornare alla Regione da Sua Sanità.
Centrosinistra, protesta a S.Elia: Floris e destra inseguono e copiano
All'ombra di questa commissione, Floris rovescia il tavolo, spaventato dalla sua temerarietà. Ma sa che non la passerà liscia. Non solo perché in Comune il centrosinistra prova a uscire dalla decennale narcosi. Anche perché imprenditori, organizzazioni di categoria (inclusi quelle anti-Soru militanti) vogliono con tutte le forze che il piano si realizzi e si spendano quei 220 milioni. Il sindaco si è allarmato quando il centrosinistra, anche stimolato dal nostro giornale (scusate ma è un ruolo concreto e lo rivendichiamo: alla faccia dell'Unione Sarda che copre Floris su tutta la linea contro Cagliari) ha organizzato una conferenza stampa proprio a Sant'Elia, feudo elettorale del sindaco e della zarina Ada Lai. In fretta e furia ne ha messo in piedi una sua, fissandola un'ora dopo nello stesso quartiere. Inseguimento disperato, col fiato grosso, sicuri di arrivare comunque secondi, cioè ultimi. Ma dalla mossa in extremis poteva scaturire comunque il possibile “Mezzogiorno di fuoco” Soru-Floris.
Duello saltato, povero sindaco-ombra anche sotto il sole. Soru ha annunciato: il piano lo scriva il Comune, a noi va tutto bene: purché le opere si facciano e i soldi si spendano. Il Betile è importante ma non determinante. Contano il rifacimento del quartiere, il suo riscatto urbanistico e sociale, assieme alla realizzazione del campus universitario. Un colpo di scena che ha messo Floris in mutande. Aveva iniziato la sua conferenza stampa distribuendo un piccolo dossier. Parafrasava e ribaltava il titolo del nostro settimanale largamente citato (“Floris peggior nemico di Cagliari”) con un uno opposto: “È Soru il vero nemico di Cagliari”. Emilieddu si stava producendo nel suo affondo quando l'assessore Cappellacci gli ha consegnato un fatale bigliettino. Contenuto: le dichiarazioni appena fatte, a cento metri di distanza, da Soru.
Emilieddu al tappeto: ho vinto io. Dal ko all'ok: purché il piano si faccia
Un disastro e una fortuna. Floris non poteva più accusare di alcunché il presidente: affidava al Comune la formulazione del piano dicendosi pronto a firmarlo comunque, dimostrando d'essere interessato solo alla sua realizzazione. Botta imparabile, comunque salvifica per la città. Ma ha anche salvato il povero “the flowers” dalla china rovinosa. Nonostante la copertura del gruppo Unione, tutti hanno capito che Floris (e altri con e dietro di lui) voleva solo bloccare l'apertura dei cantieri, le opere e i lavori. E adesso, pover'uomo? Toccata e fuga. Con comica finale. Il sindaco vuole essere considerato vincitore (morale, ai punti, per squalifica o per lancio della spugna?), rivendica la pari dignità al tavolo delle trattative. Ha annunciato che il Comune non vuole fare da solo ma opererà con la Regione. Ci mancherebbe il contrario. L'idea, la volontà e i soldi ce li ha messi tutti Soru: il sindaco solo i bastoni fra le ruote. Ora vedremo se la conversione è autentica, se davvero non creerà altri ostacoli, se sosterrà lealmente un programma così straordinario: in caso contrario, bisognerà davvero organizzare la rivolta civile dei cittadini. Se il piano andrà in porto, pronti a proclamare il sindaco vittorioso. Come quel pugile massacrato dall'avversario (storia dell'indimenticabile Beppe Viola) che all'angolo del ring, prima dell'ultimo round, chiedeva all'allenatore: “Come vado?” E quello, incoraggiante: “Se l'ammazzi, forse pareggi”.
lunedì, 28 aprile 2008
Appena svaniti i clamori della campagna elettorale, siamo felici che alcuni, importanti “nodi” della politica italiana siano stati finalmente sciolti. Soprattutto, finalmente s’interviene nei trasporti i quali, come la scuola, la sanità e il lavoro, rappresentano realtà importanti per gli italiani, nella vita d’ogni giorno.
Per il lavoro, con la de-tassazione degli straordinari, il problema è risolto: invece di lavorare 8 ore, ne lavorerai 10 e guadagnerai 1500 euro invece di 1300. Fatto. Aumentano gli infortuni perché sei più stanco? Mettiti il casco e taci, fannullone.
Della scuola si sa poco: informazioni non confermate affidavano Viale Trastevere a Sandro Bondi, ma si tratta con ogni probabilità di uno scherzo. Si sa, Bondi è buontempone: tutto sommato – però – dopo la Moratti ed il Fiorone, un guitto assiso alla suprema cattedra non ci starebbe male. Ma era Bondi o Boldi? Non sappiamo, tanto sono intercambiabili. Anche sulla Sanità, c’è mistero: appena condannato un ex ministro di Berlusconi (Sirchia, 3 anni per “mazzette” sulle apparecchiature degli ospedali), è meglio soprassedere sul futuro successore. Tanto, negli ospedali italiani, c’è libertà di crepare anche senza ministro.
Quello che più ci sovviene, invece, è sapere che la vicenda di Alitalia ha finalmente “imboccato” il giusto corridoio aereo. Confessiamo d’aver punto esperienza sul volo: una innata ritrosia – unita a considerazioni fisiche sulla scarsa densità del fluido definito “aria” – ci ha finora preservati dal salire sui rombanti cilindri alati.
Ascoltando, però, le molte – sagge – considerazioni esposte da esperti rappresentanti delle istituzioni, delle parti politiche e, infine, da personaggi del jet set, abbiamo tentato di farci un’opinione. Tenendo saldamente i piedi per terra. Il primo punto che ci è saltato agli occhi, è che lo Stivale non è baciato dalla fortuna per il trasporto aereo: fosse una padella od un uovo, avremmo maggiori chance. Sì, perché la “natica” del Bel Paese – definita sommariamente “Nord” – ha una larghezza approssimativa di 600 chilometri, e le principali destinazioni dell’area distano mediamente 250-350 chilometri. Ora, non è molto conveniente recarsi all’aeroporto più vicino – sia esso Caselle, il Marco Polo od Orio al Serio, per atterrare a Ronchi dei Legionari od a Malpensa: con i tempi di trasferimento alla città che dobbiamo raggiungere, si fa prima a prendere il treno.
Diversa la situazione dello stivale vero e proprio: qui, le distanze aumentano considerevolmente e rendono appetibile la velocità del mezzo, che compensa il trasferimento alla città di destinazione.
Ovviamente, se devo raggiungere Milano da Palermo, avrò convenienza a scendere a Linate: con un taxi e con la metro, posso sperare di giungere in centro abbastanza in fretta. Diverso è il caso se dovrò scendere in un grande aeroporto situato in aperta campagna, fra le province di Novara e di Varese, ossia a Malpensa.
Malpensa, però, non è nata per i brevi trasferimenti interni, bensì come “ponte di lancio” verso il pianeta, le destinazioni internazionali.
Anche qui, però, casca l’asino: per andare a Tokyo od a Los Angeles, non ha molta importanza se parto da Fiumicino o da Malpensa. Molto spesso – mi raccontano amici che fidano più di me nella scarsa densità dell’aria – è conveniente raggiungere un altro aeroporto europeo (Londra o Amsterdam, ad esempio) per questioni di convenienza economica: l’importante è che il sistema di trasferimento intermedio funzioni in tempi brevi.
In definitiva, ci sono due sistemi di trasporto a confronto: uno, prevede che da molti punti “A” del pianeta si raggiungano altrettanti punti “B” di Gaia. Gli utenti di quei punti saranno ovviamente avvantaggiati dalla comodità del volo diretto: il problema, è definire se ci sono abbastanza utenti che da un determinato punto “A” vogliono raggiungere un certo punto “B”. Altrimenti, i costi lievitano.
Un secondo metodo prevede invece che da un aeroporto qualsiasi di una nazione si raggiunga un solo punto “A”, dal quale partono voli per il punto “B”, a sua volta unico (o quasi) nel paese di destinazione.
A ben vedere, è la stessa logica che regna nel trasporto terrestre: milioni d’autotreni si spostano incessantemente da una miriade di punti “A” ad altrettanti punti “B”, ordinatamente in coda sulle aerovie terrestri chiamate “autostrade”. La logica intermodale prevede, invece, che chi deve spedire merci le invii ad un determinato punto “A” – un nodo intermodale – nel quale affluiranno le merci dell’area, le quali saranno distribuite su vari vettori – ferroviari, marittimi od aerei – fino ad un punto “B”, laddove un container, ad esempio, terminerà il viaggio su strada per brevi tratte. L’UE, definisce queste brevi tratte nell’ordine dei 50 Km: questo sarebbe il “raggio d’azione” del trasporto su strada. Invece, il legname della Scandinavia viaggia su camion fino all’Italia, e gli esempi si sprecano: basta osservare un giorno “d’ordinaria follia” sulle nostre autostrade. Non starò a tediare il lettore con i racconti che giungono dalle terre dei Goti, dei Franchi e dei Germani, laddove si sono ingegnati a trasportare le merci sfruttando le vie d’acqua interne e la navigazione di cabotaggio: noi – eredi di Caio Duilio – non accettiamo lezioni dai popoli barbari.
Proprio per mostrare la magnificenza di Roma ai popoli nordici, abbiamo deciso di costruire l’ottava meraviglia del mondo moderno: un ponte sul mare che unirà la Sicilia alla terraferma. Lo faremo sfidando gli Dei e la malasorte, giacché – proprio in quei luoghi – si sono verificati i terremoti più devastanti che abbiano colpito Enotria. Ergeremo torri ciclopiche all’interno delle città – che avranno una cubatura paragonabile a quella delle Twin Tower – poi stenderemo un nastro d’acciaio e cemento che unirà due terre le quali – affermano i geologi – s’avvicinano inesorabilmente di 1 cm l’anno. Sarà poco, sarà tanto? Ovviamente, i sostenitori del ponte s’affrettano ad affermare che la cosa non è minimamente da prendere in considerazione, così come il regime dei venti che regna nello Stretto.
Non c’interessa tanto la disputa tecnica sull’argomento, quanto rispondere ad una domanda: ma, questo ponte, serve veramente?
Ritornando alla questione del traffico aereo, abbiamo un dato confortante: le tratte aeree fra la Sicilia e le principali destinazioni del paese – Napoli, Roma, Pisa, Bologna, Bari, Milano, Torino, Trieste – sono vantaggiose, poiché la tratta è considerevole e compensa ampiamente i trasferimenti da/per gli aeroporti.
Si tratta quindi di lavorare più sul fronte delle tariffe e degli aeroporti, per renderle le prime più accessibili alla popolazione, e più moderni i secondi.
Non si capisce proprio perché, un siciliano che può raggiungere Milano in un paio d’ore, debba “scoppiarsene” 24 di treno. Se, invece, vuole proseguire con l’auto, sono già disponibili i traghetti veloci per Genova: 18-20 ore, meno di quello che ci si mette in autostrada, a meno di scambiare l’A1 per la pista di Monza.
Se la prospettiva è invece quella del turismo – soprattutto straniero – ci sembra un’idea peregrina quella di far viaggiare due pensionati tedeschi da Francoforte a Palermo in treno.
Rimane il trasporto delle merci, per le quali sembrerebbe affascinante l’idea d’eliminare quel paio d’ore che comporta il trasbordo dei treni sui traghetti. Anche qui, però, l’idea d’affidare al solo ponte il trasferimento delle merci da/per l’Europa, non ci sembra la miglior soluzione.
In fin dei conti, il ponte risolve i problemi di un solo percorso – fra i tanti – che le merci seguono per/dalla Sicilia.
Se osserviamo la posizione dell’isola, scopriamo che rappresenta proprio il centro del Mediterraneo: gli scambi – esaminando il problema in una prospettiva europea e mediterranea – non avvantaggiano chi si propone di portare dei treni in Calabria, bensì chi pensa di commerciare con Atene e Barcellona, Marsiglia e Trieste, Genova e Tunisi…
La prospettiva dei trasporti merci da/per l’isola non è quindi quella prevalentemente ferroviaria, bensì quella marittima: a tal riguardo, la Sicilia è ampiamente dotata di porti, magari da potenziare, ma già presenti.
Fra l’altro, i prodotti dell’industria petrolchimica siciliana già oggi viaggiano prevalentemente sul mare, poiché quel tipo di materiali (prevalentemente liquidi) usa le comuni petroliere e gasiere.
I rifornimenti e le esportazioni da/per l’isola sono più convenienti se avvengono via mare: una nave fluviale/marina, già oggi, può condurre merci da Palermo ad Anversa. In un prossimo futuro, i canali europei saranno in grado di consentire il passaggio delle navi del tipo V – 2.000 tonnellate di portata utile – mentre il sistema Reno-Danubio consente già il passaggio a navi da 3.000 tonnellate. Non dimentichiamo, inoltre, le tradizionali tratte marittime: Genova, Napoli Barcellona, Algeri, Patrasso, Trieste…
Sommando le due esigenze – trasporto prevalentemente aereo per i passeggeri e marittimo per le merci – a cosa serve costruire quel ciclopico ponte?
La logica è la stessa che ha portato a costruire Malpensa: colate di cemento che arricchiscono soltanto chi le compie, null’altro. Sottolineiamo che, qui, non si tratta del classico “no a tutto”, ma della critica ad un sistema di trasporto che ci vede ultimi, in Europa, per flessibilità e convenienza.
La logica italiana è, invece: “Vediamo quel manufatto quanto rende, in termini di ricchezza per i nostri amici costruttori e per le casse dei nostri partiti senza dimenticare – ovviamente – le nostre tasche”. Questo è il diktat che sta dietro a Malpensa, al Ponte sullo Stretto di Messina ed alla TAV. Nient’altro.
Succede poi, per star dietro alle richieste di tutte le forze politiche – di maggioranza e d’opposizione – che la compagnia di bandiera di un Paese non esteso, che non ha molte, lunghe tratte interne che rendano convenienti i voli interni, pensi di “raddoppiare” il terminal principale per i voli internazionali, quando altre nazioni più estese si guardano bene dal farlo. E’ ovvio che si fa la fine del classico vaso di coccio.
Tutto l’ambaradan viene cacciato allora in una campagna elettorale, dove ciascuno cerca di tirare le ali dei velivoli dalla propria parte, con il risultato di fracassare la carlinga.
Per salvare il salvabile, allora, si cacciano dalle tasche degli italiani 300 milioni di euro – per queste cose si trovano sempre, per gli ospedali e le pensioni da 512 euro non ci sono mai – e si fa un “prestito ponte”, di quelli che saranno resi il giorno del mai. Speriamo che, domani, non ci chiedano una altro “ prestito per il ponte”. C’è, però, una soluzione “strutturale” dietro l’angolo, pronta per mostrare che il futuro governo sa già oggi cosa fare: correte italiani – di là dei monti e dei mari – per salvare la compagnia di bandiera. Non si può rispondere picche agli amici degli amici, e allora si nicchia. Tronchetti-Provera non “prova” e dubita, ma afferma che forse sì, se c’è qualcuno che sa condurre una compagnia aerea, si può fare…se il piatto è ricco mi ci ficco, altrimenti…poi arriva “l’amico” Putin e promette che…sì…Aeroflot s’interesserà…vedrà…sempre, però, “salvaguardando i propri azionisti”.
Insomma, nessuno sembra concedere ampio credito alla “chiamata alle armi” di Berlusconi: tutti meno uno. L’unico che afferma “sì, si deve dare una mano” è un tizio che – coloro i quali hanno già qualche capello grigio – ben conoscono, e risponde al nome di Salvatore Ligresti.
La storia di questo onest’uomo è nota: nasce a Paternò, in Sicilia, ma “mette a frutto” le sue doti nella Milano “da bere” degli anni ’80. Come altri “miracolati”, investe la classica “fortuna” che non si sa da dove spunta e, negli anni ’80, è considerato il più potente immobiliarista di Milano.
Purtroppo, finisce nella rete di Mani Pulite, ma non si cruccia: “scarica” Craxi ed ottiene così il patteggiamento della pena, due anni e quattro mesi. Che sconta, ovviamente, in affidamento ai servizi sociali: lor signori non ingombrano mai le carceri.
Non intendiamo in questa sede riprendere l’infinita vicenda politico/affaristico/giudiziaria di Salvatore Ligresti: il lettore potrà trovare sul Web ottimi articoli di Gianno Barbacetto e d’altri illustri giornalisti che tratteggiano, con sconforto, “l’ineluttabilità” del controllo politico/finanziario da parte di questa gang che ci governa.
Oggi, Totò Ligresti “dà una mano” per Alitalia. Grazie, non è il caso, dovrebbero rispondere politici che non si servono, per sanare i problemi, di pregiudicati, anche se d’alto bordo.
Invece, pare che Alitalia – come ricordato dal buon Vauro – finirà per diventare “Aligresti”, o forse peggio. Con buona pace dei leghisti che difendono Malpensa, con l’ausilio di finanzieri pregiudicati ed in odor di mafia, già condannati per reati di corruzione: padron Berlusconi s’è rivolto, come sempre, a chi di dovere. Similis similia solvitur, già affermavano gli alchimisti.
lunedì, 28 aprile 2008
Viene di nuovo presentato al vaglio dell’Europarlamento il controverso caso della riforma delle telecomunicazioni fermamente voluta dalla Commissione Europea. Gli europarlamentari, portavoci del volere dei Governi nazionali nonché specchio degli interessi di alcuni tra le grandi società europee, cercano di far arretrare le pretese della Commissione e così di attenuare i toni della riforma che rischiano di sconvolgere l’attuale assetto societario ed economico delle telecomunicazioni.
Le discussioni del Parlamento Europeo hanno sollevato interessanti argomentazioni che aprono ad ulteriori riflessioni in vista delle moderne problematiche correlate alla protezione dei dati, alla monetica e all’accesso dei canali di informazioni, sino ad arrivare ai futuristici scenari della trasmissione wireless dell’energia. Due sono i principali elementi su cui si sta lottando in seno al Parlamento, quali la separazione delle reti di infrastrutture ed i servizi, assieme alla creazione del "super-regolatore" del settore, ossia di un mostro burocratico sotto il controllo della Commissione Europea.
Come sappiamo, la separazione delle reti è un approccio che si cerca di applicare a diversi settori, su vari livelli di organizzazione dei sistemi produttivi e ai processi più disparati, quali quello dell’energia elettrica, del gas, sino a quello amministrativo-burocratico. Alla base di tale concetto, vi è la convinzione che separare la gestione dell’infrastruttura dall’offerta dei servizi porti ad un significativo guadagno dell’efficienza dell’intero settore, considerando che il "divide et impera" è una formula che funziona da secoli e si adatta perfettamente alla società del "rent" nella quale stiamo entrando. Infatti, l’infrastruttura, che nasce come monopolio naturale e dunque nelle mani di società statali o privatizzate di recente, verrebbe data in gestione ad entità specializzate che avranno così la facoltà o il dovere - a seconda dell’ottica più o meno pessimistica che si assume - alle società di servizi, che possono così essere anche una miriade, le quali si occuperanno dell’offerta vera e propria. A tale soluzione si sono opposti in molti, e non solo tra le fila dei più accaniti conservatori "complottisti" ma anche tra le maior delle telecomunicazioni - forse anche perché non voglio perdere il controllo né sul primo né sul secondo ramo - che ritengono che la separazione delle reti porti ad una indefinita moltiplicazione dei costi, gravando "inutilmente" sui consumatori finali.
Secondo il piano elaborato dal Commissario alle Telecomunicazioni Viviane Reding sulla base del modello britannico, gli operatori, se conservano la proprietà delle infrastrutture, hanno obbligo di dare ai loro concorrenti un accesso senza discriminazione alle loro reti, e ogni smantellamento degli operatori e delle loro infrastrutture potrà essere solo volontario. Un passaggio questo ritenuto fondamentale perché secondo la Rending gli attori del mercato approfittano del controllo delle infrastrutture per escludere i nuovi entranti e così limitare la concorrenza, riferendosi in maniera particolare a France Télécom e Deutsche Telekom, ai quali è possibile ricondurre il controllo dell'80% delle connessioni con grande flusso in seno all’Unione Europea. Tuttavia secondo le autorità francesi, dividere le reti non migliorerà la concorrenza, adducendo come motivazione il fatto che i gruppi potrebbero essere reticenti ad investire nelle nuove reti del futuro, prendendo proprio come esempio proprio la situazione della Gran Bretagna in cui la separazione funzionale è già operante e ha portato alla stagnazione degli investimenti.
Tra l’altro, il progetto dalla separazione funzionale delle reti ha già scosso l’opinione pubblica francese e tedesca - e non quella italiana, ovviamente - spingendo i sindacati e le associazioni di categoria ha presentare le prime proteste formali. Il CFE-CGC di France Télécom si è infatti rivolto a Sarkozy, ricordando come "una notizia del genere porterà alla perdite di professionalità specializzate, e ad un trauma supplementare dopo la radicale privatizzazione della società", considerando che "la crescita del mercato delle telecomunicazioni non passa attraverso la costituzione dei grande operatori integrati" oltre al fatto che si avrà una riduzione massiccia del personale impiegato.
Accanto alla separazione delle reti, il Commissario Rending vede la creazione di un'autorità europea di regolazione delle telecomunicazioni che comprende i 27 regolatori nazionali attuali, che andrà coordinata ad una riorganizzazione del gruppo dei regolatori europei per conferirgli un potere di supervisione sull'insieme dei mercati regolamentati. Un piano di riorganizzazione che nei fatti rievoca la struttura della Banca Centrale Europea, con la costituzione di un’unica centrale di controllo delle normative, delle frequenze e di ogni decisione di riorganizzazione, smembramento o cessione delle reti o dei servizi delle telecomunicazioni.
Ed è proprio su tale progetto che si gioca lo scontro più delicato ora in seno al Parlamento Europeo, che ha sollevato non poche perplessità considerando che il "super-regolatore" avrà competenze sulle frequenze radio-elettriche utilizzate per la telefonia, la radio o la televisione. È stato fortemente attaccato dalla Germania, che con un’opinione unanime, afferma che il progetto di creazione di un'autorità di regolazione europea "va contro i principi di sussidiarietà e di deregolamentazione", e inizierebbe "un processo irreversibile, che non potrebbe essere più abolito, tale da portare alla scomparsa delle autorità di controllo nazionali." Gli europarlamentari hanno infatti mostrato i loro dubbi proprio sull' "eccesso di burocrazia" e sul graduale trasferimento di competenze dai regolatori nazionali, proponendo invece un bilanciamento dei poteri tra le autorità degli Stati Membri e quella europea. È stato così presentato così il progetto di "un organo dove siederanno i regolatori nazionali che avranno un presidente eletto dai membri, che possono approvare le relative decisioni con una maggioranza dei 2/3, salvo eccezioni". Un organismo simile all'attuale organo che riunisce le authority nazionali, l’ERG, peraltro molto criticato dalla Commissione per la sua mancanza di azione, e il cui sviluppo era stato citato come un'alternativa al nuovo super-regolatore. Allo stesso tempo, dalla parte francese, giunge la proposta di prevedere un sistema di arbitraggio per eliminare il diritto di veto da parte della Commissione Europea, sulle decisioni prese dai regolatori nazionali per "garantire la concorrenza".
Su tale braccio di ferro si deciderà così non solo il futuro del settore delle telecomunicazioni, ma anche del potere sul sistema radio-televisivo e mediatico, con un forte impatto sulle risorse a disposizione delle intelligence nazionali. E' chiaro invece che la Commissione Europea preme sempre di più per garantire sotto il suo stretto controllo le authority e i comitati di sorveglianza per i settori strategici economici europei, che saranno anche i fururi canali per il settore bancario ed energetico.
lunedì, 28 aprile 2008

Destra e sinistra non esistono. Esiste un gruppo di affari. L'Italia è il suo business. Le nostre tasse sono le sue entrate. I media sono la sua voce. Non esistono giornalisti buoni e giornalisti cattivi. Esiste l'informazione di regime. E' solo una questione di sfumature tra l'Unità e il Giornale, tra il Tg1 e il Tg5. Non esistono giornalisti, esistono persone che hanno il coraggio di manifestare la verità e diventano eroi, star, cittadini sotto scorta. Esistono persone che scrivono, parlano, comunicano. Si chiamano uomini e donne. Esiste l'ordine naturale di chi sa leggere, scrivere, parlare e usa queste sue capacità per descrivere il mondo. Nessuno è un giornalista, tutti siamo giornalisti. In Rete tutti siamo giornalisti. I giornali e le televisioni sono il passato. Il V2 day ha dimostrato che l'informazione è in Rete. I filmati delle città che hanno partecipato al V2 day sono in Rete. Centinaia di testimonianze del V2 day a Piazza San Carlo sono in Rete. Le firme raccolte complessivamente per i tre referendum sono circa 1.500.000. Non è mai successo nella storia della Repubblica in un tempo così breve. Per ogni referendum sono necessarie 500.000 firme. Per tutto il mese di maggio la raccolta continuerà con i banchetti. E' necessario il maggior numero di firme per raggiungere un margine di sicurezza. A luglio 2008 Beppe Grillo consegnerà le firme alla Corte di Cassazione. L'informazione in Italia non si può più riformare. E' andata in metastasi nei consigli di amministrazione delle banche e delle industrie, negli uffici stampa dei partiti, nei salotti buoni. Va creata una nuova informazione in Rete. Il 25 aprile i partigiani dell'informazione sono scesi in piazza. Il 25 aprile è sceso in piazza anche Testa d'Asfalto con Ciarrapico. Indovinate chi sono stati i preferiti di Topo Gigio, dei pidini doc e dei loro giornali. Siamo tutti Don Peppone e siamo tutti Don Camillo. La Storia non si può riscrivere, ma il futuro si può creare, inventare. La verità è il nostro futuro. Teniamo la fiamma accesa.
Esempio di giornalismo:
L'Unità dopo il V2-day riporta: "Piazza San Carlo non può contenere più di 40.000 persone"

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L'Unità per il primo maggio 2007 in piazza San Carlo: "Almeno 100mila persone"

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lunedì, 28 aprile 2008

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Il V2-day è stato un successo perché quasi 500 piazze in Italia e all’estero hanno partecipato, perché sono state raccolte 1.300.000 firme in un giorno, perché 120.000 persone hanno ascoltato per sei ore in piedi sotto un caldo estivo economisti, ambientalisti, operai, matematici e anche Beppe Grillo. Ma il V2-day è stato un successo enorme, straordinario soprattutto per la reazione dell’informazione. Per il silenzio dell’informazione. Per la comicità dell’informazione con i telegiornali che hanno dedicato tre minuti all’orango Petronilla di Roma e neppure un secondo al V2-day. Cinque minuti allo squalo bianco della California e neppure un secondo a due milioni di persone che sostenevano un referendum popolare.
L’informazione di regime è stata il miglior sponsor del V2-day. Imperdibili alcune mie inquadrature dal basso in modo da non far vedere la gente. E’ la stessa tecnica usata dal regime comunista polacco per la visita di Giovanni Paolo II nella sua prima visita in Polonia. C’erano milioni di persone, ma sembrava che parlasse al vuoto.
Ragazzi, se non ci foste voi mi sentirei un po’ a disagio, un po' solo. Comincerei a pensare che il pazzo sono io. Che è giusto che un politico possieda tre televisioni nazionali. Che l’Italia sia considerata semilibera per l’informazione da istituti internazionali. Che in Parlamento ci siano 70 tra condannati, prescritti e rinviati a giudizio. Si, il pazzo sono io e lo siete anche voi che siete scesi in piazza in questo bellissimo, solare, 25 aprile.

Piazza San Carlo Torino, 25 aprile
Siamo pazzi di libertà. Grazie, ancora grazie, passerei le ore a gridarvi grazie dalla finestra. So che mi sentite.
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