|
|
|
lunedì, 31 dicembre 2007
Tecnologie, sintomi, protezione, link e fonti informative
I.Tecnologie tipiche ed ipotizzate di controllo mentale, energie dirette e molestie elettroniche in uso:
Le tecnologie di molestie elettroniche in uso sono di tipo differente a seconda che vengano utilizzate dalle bande locali o da organizzazioni internazionali (la criminalità organizzata, le aziende private e le società segrete). Quelle usate dalle organizzazioni internazionali possono comprendere l’uso di tecnologie ad energia diretta quali i laser, raggi di energia a radiofrequenza, l’olografia, l’interferometria, le radiazioni elettromagnetiche, le onde radio, i satelliti, i radar, robot elettronici in miniatura, la "polvere intelligente", ecc. In generale le tecnologie utilizzano energie dirette che non sono visibili all’occhio umano e che possono viaggiare per migliaia di chilometri.
Queste energie dirette possono attraversare la gran parte delle sostanze quali i muri, gli edifici, i metalli, le montagne e migliaia di chilometri di terra. Quando un raggio di energia diretta si interseca con un altro raggio o con un insieme di raggi di energia diretta, il punto di intersezione può creare una tasca di radiazione nella vittima. Le tasche di radiazione create da raggi di energia diretta possono venire ingegnerizzati in modo tale da poter contenere onde sonore, messaggi, stress termico, pressione, forme simulate di radiazione elettromagnetica, messaggi telepatici, simulazioni di realtà virtuale e olografiche.
Ad esempio due raggi di radiofrequenza che presi separatamente, potrebbero avere proprietà di radiofrequenza innocue, potrebbero avere proprietà dannose di radiofrequenza mista quando si combinano al punto di intersezione. Raggi di radiofrequenza mista potrebbero venire utilizzati per simulare il suono cambiando le proprietà di pressione (espansione e compressione) di gas e liquidi all’interno del corpo umano e intorno ad esso. Si ipotizza inoltre che raggi di radiofrequenza con frequenze dell’ordine di cento megahertz o maggiore (frequenze di TV UHF, telefoni cellulari, e FM) potrebbero venire usati per molestie elettroniche.
Raggi di energia diretta possono seguire e localizzare un soggetto umano continuamente mediante la creazione di indici olografici nella matrice olografica terrestre. Possono venire impostati dei computer per conservare dati e indici olografici di parametri biometrici come i pattern vocali, ossei e dell’aura umana. Un sistema computerizzato potrebbe semplicemente emettere un segnale che contenga un indice olografico di un modello biometrico di una specifica persona. Il modello biometrico olografico evoca una risposta olografica dalla specifica persona che viene cercata all’interno della matrice olografica della terra. Un sistema computerizzato potrebbe allora ricevere la risposta olografica che fa eco al segnale emesso, per localizzare la persona cercata mediante un indice olografico. Il sistema di matrice olografica della terra funziona come un gigantesco lettore CD. Una volta che il sistema computerizzato ha localizzato un soggetto umano, può puntare contro il bersaglio raggi di energia diretta e seguirlo con un pedometro. Si specula che i raggi di energia diretta possano essere deflessi dall’atmosfera oppure che vengano diretti attraverso la terra o altri oggetti direttamente da apparecchiature poste sul suolo controllate da sistemi computerizzati olografici utilizzando dei pattern neurali. Questi raggi di energia diretta possono venire usati come cavi di fibre ottiche per dirigere energia di mezzi e elettromagnetica sulle vittime prescelte. L’unico modo per bloccare i raggi di energia diretta puntati su un oggetto è di usare un campo di forza o un materiale che assorba o possa deflettere il 100% del raggio di energia diretta. Si ipotizza che tali campi di forza e materiali esistano, ma vengono tenuti top secret.
Maggiori informazioni possono essere trovate sul sito della Radiation Health Foundation Inc. http://www.rhfweb.com (http://www.rhfweb.com/research.html#speculation).
II. Sintomi tipici delle vittime di molestie elettroniche:
Poiché i raggi di energia diretta possono venire usati come cavi di fibre ottiche per puntare energia di mezzi, radiazioni ed elettromagnetica su un soggetto, le vittime potrebbero udire voci, vedere immagini, e percepire lo stress termico. Dato che alcune parti del corpo come gli occhi e i genitali non possono ridurre bene lo stress termico, le vittime di molestie elettromagnetiche provano spesso lo stress termico negli occhi, che provoca problemi visivi. I laser possono dirigere verso un soggetto umano immagini telepatiche sintetiche, immagini olografiche e simulazioni di realtà virtuale che possono venire usate per controllare i sogni, i pensieri e le emozioni. I laser possono inoltre dirigere verso un soggetto umano dei messaggi subliminali. Raggi di energia diretta possono essere usati per puntare sulla vittima radiazioni a certe frequenze e energie per controllare gli istinti basilari e le funzioni biologiche. Raggi di energia diretta possono provocare attacchi epilettici, spasmi muscolari, movimenti muscolari controllati, insonnia, ustioni e tagli da laser. A volte le vittime di molestie elettromagnetiche vengono prese come bersaglio da organizzazioni internazionali per controllarne le abilità spirituali, psichiche e interdimensionali come il sogno e la manipolazione di energia.
III. Ulteriori link e siti web sul controllo mentale e le molestie elettroniche:
Sito della Radiation Health Foundation Inc. http://rhfweb.com
Hypothetical mind control projects [Progetti ipotetici di controllo mentale] (http://www.rhfweb.commcproj.html)
lunedì, 31 dicembre 2007
Con quest'intervento inauguriamo la pubblicazione a puntate del dossier "Mafia e Servizi Segreti" di Giorgio Bongiovanni, già uscito su "Antimafia Duemila", il periodico che dirige.
L' Italia è una Repubblica fondata sul segreto. Segrete sono le strategie politiche, segrete sono le organizzazioni criminali, segreta è la verità sulle stragi, segreti sono i servizi che servono a mantenere i segreti.
Segreta è la vera storia del nostro Paese. Segreto è il vero volto della realtà. Per un semplice motivo: il potere si fonda sul segreto. Giuseppe de Lutiis riporta nel suo libro "I servizi segreti in Italia" (Ed. Riuniti) una celebre citazione di Hans Enzenberger: "... il segreto di Stato è diventato uno strumento di dominio di prim'ordine (...) Il mana del segreto di Stato viene ripartito tra i suoi detentori e li immunizza, ognuno secondo il suo grado di iniziazione, contro la discussione.
Il numero dei segreti di Stato che uno conosce diventa la misura del suo rango e dei suoi privilegi in una gerarchia sottilmente graduata. La massa dei dominati è senza segreti: non ha cioè nessun diritto di partecipare al potere, di criticarlo e di sorvegliarlo".
Forse nessun paese del mondo cosiddetto civile-occidentale come l'Italia detiene un così alto numero di Segreti di Stato legati a vergognose stragi di cui, a distanza di decine di anni, si conoscono a malapena gli esecutori materiali. Una tragica anomalia che affonda le sue radici nella storia stessa della nostra democrazia, non quella scritta dai vincitori, ma quella ricostruita con certosina pazienza da chi ha avuto la perseveranza ad aspettare e l'audacia di indagare tra i documenti e le prove seppelliti dai segreti di stato e dai depistaggi. Che, fortunatamente, come ogni cosa, non possono durare per sempre. Giustizia e Verità, invece, sono ancora molto lontane. Forse perché non appartengono a questo mondo.
Terra di mezzo
Un documento dell'Oss (Office of strategic service, il servizio segreto americano), datato tra il 1946 e il 1947, descriveva così il nostro Paese:Al giorno d'oggi, l'Italia è un vasto campo di battaglia politica e di intrighi tra le maggiori potenze (Russia, Gran Bretagna e Vaticano).
Una situazione dovuta alla fine del suo ruolo di grande potenza, della sua posizione strategica nel Mediterraneo e, infine, dall'assenza di un forte governo centrale. Nel primo dopoguerra l'Italia si presentava quindi come una terra di mezzo ideale, per storia e geografia, quale campo di sperimentazione per i nuovi equilibri del mondo. Il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi, spiega in un libro intervista (Segreto di Stato, la verità da Gladio al caso Moro, Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri ed. Einaudi) che, all'indomani della firma di Yalta, la nostra penisola era a tutti gli effetti da considerarsi una nazione a sovranità limitata la cui posizione di frontiera al limite dei due imperi l'ha condannata ad una situazione di instabilità e di dipendenza quasi endemica che è stata mantenuta nel corso degli anni con sistemi e metodi tanto diversi quanto uguali.
Le pressioni del cosiddetto Blocco occidentale e del Vaticano da una parte e del Pcus sovietico dell'altra si ripercuotevano all'interno del nostro paese sia a livello visibile, cioè nella dialettica di governo, sia a livello invisibile con uno scontro clandestino e silenzioso di strutture parallele e segrete che si tenevano sotto controllo a vicenda. Di fatto le forze stesse della Resistenza, "Partigiani bianchi" e "Partigiani rossi", che avevano gettato le basi per l'ordinamento giuridico della nuova democrazia si trovavano su fronti ideologicamente e politicamente opposti. Che dovevano rimanere tali affinché il patto di Yalta fosse rispettato.
Non è poi da sottovalutare che in Italia, più che in ogni altra democrazia occidentale, il sistema politico italiano, da una parte e dall'altra, era condizionato da enormi flussi di denaro provenienti dall'estero. Per conseguire l'obiettivo il Blocco occidentale cui l'Italia aderiva per sua stessa sopravvivenza aveva creato in Europa una serie di nuclei occulti che rientravano in una vasta operazione denominata Stay-behind.
La tecnica di lasciare propri agenti occulti in territori occupati dal nemico (stay behind "restare dietro le linee"), specifica De Lutiis nel suo già citato libro, per conoscerne e contrastarne le mosse è stata perfezionata al punto da prevedere corpi appositamente addestrati a questo scopo. Nel 1951 il capo del Sifar (Servizio Informazioni Forze Armate), generale Umberto Broccoli, inviò al capo di Stato Maggiore della Difesa un promemoria nel quale proponeva la costituzione di una struttura con "carattere clandestino ed ordinamento cellulare tale da restare ignorata" ed aggiungeva che gli Stati Uniti avevano cercato di organizzare una cosa del genere ad insaputa dei servizi segreti italiani, ma che ora, chiarita l'incomprensione, erano disponibili a creare questa struttura di comune accordo.
Lavorarono quindi all'istituzione di "Gladio", inaugurata ufficialmente il 26 novembre 1956, tra le cui finalità, almeno sulla carta, c'era quella di addestrare gruppi di persone pronte ad organizzare nuclei di resistenza nei territori eventualmente occupati da truppe nemiche in caso di invasione militare nel Paese.
Il riferimento è ovviamente al possibile attacco comunista. Sull'altro fronte però, spiega Pellegrino, era stata creata anche una specie di Gladio rossa che andò pian piano definendosi come un organismo a carattere difensivo che, nel caso in cui il partito comunista fosse stato dichiarato fuori legge, avrebbe dovuto proteggerne e far fuggire i dirigenti. Gladio rimase un'organizzazione segreta dal 1956 al 1990 quando nel corso di tutt'altra indagine il ritrovamento di alcuni documenti spinse l'allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti a rivelarne pubblicamente l'esistenza. Furono resi noti i 622 nomi dei gladiatori, l'avvocatura di Stato proclamò Gladio "un'istituzione creata e disciplinata dalla pubblica autorità" e l'allora Presidente Cossiga ne riconobbe pubblicamente la legittimità vantandone addirittura la paternità. Ma non fu sufficiente per gettare luce sulle moltissime zone d'ombra rimaste.
In realtà fu sollevato più di un sospetto circa la partecipazione di Gladio al progetto di terrore e stragismo che mantenne costante l'instabilità dell'Italia. Chiarisce ancora Pellegrino che la Commissione stragi non ravvisò alcun elemento per provare responsabilità di Gladio nella strategia della tensione, tuttavia, scrive: "Considerando quello che è successo in Italia credo sia legittimo domandarsi se dietro questa facciata apparentemente ‘pulita' non si nascondesse qualcos'altro".E ancora: "non vorrei violare segreti istruttori, tuttavia posso dire che da un'indagine giudiziaria sta emergendo un'ipotesi clamorosa: cioè che quando Andreotti parlò per la prima volta di Gladio volesse in realtà gettare in qualche modo un osso all'opinione pubblica per coprire qualcosa di più segreto, di più occulto e probabilmente anche di più antico rispetto a Gladio".
Il riferimento ad una struttura sovranazionale e al di sopra delle parti ricorre incessantemente nella necessaria lettura tra le righe che si trova a fare qualsiasi storico o investigatore intenzionato a scoprire il filo logico di una storia di sangue troppo lunga e ancora troppo misteriosa. E viene dalle parole seppur spezzettate di autorevoli uomini dello Stato, ma anche del controstato e di quei Servizi Segreti di cui ancora oggi poco si capisce il confine nebuloso della deviazione.
Le prime dichiarazioni in proposito vengono pubblicate dall'Europeo il 17 ottobre 1974 che riporta l'intervista a Roberto Cavallaro, arrestato per cospirazione politica su ordine di cattura della Procura di Padova: "L'organizzazione esiste di per se in una struttura legittima con lo scopo di impedire turbative alle istituzioni. Quando queste turbative si diffondono nel Paese (disordini, tensioni sindacali, violenze e così via) l'organizzazione si mette in moto per cercare di ristabilire l'ordine. E' successo questo: che se le turbative non si verificavano venivano create ad arte dall'organizzazione attraverso tutti gli organi di estrema destra (ma guardi che ce ne sono altri di estrema sinistra) ora sotto processo nel quadro delle inchieste sulle cosiddette trame nere (Rosa dei venti, Ordine nero, la Fenice, il Mar di Fumagalli ecc..).
Sentito dal giudice Tamburino Cavallaro ripeterà le stesse considerazioni specificando che ai vertici dell'organizzazione vi erano "i servizi segreti italiani ed americani, ma anche alcune potenti società multinazionali".Rivelazioni prorompenti che seppur prese con le pinze indussero il giudice a chiederne conto al tenente colonnello Amos Spiazzi che per la sua lunga permanenza all'ufficio "I" (Informazioni) del Sid (Servizio Informazioni Difesa) non poteva essere all'oscuro dell'eventuale esistenza di un eventuale Sid parallelo o Supersid: "… Ricevetti ordini dal mio superiore militare, appartenente all'Organizzazione di sicurezza delle Forze armate che non ha finalità eversive ma che si propone di difendere le istituzioni contro il marxismo. Questo organismo non si identifica con il Sid, ma in gran parte coincide con il Sid"."Ma come è composto questo organismo parallelo di sicurezza? E' un organismo militare? – domandava il giudice Tamburino. "Mi risulta – rispondeva – che non ne facciano parte solo militari ma anche civili, industriali e politici". In altra sede ebbe poi a precisare ulteriormente: "l'Organizzazione ha carattere di ufficialità, pur con l'elasticità per quanto riguarda metodi e personale, di volta in volta definiti con disposizioni orali. In sostanza l'organizzazione è composta dagli alter ego della struttura "I" ufficiale".Il generale Vito Miceli, allora capo del Sid, nel corso di un'udienza al processo per il tentato "golpe Borghese" confermò l'esistenza di questa organizzazione supersegreta precisando: "C'è ed è sempre esistita una particolare organizzazione segretissima che è a conoscenza delle maggiori cariche dello Stato. (…) Si tratta di un organismo inserito nell'ambito del Sid. Comunque svincolato dalla catena di ufficiali appartenenti al servizio "I" che assolve compiti prettamente istituzionali, anche se si tratta di attività ben lontana dalla ricerca informativa".
Indagando poi sulle Br il generale Dalla Chiesa chiese all'allora colonnello Bozzo, che ne ha reso testimonianza in Commissione, di indagare su "una struttura segreta paramilitare con funzione organizzativa antinvasione ma che aveva poi debordato in azioni illegali e con funzioni di stabilizzazione del quadro interno, struttura che poteva aver avuto origine nel periodo della Resistenza attraverso infiltrazioni nelle organizzazioni di sinistra e attraverso un controllo di alcune organizzazioni di altra tendenza. Questo gruppo sarebbe continuato nel dopoguerra e avrebbe costituito la tecnostruttura destinata a muovere le fila sia del terrorismo di destra sia del terrorismo di sinistra".Allo scopo, sottolinea ancora Pellegrino, di mantenere ad ogni costo l'equilibrio stabilito da Yalta. Con lo scandalo della P2 emergono altre dichiarazioni come quelle rese dal generale Siro Rossetti, già responsabile del Sios-Esercito (Servizio Informazioni Operative e Situazioni esistente per tutte e tre le forze armate) e iscritto alla loggia che, riferendosi alle dichiarazioni di Miceli, aggiungeva: "L'organizzazione è tale e talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, della finanza e dell'alta delinquenza".Che in parole spicce significa che suddetta "organizzazione" può operare attraverso propri elementi nei settori sopra indicati per svolgere attività che spaziano dall'acquisizione di informazioni alla messa in esecuzione di azioni di varia natura. Il che vuol dire che questo organismo ha propri infiltrati in tutti i settori e in tutti gli ambienti, in tutti i gruppi e in tutte le associazioni cioè che non tutti neofascisti o i brigatisti sono tali, che non lo sono tutti i mafiosi, che ci sono finanzieri, bancari, ufficiali delle Forze Armate, funzionari di polizia, politici di tutti i partiti e giornalisti di ogni testata che fanno capo a questa "organizzazione".
L'alto ufficiale ha poi riferito un altro dato molto significativo: la struttura di cui parla è provvista di un elevatissimo numero di uomini capace di garantire l'assolvimento dei loro compiti nei campi indicati. Se questa sovrastruttura sia coincisa o coincida con Gladio o se questa ne sia stata solo un'espressione, parte di un "network" che difficilmente si può pensare essere terminato con l'uscita alla luce della struttura non lo sappiamo, è indubitabile però che sia quella che stabilisce le regole del gioco, quello "grande", di cui parlava Falcone. Ed è in questo quadro che va inserita Cosa Nostra, questo è il suo ambito di azione con la disponibilità di denaro, informazioni, uomini e silenzio che è sempre stata in grado di fornire.
Solo se si comprende il suo ruolo nella storia del nostro Paese, passata e presente, si può arrivare a capire perché nonostante l'impegno incessante di molti uomini delle Forze dell'Ordine, della magistratura e della società civile e l'arresto di tanti capi, continua ad esistere, a proliferare e a sembrare invincibile. E una delle tante vie passa proprio attraverso l'esplorazione del rapporto tra la mafia e i servizi segreti, che per comodità di concetto e linguaggio, intenderemo come "deviati". Quanto lo siano in realtà è molti difficile a dirsi.
Oltreoceano
La missione in Sicilia non poteva fallire. Per questo gli alleati decisero di muoversi per tempo creando una fitta rete informativa a scopo esplorativo, tanto per avere un'idea del "carattere" dei siciliani, per poi dare il via ad una sorta di "preparazione psicologica" all'invasione. Le condizioni dell'isola erano pressoché disastrose tra fame, sete e disordini di ogni genere. Il lavoro da fare era complesso, ma non impossibile. E la strategia partiva da casa.
I mafiosi che erano sfuggiti alla repressione del Prefetto Mori emigrando in America avevano fatto fortuna, esercitavano una rispettabile influenza e disponevano di non poche entrature in vari ambienti come quelli militari dove prestavano il loro ausilio come interpreti o strani accompagnatori, alcuni di loro furono addirittura arruolati direttamente nei servizi segreti della Marina Americana. Illustrissimi del calibro di Joe Profacy, Vincent Mangano, Nick Gentile, Vito Genovese e l'immancabile Lucky Luciano si resero disponibili ad offrire la loro preziosa consulenza sfruttando gli antichi legami mai interrotti con la terra natia. Per portarsi avanti, nel contempo, L'Oss (Office Strategic Service) mandò Max Corvo e Vincent Scamporino, il capo del settore italiano del secret intelligence, a Favignana dove erano rinchiusi i mafiosi "perseguitati" dal Prefetto di ferro e li fece liberare.
Dopo lo sbarco il loro primo incarico fu quello di mettere ordine, chi poteva farlo meglio di coloro che avevano sempre avuto un controllo serrato del territorio?In pochissimo tempo i padrini ripresero il comando e eliminarono con accanita sistematicità le decine di bande che infestavano l'isola, tutte tranne una: quella di Salvatore Giuliano ricondotta sotto l'egida della famiglia di Montelepre che controllava da giusta distanza la mitica azione rivoluzionaria del bandito. In men che non si dica venne a crearsi in Sicilia una catena di persone e personaggi, in numero sempre crescente, disposti a mettersi dalla parte dei vincitori.
I capimafia di fatto si sentirono nobilitati e vennero elevati al grado di "liberatori".Ma la vera legittimazione venne con l'assegnazione dei comuni ai vecchi boss che si ritrovarono di nuovo padroni dei loro feudi e con la fascia tricolore posta di traverso sul petto: Don Calò Pizzini divenne sindaco di Villalba, Salvatore Malta di Vallelunga, Genco Russo sovraintentente agli Affari Civili di Mussomeli e altri rivestirono incarichi ufficiali in diversi ambiti. A consentire il salto di qualità però fu la dimostrazione sul campo di quanto il potere mafioso potesse rendersi funzionale a scopi e scenari di ben più ampio respiro.
Dopo una prima fase di assestamento avevano ripreso vigore in Sicilia quei movimenti che sulla scia dei Fasci Siciliani, soppressi nel sangue prima della guerra, rivendicavano terra e diritti. A tal punto da costituire una forte coalizione di sinistra che sotto il nome di Blocco del popolo aveva ottenuto una netta vittoria alle prime elezioni regionali in Sicilia il 30 aprile 1947.Sul pianoro di Portella della Ginestra quel 1° maggio quindi non si festeggiava solo la tradizionale festa del lavoro ripristinata dopo anni di fascismo, ma anche e soprattutto la vittoria elettorale che rappresentava un grande cambiamento. Che però non era tollerabile.
Verso le dieci del mattino mentre uomini, donne, anziani e bambini si erano riuniti sotto il palco per ascoltare i comizi si udì un crepitio, come di "fuochi d'artificio". Trascorse qualche minuto prima che la folla si rendesse conto di essere al centro di una raffica di proiettili e cominciasse a scappare in ogni direzione. Per ventisette persone non vi fu scampo, altre undici furono gravemente ferite, per tutti gli altri rimase indelebile il segno della prevaricazione e del sopruso. Sono trascorsi quasi sessantanni da quel giorno e ancora non è stato possibile accertare la verità su mandanti e esecutori di quella che è diventata a tutti gli effetti la prima Strage di Stato.La storia dei vincitori, tre mille depistaggi e misteriose morti, ci ha offerto solo un capro espiatorio: quel bandito Giuliano che tanto attirava l'attenzione dei servizi segreti americani; prima incoronato colonnello dell'Evis, l'esercito indipendentista che voleva fare della Sicilia il 49° stato americano e poi pazientemente innalzato a paladino della battaglia per eccellenza: quella contro i comunisti, la canea rossa che andava estirpata!
Come aveva scritto niente di meno che al presidente Truman. Il povero Giuliano che sicuramente a Portella era presente e fece sparare i suoi uomini finì miseramente la sua carriera di bandito-eroe tradito e ucciso dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta cui non toccò sorte migliore, tradito a sua volta da un caffè corretto alla stricnina. Gusto amaro per tappargli la bocca per sempre dopo quelle sue altisonanti dichiarazioni che chiamavano in causa anche i vertici dello Stato.
Con la desecretazione di molti atti contenuti negli archivi segreti statunitensi, inglesi e italiani, oggi sono molti gli storici, primo fra tutti Giuseppe Casarrubea (Storia Segreta della Sicilia, Bompiani), a sostenere che a sparare a Portella non ci fosse solo Giuliano, ma anche gli americani e i mafiosi. Comunque sia andata l'effetto che ci si proponeva, cioè l'arretramento delle sinistre, fu ottenuto.
Il primo governo di unità nazionale costituitosi di lì a breve escluse completamente i partiti di sinistra dando vita così a quel fenomeno definito come Democrazia Bloccata. E si condannava così la Sicilia, come il resto del meridione d'Italia, all'indigenza e al sottosviluppo, continuo serbatoio per la manovalanza criminale cui le mafie, padrone di un territorio senza Stato, attingono le nuove leve pronte a tutto per un pezzo di pane e un misero sogno di gloria.
La mafia, Cosa Nostra, aveva così reso quel prestigioso servigio che le avrebbe garantito negli anni impunità e silenzio, quegli ingredienti necessari per farla diventare quella potenza criminale ed economica che è a tutt'oggi.
La partecipazione della mafia ad alcune delle vicende tragiche e ancora oscure che hanno scosso da sempre gli equilibri interni del nostro Paese è stata tale da indurre alcuni studiosi tra cui Emanuele Macaluso a definirla come una sorta di gladio siciliana.
Il suo iniziale "ingaggio", se così si può definire, da parte dei Servizi Segreti, con lo sbarco, la gestione del territorio e la risoluzione del problema Giuliano diviene, nel corso degli anni, con il rafforzamento economico, militare e politico della mafia una collaborazione la cui reale dimensione verrà poi disvelata dalle dichiarazioni dei pentiti. Tommaso Buscetta, il primo a spalancare al giudice Giovanni Falcone le porte di Cosa Nostra, spiegò, e all'inizio con non poca riluttanza, che durante uno dei suoi viaggi tra gli Stati Uniti e l'Italia, fece tappa in Svizzera per sentire in cosa consisteva l'offerta fatta a Cosa Nostra dal principe nero Junio Valerio Borghese perché la mafia partecipasse al tentativo golpista previsto per la fine degli anni Settanta.
A confermare le sue dichiarazioni anche Antonino Calderone, uomo d'onore della famiglia di Catania: "Mentre Liggio si nascondeva a Catania ricevette la visita di due capi di Cosa Nostra, Salvatore Greco "chicchiteddu" e Tommaso Buscetta che dovevano discutere con lui di una questione di notevole importanza: la partecipazione della mafia al cosiddetto Golpe Borghese del 1970". Il progetto di occupazione dei vertici dello Stato ideato da Borghese sarebbe dovuto scattare la notte dell'8 dicembre 1970 ma, per motivi mai pienamente chiariti, fu bloccato all'ultimo momento. Sempre tramite i collaboratori di giustizia sappiamo che sebbene alla fine Cosa Nostra decise di non prendere parte al progetto golpista risulta invece coinvolta nella "morte bianca" del giornalista Mauro De Mauro scomparso nel nulla la notte del 16 settembre 1970, probabilmente perché, data la sua passata vicinanza alla Decima Mas, era a conoscenza del progetto.
Oggi dopo cinquant'anni infatti l'unico ad essere sotto processo è Totò Riina. A riferire del coinvolgimento di Cosa Nostra nella cosiddetta strategia della tensione degli anni Settanta è ancora Buscetta quando spiega alla Commissione Parlamentare Antimafia che Cosa Nostra fece esplodere molte bombe in Sicilia in quegli anni perché: "dovevamo scassare la credibilità dello stato italiano".
Antonino Calderone, si legge nella sentenza di condanna al processo d'appello per la strage del rapido 904, è ancora più esaustivo sul punto: "… come ho già riferito, negli inizi del 1970 o meglio fine 1969 Cosa Nostra programmò una serie di attentati che dovevano essere eseguiti con ordigni esplosivi da collocare in varie città come Palermo, Catania ed Enna. Io stesso vidi uno di questi ordigni che era ad orologeria.
Questo programma, che prevedeva anche attentati a persone appartenenti a varie categorie, era volto a creare ‘bordello' e cioè marasma, confusione, in modo che il governo non si potesse orientare sulla provenienza delle varie azioni e non pensasse soltanto alla mafia. Incaricato di sovrintendere agli attentati dinamitardi era Madonia Francesco di Resuttana".Sempre Buscetta spiega che nel 1974 mentre si trovava in carcere gli fecero sapere che era in programma un altro golpe: "Ho ricevuto dal mio direttore del carcere, dott. De Cesare, la notizia che dopo pochi giorni sarebbe successo un colpo di Stato, e che io sarei passato, attraverso un brigadiere della matricola, per un cunicolo, sarei entrato in casa sua e sarei stato liberato".
Quando quattro anni più tardi venne sequestrato Aldo Moro, Buscetta, che era ancora in carcere venne contattato da un uomo legato a Frank Coppola e a quanto pare ai servizi segreti italiani affinché Cosa Nostra si interessasse per la sua liberazione, ma non agì in nessun modo poiché comprese che non vi era interesse a liberare lo statista. Sul finire del 1979 racconta ancora il pentito dai mille segreti che rivelò, e probabilmente in parte, solo dopo la morte del giudice Falcone, che una non meglio precisata entità avrebbe chiesto a Cosa Nostra di uccidere il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Una dichiarazione che ha trovato una conferma formidabile solo di recente quando intercettato dalle cimici poste nel suo salotto il capo del mandamento palermitano di Brancaccio, uno dei più potenti, Giuseppe Guttadauro ha commentato con Salvatore Aragona, altro mafioso: "Salvatore…ma tu partici dall'ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…". "E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore…".Rivelazione inquietante che riapre ancora una volta la questione dei mandanti esterni che chiesero, seppur in convergenza di interessi con Cosa Nostra, l'esecuzione del generale, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta Domenico Russo.
La verità giudiziaria che ha condannato all'ergastolo gli esecutori tra cui Nino Madonia, Calogero Ganci, diventato poi collaboratore di giustizia, ha infatti lasciato irrisolti i tantissimi quesiti sui reali moventi dell'eccidio. Se da una parte infatti il generale, in soli cento giorni a Palermo, aveva già dato un assaggio di quella che sarebbe stata la sua politica antimafia a tutti i livelli: politico, sociale e militare Cosa Nostra aveva in questo senso solo un interesse preventivo nei confronti del suo operato. Molti invece erano i segreti a conoscenza del generale dopo anni di onorato servizio dell'Arma per avere partecipato alle indagini sulle Br ed essere stato a conoscenza dei tanti retroscena del sequestro Moro.
La stessa dinamica dell'agguato presenta anomalie che suggeriscono una responsabilità solo parziale della mafia. A comporre il gruppo di fuoco quel giorno uomini d'onore di primissimo piano tra cui Pino Greco Scarpa, della famiglia di Brancaccio e fedelissimo di Riina, e Antonino Madonia reggente, assieme al fratello Salvo, dell'antico ed influente mandamento di Resuttana. Racconta il Ganci che Pino Greco era a bordo di una moto, mentre egli stesso e Madonia seguivano l'A112 del generale a bordo di un'auto. Mentre il Greco cominciava a sparare contro l'Alfetta dell'agente di custodia, la macchina con a bordo Madonia la superò per affiancarsi a quella del generale. Il killer, abbassato il finestrino, girato, appoggiato con le spalle contro il cruscotto e le ginocchia sul sedile, aveva aperto il fuoco contro le due vittime. Pino Greco, sopraggiunto qualche minuto più tardi, aveva infierito contro l'auto del generale ormai ferma. Al termine dell'operazione – prosegue il collaboratore - tra i due boss si era scatenata una violenta discussione.
Greco accusava Madonia di aver colpito per primo il generale, levandogli così "la medaglia", ma soprattutto di averlo messo in pericolo rischiando di raggiungerlo con una scarica di proiettili. Effettivamente il comportamento del Madonia era stato alquanto imprudente per un professionista del suo rango e Pino Greco se ne era fortemente insospettito, tanto che, riferisce un altro collaboratore di eccezione Tullio Cannella, cominciò a chiedersi per quale ragione si era dovuto compiere un omicidio tanto eccellente e per conto di chi. Troppe domande persino per un capo come lui. Fu fatto uccidere da Riina in persona per mano del suo compagno più fidato Peppuccio Lucchese che gli sparò un colpo alla nuca, a tradimento, per essere sicuro al cento per cento che il suo spietatissimo amico non avesse nessuna possibilità di replica. In realtà il comportamento apparentemente inspiegabile del Madonia potrebbe trovare ragione nei rapporti occulti della sua famiglia con i Servizi segreti. Era il patriarca Francesco ad avere il coordinamento della strategia della tensione siciliana e forse solo attraverso di lui poteva arrivare l'informazione che non solo il generale doveva essere ucciso, ma anche sua moglie depositaria di molti segreti, come lei stessa aveva rivelato alla propria madre, che ne diede testimonianza a processo.
Molte ipotesi sono state sollevate alla ricerca dei reali mandanti dell'omicidio del generale e in plurime direzioni, dalla sua aperta dichiarazione di guerra ai grandi elettori di Andreotti in Sicilia che già da allora erano ritenuti più che contigui alla mafia, alle sue indagini sui patrimoni criminali, ma in questa prospettiva del "favore" richiesto a Cosa Nostra non può certamente essere tralasciato il grande peso di informazioni riservate di cui era in possesso il generale. Senz'altro sufficienti per consentirgli di comprendere quel filo di collegamento tra poteri forti e poteri criminali di cui aveva sospetto già ai tempi delle sue investigazioni sulle brigate rosse e di cui aveva parlato all'allora colonnello Bozzo. Non sono stati mai un mistero comunque la solitudine e l'isolamento in cui operò il generale negli ultimi anni della sua carriera ne che il suo telefono a villa Withaker fosse sottoposto a sorveglianza.
Il clima di veleno e di vuoto che vengono a crearsi attorno ad una vittima eccellente corrispondono ad una strategia specifica, progettata ad arte come nei migliori manuali d'intelligence, e si è ripetuta ossessivamente per tutti i terribili efferati omicidi che hanno insanguinato in modo particolare la Sicilia. Fino a quando perdurò in Italia la strategia della tensione Cosa Nostra ne fu coinvolta con una sorta di competenza territoriale, agiva per lo più in "casa" e ovunque avesse le sue basi più stabili. Un esempio in questo senso ci viene direttamente dalla sentenza di secondo grado del processo per la strage di Natale in cui l'esplosione del rapido 904 avvenuta alle 19,08 circa del 23 dicembre 1984 uccise 16 persone e causò il ferimento di 260 passeggeri. Tra i condannati all'ergastolo Pippo Calò, reggente del mandamento di Porta Nuova, e soprannominato il "cassiere della mafia" perché incaricato per conto di Riina e di tutta l'organizzazione di riciclare i grossi proventi del traffico di droga. Per questa ragione si era trasferito a Roma dove aveva creato un vero e proprio avamposto di Cosa Nostra affiliando alcuni componenti della nota Banda della Magliana e da dove si era inserito in grossi business tra cui quelli con il faccendiere Flavio Carboni in Sardegna che lo coinvolgeranno anche nell'omicidio del banchiere Roberto Calvi.
I giudici d'appello, ripercorrendo l'intera vicenda, analizzano il coinvolgimento della mafia nei suoi rapporti con la destra eversiva e organizzazioni mediorientali per via dell'utilizzazione dei medesimi traffici di stupefacenti ed armi, ma non hanno dubbi nel rilevare che il suo raggio d'azione vada inserito in un quadro ben più vasto."Le stragi come questa – scrivono i giudici – non sono mai fini a se stesse poiché esse sono in funzione di una utilizzazione del massacro in chiave latamente politica. Il termine ‘latamente' sta ad indicare una utilizzazione indiretta, propria dei fatti di strage, commessi da gruppi interni al nostro Paese, gruppi che, come dimostrato, non rivendicano mai pubblicamente il fatto, non avendo interesse ad attribuirsene la paternità, per essere enormi e disumani gli effetti, ma che raggiungono il risultato voluto, che è la creazione del terrore attraverso il compimento di una azione ad effetto destabilizzante".
La forza di Cosa Nostra si era accresciuta negli anni grazie ai grandi miliardi del traffico di droga, ma anche e soprattutto grazie alle coperture di cui godevano i vecchi boss come Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade, ereditati poi da Riina e Provenzano. Liggio, di cui si è sempre sospettato il legame occulto con i servizi, a protezione della sua lunghissima latitanza, dimostrò la sua influenza, anche al di sopra delle regole stesse dell'organizzazione, facendo assassinare il giudice Scaglione senza nemmeno informare gli altri due componenti del triumvirato. Oltre ad essere un nemico giurato di Cosa Nostra il giudice era il solo depositario dei segreti di Gaspare Pisciotta, il luogo tenente di Giuliano che indicò tra i mandanti della strage di Portella, i ministri Scelba e Mattarella.
Rivelazione che il magistrato non fece tuttavia in tempo a verbalizzare. Che Badalamenti godesse di entrature in ambienti istituzionali e in particolare nell'arma dei carabinieri è ormai storia così come l'appartenenza di Stefano Bontade alla massoneria. Le segrete alleanze con questi ambienti, se vogliamo, "deviati", aveva fatto di Cosa Nostra un'organizzazione criminale talmente potente, attrezzata, ramificata da presentarsi come "predisposta all'attuazione di un complesso piano criminoso" proprio per "il tipo di attività - spiegano i giudici – per l'imponenza degli investimenti economici e per la portata dell'attività criminale".Se nei primi anni Settanta Cosa Nostra viene "solamente" interpellata per partecipare agli eventi destabilizzanti di quegli anni, affidati invece nella propria parte operativa alle frange estremiste tanto nere quanto rosse, a partire dalla fine degli anni Ottanta sarà diverso il suo ruolo nel cambio di equilibri che porta al passaggio tra la fine della Prima e della Seconda Repubblica.
lunedì, 31 dicembre 2007
 |
Si va formando, lentamente ma con netta progressione, l'idea che la Cina sia il nuovo nemico. Non l'unico ma nuovo. Si è conclusa a Bali la conferenza mondiale sul clima, quella che ha riaperto il negoziato di Kyoto (in scadenza nel 2012). E mi pare che la prima tappa abbia detto che siamo nei guai. Siamo vuol dire tutti.
|
|
L'Europa è andata a Bali con una proposta: contenere l'aumento climatico entro i 2 gradi centigradi (rispetto all'inizio delle rivoluzione industriale). Ma il consenso mondiale attorno a questa proposta non c'è, e sarà molto difficile costruirlo. Eppure noi sappiamo già che la barriera del “più 2 gradi centigradi” non ci salverà da immani catastrofi nel tempo assai breve di una quindicina-ventina d'anni. Figurarsi se si andasse oltre, ai 3, 4, 5 gradi che si prevedono in caso non si rallenti drasticamente, fin da subito, l'emissione di anidride carbonica e di altri gas di serra nell'atmosfera.
Chi è il colpevole per questo stato di cose? Molti additano Cina e India, affermando che presto diverranno i principali emettitori di CO2. Perché? Perché si sviluppano a tassi altissimi di crescita del loro PIL: la Cina quest'anno oltre l'11% e l'India oltre il 7%.
Vera l'una e l'altra cosa, ma niente affatto vero che i principali responsabili del riscaldamento climatico siano e saranno loro. Yu Qingtai, il capo negoziatore cinese a Bali, che ho incontrato a Pechino alla vigilia dell'inizio del nuovo negoziato, ha ricordato che, anche se la Cina continuerà a svilupparsi a questo tasso di crescita, nei prossimi venti anni contribuirà al riscaldamento, con le sue emissioni pro capite di CO2, il 30% in meno dei paesi industrializzati.
Ed è un fatto innegabile che i circa 40 paesi industrializzati che hanno firmato Kyoto (i più saggi della combriccola, tra cui tutti gli europei) hanno mancato tutti gli obiettivi che si erano dati e hanno continuato ad aumentare le loro emissioni di CO2. E ancora più innegabile è che gli Stati Uniti non hanno neppure ratificato Kyoto e annunciano di essere contrari a ogni accordo che li vincoli in qualche forma a una riduzione controllata delle emissioni. Solo in extremis, a Bali, in condizioni di isolamento totale, gli Usa hanno ammesso a denti stretti che non si tireranno fuori dal negoziato. Ma non vuol dire niente sulle loro reali intenzioni.
L'ambasciatore Yu Qingtai, con il sorriso sulle labbra, faceva puntigliosamente il conto delle debolezze della Cina, e lo ha ripettuto a Bali: siamo il paese più popoloso della Terra, siamo in grande sviluppo ma siamo ancora un paese sottosviluppato, abbiamo un mix energetico in cui prevale il carbone (alto emettitore di CO2), disponiamo di poche tecnologie avanzate. Siamo impegnati a migliorare la situazione e a cooperare per un accordo internazionale. Ma ciascuno guardi prima di tutto in casa propria. I principali “riscaldatori” siete voi, paesi industrialmente avanzati, e lo sarete ancora nel prossimo e medio futuro.
E aggiunge, questa volta, senza sorriso: “e se siamo in questa situazione è essenzialmente perché negli ultimi 200 anni siete stati voi a combinare tutto questo pasticcio. Noi siamo appena arrivati sulla scena”.
Difficile negare l'evidenza, come è difficile negare che l'Occidente deve alla Cina molto più di quello che appare a prima vista. Mao Rubai, presidente della Commissione per la tutela dell'ambiente del Congresso nazionale del Popolo, aggiunge una considerazione: “Quando la Cina decise di ridurre l'aumento della popolazione imponendo un figlio per famiglia, chiese ai suoi cittadini un sacrificio enorme, tremendo. Il risultato è che oggi noi siamo trecento milioni di persone meno di quelli che saremmo stati. In termini di emissioni di CO2 questo significa semplicemente 1300 milioni di tonnellate in meno ogni anno.”
Ma, al di là dei meriti e demeriti, storici e attuali, della diverse componenti della famiglia umana, s'impone una svolta. Anche perché il riscaldamento climatico non aspetta le lente decisioni umane. Lo scioglimento delle calotte polari, in corso a ritmi che non hanno precedenti nelle serie storiche conosciute, significherà aumento dell'assorbimento del calore solare. Il metano – altro gas a effetto serra, perfino più isolante della CO2 - racchiuso nei ghiacci, si innalzerà nell'atmosfera a aggravare le cose. Se non si invertirà il corso dello sviluppo attuale, cominciando a ridurre le emissioni del 6% annuo, raggiungendo il picco di emissioni entro il 2018-2020, sarà impossibile ottenere la soglia di salvezza entro la metà del secolo. Il problema è che non stiamo facendo quasi niente. E la consapevolezza del dramma è di una infima minoranza della gente. Che, non sapendo, non può neppure immaginare cosa l'aspetta, né può disporsi a una difesa, preparandosi ad affrontare emergenze, cambiando il proprio stile di vita. Non è la Cina il nostro nemico: il nostro nemico siamo noi. |
lunedì, 31 dicembre 2007

“C'è una ragazza che è venuta a trovarmi, un'informatica dell'Alitalia, mi ha detto una cosa in cui credo. La verità è alla base non ai vertici. Alitalia sta chiudendo ma si sono già messi d'accordo: diventerà una compagnia low-cost, a basso costo, di Air France perché Berlusconi e Lunardi l'hanno svenduta in cambio dei finanziamenti per l'alta velocità Torino - Lione. L'hanno svenduta. Ma, d'altronde, tante cose cambieranno indipendentemente da Berlusconi o chiunque ci sia al suo posto. Cambieranno per forza di cose: nessuno potrà più prendere un aereo dell'Alitalia per andare a Roma e spendere duecento euro. Perchè? Per adottare un pilota dell'Alitalia?"
Beppe Grillo durante lo spettacolo beppegrillo.it a Roma il 28/4/2005
Gli ultimi a sapere in Italia sono sempre i giornalisti. Sono specializzati nelle notizie post datate. Le danno quando possono. E possono darle quando ricevono l’ordine di scriverle.L’Alitalia è fallita da molti anni, almeno una decina. Gli stipendi di hostess e piloti e la buonuscita a Cimoli (che deve restituire!) di milioni di euro le abbiamo pagate noi, con le nostre tasse. E, dopo le tasse, abbiamo avuto anche la beffa di spendere per la tratta Roma/Milano come per andare a New York. L’Alitalia non è una compagnia di bandiera, è un partito politico-sindacale bipartisan. Una torta alata con tante fette da distribuire.
Air France-KLM non sta comprando nulla. Come si possono comprare i debiti? L’Alitalia è in bancarotta. Prodi poteva fare di più: affidare le trattative a Geronzi e Tanzi. Come vendono i debiti loro non li vende nessuno al mondo. Sono i grandi cartolizzatori d’Italia.
Bossi si lamenta perché l’amministratore delegato di Air France-KLM vuole tagliare i collegamenti improduttivi di Alitalia con Malpensa. La Lega è stata al Governo per cinque anni e l’Alitalia ha succhiato le tasse (anche) del Nord in silenzio celtico. Penati ha chiesto una moratoria per Malpensa, sarebbe il primo scalo mondo con la moratoria. Malpensa non è mai decollata. Qualcuno si sta chiedendo perché?
Malpensa va venduta, sottratta alle nomine politiche e ai giochi di partito. Un compratore si era fatto avanti, si chiama RyanAir. Padoa Schioppa lo contatti subito. Non vorrei pagare le tasse per i prossimi dieci anni anche per un aeroporto.
Post precedenti su Alitalia:
Alitassametro - 6/12/2006
Porci con le ali - 11/10/2006
Maroni freschi - 26/10/2005
La via italiana all'ipoteca - 16/10/2005

Discorso di fine anno.
Testo:
"Italiani! E' finito un anno strepitoso! A settembre li abbiamo messi in crisi tutti, stanno delirando!
Però non sta andando male: è un Italietta che è in coma da 15 anni. Dal 1992 è tenuta in cura farmacologica da parte dei media. Dal 1992, da quando sono esplosi Falcone e Borsellino, non c'è più né Paese né altro. Il tritolo è scomparso, ma i magistrati scompaiono in un altro modo. C'è stata la corruzione della mafia! Chi se l'aspettava? La mafia corrotta dall'interno dalla politica, c'è stata questa fusione straordinaria, quasi nucleare. Si sono compattati. E' un Paese che non capisce più dove vuole arrivare. Dov'è, cos'è. Siamo strangolati da due bandiere.
Io vorrei capire se sto delirando io o se c'è qualcosa che non quadra. Quello che non quadra è che non sappiamo più le cose che ci servono per fare una vita normale. Sappiamo milioni di stronzate che ci vengono catapultate ogni giorno dai giornali, dai media, dai telegiornali, dalle televisioni ma delle cose che ci servono - l'acqua pubblica o privata, l'energia, la connettività, i rifiuti cosa sono, da dove vengono, come fare a non farli, gli inceneritori - non sappiamo nulla, delle cose che ci cambiano veramente la vita. Allora cosa fare?
Bisogna cominciare a vedere chi è il nemico: nel V-Day scorso, dell' 8 settembre, non si sono incazzati tanto i politici, ma i giornalisti, questa casta di gente, la vera casta che c'è in Italia. Ve ne siete accorti, no? Migliaia di schiavi vergognosi, messi li a pecorina, a 90°. Una cosa indegna.
Si somigliano tutti, non li distingui più se non quello grasso da quello magro. Riotta è uguale a Mimun che è uguale a Belpietro che è uguale a Giordano che è uguale a Fede. Sono tutti uguali. Si distinguono le élite di questi grandi maggiordomi. Quelli che parlano di libero mercato, che ogni tanto dicono qualcosina e poi rientrano subito. Sono meravigliosi. Parliamo di Scalfari, di Pansa, di Romano, di questi sarcofaghi dell'informazione che scrivono lenzuolate di editoriali che nessuno legge. Dei giornali vengono letti i titoli e i sottotitoli, l'informazione si fa con lo spazio, i centimetri. Bisognerebbe misurare coi righelli le informazioni.
E' una poltiglia dove si sono mischiate imprenditoria, politica, mafia e media. Vai in un consiglio d'amministrazione di un giornale e ci sono gli imprenditori, vai in un consiglio d'amministrazione di una banca e ci sono imprenditori, politici e giornalisti. Un giornalista può diventare deputato. Altro che conflitti di interessi, siamo andati oltre. Sono tutte uguali, le società. Prendi la Fiat: se non era per la cassa integrazione, cioè l'intervento dello Stato, sarebbe fallita dieci anni fa e adesso va avanti con le Equity Swap. L'Eni e l'Enel sono dei monopoli di fatto. La Rai è uguale a Mediaset.
L'unico modo di far cambiare veramente questo Paese, secondo il mio punto di vista prima che diventi pazzo del tutto, è battere dove c'è la ragione della democrazia, dove dovrebbe essere tutelata: l'informazione. Scomparsi i grandi giornalisti come Biagi, Montanelli e altri, non ci rimane più nulla.
Ecco perché farò il V-Day prossimo il 25 aprile: il giorno della Liberazione. Liberiamoci da questa informazione, liberiamoci da questa gentaglia. Gli togliamo i finanziamenti, vediamo di impostarla bene perché la mia vita ormai è su queste cose. Perché il compito che mi sono messo in testa non è di fare politica. Oggi sul Corriere della Sera sono indicato come il secondo politico, dopo Veltroni al 50%. E' questo il nostro Paese: io sono uno dei più grossi politici che ci sono in Italia! Se facessero la classifica dei comici sarei in decima o quindicesima posizione, ci sarebbero i politici al primo posto. Il V-Day bisogna farlo su questo: togliere i finanziamenti ai giornali. Il 25 aprile del 2008 ci sarà una liberazione vera, in tutte le città succederà qualche cosa. Dovremo far succede qualcosa, con i media in silenzio e ci mancherebbe che ne parlassero. Sarà la loro condanna.
Vi do appuntamento al 25 aprile per avere un'informazione libera in un Paese finalmente libero e ricominciare dall'inizio. Liste civiche e cittadini informati, abbiamo bisogno di questo non di politici. Cittadini informati che sappiano le cose, che si occupino del loro quartiere e delle loro città, che non le lascino svendere da questi partitini e da questi piccoli servi della politica. Abbiamo bisogno di cittadini liberi, di un'informazione libera per essere un Paese libero.
Italiani!!! Coraggio, coraggio verso la catastrofe ma sempre con ottimismo." Beppe Grillo
Ps: Non preoccupatevi per i miei occhi, ho dovuto fare una piccola operazione. Il mio sguardo tornerà presto magnetico.
lunedì, 31 dicembre 2007
Siamo tutti “rivoluzionari”, siamo tutti più furbi degli altri, a noi non ce la racconta nessuno, i giornali e la TV manco più li guardiamo, e la storia abbiamo capito tutti che va riscritta da cima a fondo.
Ma quando arrivano le feste di fine anno ricadiamo tutti in un conformismo terrificante, e ci ritroviamo a scambiarci gli auguri come se vivessimo tutti all’interno di un numero speciale di “Famiglia Cristiana“.
Perché? Che cosa ci porta, dopo un anno vissuto all’insegna del più sano scetticismo autocritico, a ricadere in questo meccanismo “piccolo-borghese”, tanto logoro quanto apparentemente inevitabile?
Per riuscire a trovare una risposta, bisogna capire prima di tutto se pronunciando le fatidiche parole “Buon anno” ci auguriamo sinceramente che la persona che ci sta di fronte vada incontro ad un anno sereno e privo di sofferenze, oppure se in realtà del suo futuro non ce ne possa fregare di meno.
A giudicare dalla frequenza con cui ci interesseremo, nel corso dell’anno che viene, alle sue condizioni di vita, sembrerebbe sicuramente che la frase sia una pura e semplice formalità. Eppure, nel momento in cui la pronunciamo esiste - almeno nella grande maggioranza delle persone, mi sembra di capire - un sincero desiderio di bene rivolto all’altro. È chiaro che poi non si può passare il tempo a preoccuparsi di come stanno davvero tutte le persone a cui abbiamo augurato buon anno il 31 dicembre scorso, ma questo non toglie che nel momento di fare quegli auguri ...
... qualcosa di sincero si muova davvero dentro di noi.
La cosa interessante, inoltre, è che noi rivolgiamo quegli auguri indistintamente a coloro con cui siamo andati d’accordo tutto l’anno, come a coloro con i quali abbiamo appena finito di litigare da pochi minuti. A nessuno viene mai da dire “Auguri a tutti quanti, meno a quella testa di cazzo del Gino, che mi sta sulle scatole in maniera insopportabile”. Anzi, è proprio in quei casi che viene da dire “Auguri a tutti quanti, persino a quel bigolo del Gino, nonostante mi stia sulle scatole in maniera insopportabile”.
Fascisti e comunisti, juventini e romanisti, cristiani e musulmani, di colpo ogni differenza sembra scomparire, e ci ritroviamo tutti esseri umani con le stesse aspirazioni, gli stessi desideri, le stesse necessità. Ma da dove nasce questo “buonismo” improvviso, che sembra cancellare di colpo ogni rivalità, ogni conflitto e ogni differenza di fondo fra gli individui?
Siamo davvero così condizionati, culturalmente, dalle festività di fine anno, che basta guardare il calendario perchè scatti in noi una reazione pavloviana di dimensioni tali da renderci di fatto una società di perfetti schizofrenici?
Ma soprattutto, una volta accertato che siamo degli schizofrenici, quale dei due aspetti è quello “anomalo“, e quale invece quello naturale? Dobbiamo per forza considerare “anomalo” il periodo degli auguri, solo perché dura molto di meno, e sembra quindi un “incidente di percorso” in una vita fatta di scontri e conflitti quotidiani?
Visto che le “feste” rappresentano anche, genericamente, una “sospensione delle ostilità” in senso lato (durante le feste non si bombardano i bambini, durante le feste non si fanno cadere i governi, durante le feste non si bestemmia, non si tradisce la moglie e non si ruba al proprio vicino), non sarà per caso che questa “convenzione” fa emergere la nostra vera natura, mentre il condizionamento pavloviano sarebbe quello che subiamo per tutto il resto dell’anno, imitando nel nostro piccolo quello che ci appare essere “la normalità”?
In alte parole, smettono per un attimo di bombardare la gente, e di colpo anche noi ci sentiamo migliori. Poi ricominciano a bombardare, e anche noi ricominciamo a picchiarci gli uni con gli altri. (Fra l’altro, viene da chiedersi, se possono smettere di bombardare per quindici giorni, perchè non dovrebbero poterlo fare per quindici anni?)
Tutte queste sono domande, naturalmente, che trovano risposta soltanto in ciascuno di noi. Vale però la pena di ricordare che in una serie di esperimenti fatta sui topi, negli anni ’50 (v. filmato), i ricercatori americani scoprirono che potevano condizionare il topolino non solo ad azionare una certa leva quando la superficie della gabbia veniva percorsa da una fastidiosa corrente elettrica, ma anche a farli lottare l’uno contro l’altro, pur di ottenere lo stesso risultato. La cosa più incredibile ero lo stato di assoluto stupore in cui si ritrovavano i topolini, abbracciati l’uno all’altro, nel momento in cui cessava la corrente elettrica, e cessava quindi la necessità di azzuffarsi fra di loro.
Buon anno a tutti
domenica, 30 dicembre 2007
Il ragioniere genovese Giuseppe Piero Grillo, conosciuto come Beppe Grillo è stato scoperto da Pippo Baudo al cabaret milanese “Il Bullone” alla fine degli anni ‘70.
Dopo aver amato e odiato la televisione, il computer e internet (lo ricordiamo nello spettacolo “Time Out” dove ha iniziato con la distruzione rituale di due computer), nel 2005 apre il suo blog (oltre 500mila accessi giornalieri che lo fa diventare uno dei siti più visitati al mondo) e subito vince il premio WWW messo in palio dal giornale di Confindustria - il quotidiano dei Poteri forti italiani - “Il Sole 24 Ore”!
Da allora il blog ha continuato a crescere e oggi, tradotto anche in inglese e giapponese, è diventato fonte biblica di informazioni per milioni di persone.
Fin qui nulla di strano. La cosa che invece è interessante riguarda il suo editore!
L’editore di Grillo
L’editore di Beppe Grillo oggi è la Società Casaleggio Associati di Milano.
Nella prefazione del libro del 2004 “Web Ergo Sum” scritto da uno dei fondatori della Società, Gianroberto Casaleggio (che ha dato anche il nome alla ditta), Beppe Grillo spiega come ha incontrato quello che diventerà il suo editore di fiducia!
Grillo scrive testualmente: «lo incontrai per la prima volta a Livorno, una sera di aprile, durante il mio spettacolo Black Out. Venne in camerino e cominciò a parlarmi di Rete. Di come potesse cambiare il mondo. (…) Pensai che fosse un genio del male o una sorta di San Francesco (...) Ebbi, lo confesso, un attimo di esitazione. Strinsi gli occhi. Casaleggio ne approfittò.
Mi parlò allora, per spiegarsi meglio, di Calimero il pulcino nero, Gurdjieff (il famoso mago nero, uno dei maestri del cantautore Franco Battiato, ndA), Giorgio Gaber, Galileo Galilei, Anna di York, Kipling, Jacques Carelman (…)
Tutto fu chiaro, era un pazzo. Pazzo di una pazzia nuova, in cui ogni cosa cambia in meglio grazie alla Rete. (…) Ce n'è abbastanza per rinchiuderlo. E' un individuo oggettivamente pericoloso e socialmente utile»
Gianroberto Casaleggio (interessato a Gurdjieff!) è riuscito dove tutti avevano fallito: convertire Grillo a internet!
Da quell’incontro infatti è nato non solo il blog di Beppe Grillo, ma anche tutti i libri e dvd, come pure e le organizzazioni dei Meet-up!
In soldoni l’immagine mediatica (a 360 gradi) di Grillo viene gestita e controllata dagli esperti della società milanese.
Addirittura Gianroberto sarebbe diventato il consigliere numero uno di Grillo, a tal punto che secondo indiscrezioni, è sua l’idea del V-Day! Quello che ha sparso nel mondo il verbo o virus del V-Day convincendo, attraverso il suo comico portavoce, centinaia di miglia di persone in Italia.
“Uomo (Gianroberto) sulle orme del Parsifal dichiara di voler ricercare la vera natura degli uomini”. E così, ad esempio, per le riunioni da sempre ama immergere il gruppo dirigente nel mondo cavalleresco e spirituale della leggenda di Camelot (alla scoperta di quei luoghi ha persino trascorso una vacanza). Usa una tavola rotonda attorno alla quale fa sedere i suoi manager per «parlare liberamente».
Sua è anche la gestione del sito web dell’amicone di Grillo, il Ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro.
E’ arrivato il momento di vedere chi sono questi associati, e soprattutto di cosa si occupano.
La Casaleggio Associati
La Casaleggio Associati, nasce il 22 gennaio a Milano nei pressi della casa di Alessandro Manzoni, da cinque persone (Enrico Sassoon, Gianroberto Casaleggio, Luca Eleuteri, Davide Casaleggio e Mario Bucchich).
La “mission” ufficiale dell’azienda è «di sviluppare consulenza strategica di Rete per le aziende e di realizzare Rapporti sull’economia digitale»
L’Affare Webegg Spa
Per capire il quadro generale, rimanendo però sempre collegati con la Casaleggio Associati , è necessario conoscere la Webegg Spa : un gruppo multidisciplinare per la consulenza delle aziende in Rete, controllata per il 59,8 % da I.T. Telecom Spa (controllata a sua volta al 100% da Telecom Italia.
Ci interessa molto perché:
- Gianroberto Casaleggio è stato Amministratore Delegato e Direttore Generale della Webegg.
- Luca Eleuteri (socio Casaleggio) tra il 2000 e il 2003 lavorava nella Direzione Generale di Webegg.
- Mario Cucchich, fino al settembre 2003 è stato Responsabile Comunicazione e Immagine del Gruppo Webegg.
- Enrico Sasoon entra il 15 gennaio 2001 nel Consiglio di amministrazione di Webegg
- Maurizio Benzi, Marketing di Webegg e stranamente, organizzatore dei Meet-up di Grillo a Milano
Su cinque soci della Casaleggio, ben quattro lavoravano per la Webegg Spa con incarichi molto prestigiosi e importanti!
E poi cos’è successo?
Tra giugno e agosto 2004, la IT Telecom Spa sigla un accordo con Value Partner Spa per la cessione del pacchetto azionario detenuto in Webegg Spa, pari al 69,8% del suo capitale, al prezzo di 43 milioni di euro, il restante 30,2% è posseduta da Finsiel (79,5% Telecom Italia).
Value Partners è la più grande società di consulenza strategica di origine italiana!
Nel gennaio 2004 quindi dopo pochi mesi, come è stato detto, i cinque fondano a Milano la Casaleggio Associati.
Questo dato è molto interessante perché risulta che gli attuali editori di Beppe Grillo hanno lavorato fino a pochi anni fa, all’interno di una società della Telecom Italia, la stessa soggetto di attacchi (certamente giusti) da parte del comico genovese.
L’affare Telecom
Beppe Grillo sta portando avanti da anni una campagna per “prendersi” (lui, gli editori o qualcun altro?) la Telecom Italia !
Tale strategia è attuabile se tutti o una buona parte degli azionisti privati delegassero Grillo all’assemblea generale della società. Ecco perché dal blog ha chiesto ufficialmente una “shareaction” (“fatemi godere” dice nel suo appello): «inviatemi le vostre manifestazioni di interesse attraverso il form del modulo di adesione per consentirmi di valutare la fattibilità del progetto e tentarne la realizzazione».
«Fatemi godere. Rifatevi delle umiliazioni subite in questi anni come utenti e come azionisti. Il cda licenziato dai veri azionisti attraverso un comico. Una cosa mai vista al mondo. (…) Ragazze e ragazzi, dateci dentro. Aderite, aderite, aderite»
Certamente è ”una cosa mai vista al mondo”, ma la domanda che sorge spontanea è: una volta attuato questo progetto, se mai si realizzerà, chi potrà garantire la sicurezza della ditta più importante in Italia? Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio o la Casaleggio Associati stessa? Ricordiamo che si tratta della società che ha il potere di ascoltare (esattamente quello che è successo allo stesso Grillo, che per ben 4 anni, è stato ascoltato e registrato…) tutte le telefonate, leggere tutti i fax e le e-mail sul suolo italiano…
Per qualche miscredente, potrebbe sembrare una manovra occulta per entrare in possesso proprio di questa importantissima azienda...
Staremo a vedere, anche se ad oggi sono decine di migliaia le persone che in buona fede, si sono affidate al nuovo "guru delle telecomunicazioni" (futuro amministratore delegato?).
Prometeus: il futuro dei media
Torniamo alla Casaleggio Associati perché nel loro sito ufficiale (www.casaleggio.it) è pubblicato nella home page un video molto indicativo e allo stesso tempo inquietante: “PROMETEUS: IL FUTURO DEI MEDIA” (www.casaleggioassociati.it/thefutureofmedia). Video da non perdere assolutamente!
Si tratta della visione futurista che i soci fondatori della Casaleggio hanno a livello di Media.
Il video inizia dicendo: «L’Uomo è Dio, è ovunque, è chiunque, conosce ogni cosa. Questo è il nuovo mondo di Prometeus. Tutto è iniziato con la Rivoluzione dei media con Internet alla fine del secolo scorso…»
La visione continua con: « la Rete include e unifica tutto il contenuto: Google compra Microsoft, Amazon compra Yahoo! diventando così i leader mondiali dell’informazione assieme a BBC, CNN e CCTV… La pubblicità è scelta dai creatori di contenuti, dagli stessi autori e diventa informazione, confronto, esperienza. Nel 2020 Lawrence Lessing, l’autore di “Cultura Libera” diventa Ministro della Giustizia degli Stati Uniti e dichiara il copyright illegale. Dispositivi che replicano i cinque sensi sono ormai disponibili nei mondi virtuali. La realtà può essere replicata in Second Life. Chiunque ha un Agav (agente-avatar) che cerca informazioni, persone, luoghi nei mondi virtuali. Nel 2022 Google lancia Prometeus l’interfaccia standard degli Agav. Amazon crea Place, un’azienda che replica la realtà. Puoi andare su Marte, alla battaglia di Waterloo, al SuperBowl di persona. E’ reale! Nel 2027 Second Life si evolve il Spirit. Le persone diventano chi desiderano e condividono la memoria, le esperienze, le sensazioni. La vendita di memoria diventa una normale attività commerciale. Nel 2050 Prometeus compra Place e Spirit. La vita è virtuale è il mercato più grande del Pianeta. Prometeus finanzia tutte le missioni spaziali alla ricerca di nuovi mondi per i propri clienti, gli avatar terrestri»
|
|
|
|
Il video della Casaleggio Associati termina con una immagine massonica: il triangolo con l’occhio dentro, fiammeggiante!
|
Logo della Prometeus, estratto dal video
della Casaleggio Associati
|
Non male come visione, vero?
Un futuro illuminato (non si sa bene da che luce…), dove la vita diventa virtuale, dove si commercializza la memoria, le esperienze e le sensazioni. Ognuno avrà un avatar, un personaggio inventato, e potrà fare ciò vuole, anche quello che non potrebbe fare nella realtà…
In pratica la nostra Vita verrà letteralmente svuotata di significato e “copiata” o “replicata” su internet.
Lo scopo è quello di non si fare più esperienza (cioè conoscenza e quindi coscienza) sul pianeta Terra, ma su un “pianeta” che non esiste, formato da bit e byte: internet!
Che tipo di coscienza sarà mai quella di un mondo virtuale?
Non è che ci stanno indottrinando e preparando invece a vendere la nostra anima?
Questo progetto chiamato Prometeus, è la visione di un pazzo da psichiatrizzare quanto prima, o invece si tratta di un piano ben preciso di controllo occulto? Per approfondire tale delicatissimo argomento, vi rimando alla nuovissima dispensa “Il segreto occulto degli Illuminati”.
Nel video della Casaleggio Associati si pubblicizza Second Life (Seconda Vita), “un mondo virtuale in 3D aperto a tutti i maggiorenni dove ogni evento della vita può essere riprodotto” .
Second life è ciò che tecnicamente viene definito un M.M.O.R.P.G. ovvero un Massive Multiplayer Role Playing Game (Un Videogioco di Ruolo destinato alla Massa): immaginate un videogioco in cui possano partecipare contemporaneamente centinaia di migliaia di giocatori (se non milioni) collegati in rete, ognuno con il proprio personaggio (avatar), con un proprio conto corrente e varie proprietà mobili ed immobili. Esso è stato creato dalla Linden Lab, reso disponibile in rete nel 2003, oggi può contare quasi 8 milioni di utenti nel mondo (dato di luglio 2007
Poco si sa su questa strana piattaforma, ma nei media si sono già iniziati a denunciare episodi alquanto sgradevoli accaduti all’interno di questo “mondo secondario”, anche se la vera natura estremamente deviante non viene adeguatamente sottolineata! E’ un mondo estremamente deleterio e pericoloso per la psiche umana.
Casualmente sia Beppe Grillo (con tanto di avatar) che Antonio di Pietro hanno il loro sito proprio in Second Life...
“Dio è ovunque, è chiunque e conosce ogni cosa”, proprio come l’occhio onniveggente della massoneria (il simbolo stampato sul dollaro statunitense), usato dai creativi della Casaleggio alla fine del video.
A proposito di luce, cerchiamo di capire come mai hanno usato un nome così particolare per tale progetto: Prometeus!
Certamente deriva da Prometeo, figlio di Giapete e Climene, che ha sottratto il fuoco (simbolo della luce) agli Dei per riportarlo agli uomini sulla terra (dottrina della gnosi).
Secondo l’occultista russa Helena Petrovna Blavatsky, sotto un altro aspetto, l’allegoria del fuoco (visto come luce iniziatica, ndA) può essere letta come un'altra versione della ribellione dell’orgoglioso Lucifero (dal latino LUCIFERUS, composto da “LUC-EM” = luce, e tema “FER-RE” = portare, cioè PORTATORE DI LUCE, ndA), precipitato nell’Abisso senza fondo. La maledizione di Zeus a Prometeo è lo stesso che la maledizione di Dio a Satana!
Quindi secondo la maga (indubbiamente nera) Blavatsky, il fuoco o luce portato sulla terra da Prometeo è l’allegoria del fuoco o luce porta sulla terra da Lucifero!
Ecco spiegato perché il logo della Prometeus (vedi immagine sopra) è rappresentato graficamente da una fiamma (luce) che parte dalla lettera O maiuscola, quindi dal Cerchio chiuso (molto usato anche dai circoli satanici per i loro rituali).
Sicuramente la motivazione che ha spinto la Casaleggio a scegliere un nome e logo simili sarà un'altra, magari meno esoterica, però la strana coincidenza (per chi ci crede ovviamente) è interessante!
Partnership con Enamics
Nel 2004 la Casaleggio annuncia la partnership con Enamics, una società statunitense fondata nel 1999, leader del Business Technology Management (BTM).
La Enamics ha come “clienti” potentissime corporation del calibro di: Pepsico, JP Morgan, Northrop Grumman, US Department of Tresury (Dipartimento del Tesoro USA), BNP Paribas, American Financial Group, ecc.
Tra queste, quella che più c’interessa è la banca d’affari JP Morgan, perché rientra nell’impero dei Rockefeller, una delle famiglie che controllano il mondo!
Davanti al Centro Rockefeller di New York si staglia - casualmente - una statua gigante di Prometeo (vedi immagine qui a fianco), voluta proprio dal magnate in persona!
Anche i Rockefeller, come i Casaleggio (chiedo venia per la comparazione), pertanto “adorano” l’arte simbolica del Prometeo!
Fondatore della BTM Corporation è un certo Faisal Hoque, autore di numerosi best seller ed ex dirigente anziano della General Electric (anch’essa del gruppo Rockefeller) e di altre multinazionali!
I partner della BTM tecnology sono “IBM Tivoli” di New York e “Future Considerations” di Londra. Questa ultima ha come clienti privati: Coca Cola, Barclaycard, Addax Petroleum, KPMG LLP, ecc. Nel settore pubblico invece: Carbon Trust, UNIDO (United Nations Industrial Development Organisation), London Pension Fund Authority (LFPA) ecc.
E’ molto indicativo venire a conoscenza che l’editore di Beppe Grillo (nonostante le giustissime campagne contro l’inquinamento ambientale, le energie alternative, i biocarburanti, l’idrogeno, ecc.) abbia tra i partner proprio quella banca (JP Morgan), che ha interessi economici enormi in ogni dove, e soprattutto nel comparto bancario, energetico e/o petrolifero!
Che fine ha fatto il Signoraggio monetario?
Al Beppone nazionale va il merito di essere stato il primo a denunciare la truffa del Signoraggio monetario (nel tour “Apocalisse Morbida” del 1998) e la natura privatistica della Banca d’Italia.
In quello spettacolo ha sparato a zero sui banchieri (Fazio, Duisemberg, ecc.), definiti i cavalieri dell’Apocalisse, che controllano le economie planetarie, sottolineando più volte come questi signori “stampano le banconote e le prestano”.
Avete capito bene: stampano denaro e lo prestano ai governi!
Per non parlare del debito pubblico. Dice infatti Grillo: “e il debito? A chi li dobbiamo due milioni e mezzo di miliardi di lire?”
Nonostante questo, da un po’ di anni Grillo si rifiuta, o gli è stato consigliato di non parlarne, di Signoraggio e dei banchieri durante i suoi spettacoli, perché?
Una spiegazione la fornisce il dottor Antonio Miclavez in una recente intervista video: «ne ho parlato (si riferisce a Grillo, ndA) circa sei mesi fa e mi ha detto: “sì è molto bello, ma questo per la gente è troppo. Se è troppo poi la gente si spaventa e non lo capisce perché è troppo!”. Uguale Milena Gabanelli (Report su Rai3, ndA)»
Tralasciamo la Gabanelli per ovvi motivi, ma perché Grillo che nel 1998 sparava a zero sul Signoraggio, sulla truffa del debito pubblico e sui banchieri, oggi non dice nulla e si limita ad attaccare i politici: semplici camerieri del potere economico? Cosa è successo nel frattempo? Ha ricevuto pressioni e/o ricatti? Oppure ha cambiato idea? Nessuno lo sa ad eccezione della sua coscienza!
A cosa servono il V-day, il Mastella-day, la petizione per la Forleo o De Magistris, o quella contro Gentiloni, se il vero e unico problema è la gestione massomafiosa della emissione monetaria che rende interi paesi schiavi del sistema economico, sotto la pressione di un debito inesistente?
Forse serve per dirottare le masse e deviarle verso lidi estremamente funzionali per il Sistema che ci controlla?
Qual è il senso di scatenarsi per un parlamento pulito (contro i politici pregiudicati), movimentare le masse per assurde liste civiche, quando i controllori della politica sono e rimangono i grandi banchieri internazionali? Quando coloro che emettono la moneta hanno il Potere di far fare le leggi ai burattini in Parlamento, a cosa serve prendersela con la manovalanza? Forse per evitare di tirare in ballo i veri manovratori occulti?
Come disse il giornalista Paolo Barnard in una lettera intitolata “Considerazioni sul V-day”: «I nostri personaggi (…) di fatto svuotano l’Io dei loro seguaci impedendogli di divenire singole entità autonome e potenti, rendendoli (rendendoci) un esercito di anime incapaci, dunque minando la Società Civile organizzata e la speranza che essa rappresenta»
Di persone svuotate del proprio Io ce ne sono già abbastanza. E’ necessario partire da noi stessi, senza delegare il politico, il Grillo, il Travaglio, la Forleo o la Guzzanti di turno: solo così saremo padroni della nostra vita e potremo conquistare, o meglio, tirare fuori la nostra vera e unica individualità, cioè l’essenza spirituale.
Se non ritorniamo in possesso della nostra autentica natura, il Potere continuerà a fare sonni tranquilli. «Credete veramente - continua Paolo Barnard - che il Potere sia così sciocco e impreparato da poter essere, non dico sconfitto, ma anche solo disturbato da questo sgangherato esercito alla deriva?
Al Potere, le iniziative di Grillo (inconsapevolmente ci auguriamo tutti) - portate avanti grazie alla consulenza di aziende specializzate - fanno estremamente comodo, perché il vero e unico problema che ha il Potere è il risveglio della coscienza delle Individualità. Persone libere di pensare, sentire e agire, indipendentemente dagli insegnamenti e dalle dottrine di un qualsiasi messia o maestro di vita, sono veramente pericolose!
Concludo nella speranza che non siano vere le affermazioni di Dino Risi (che ha diretto Grillo nel film “Scemo di guerra”) al Corsera, perché secondo il regista, Grillo è più attore adesso che quando girava film. Non crede affatto a ciò che dice e scrive quotidianamente nel blog!
Speriamo che si sbagli…
Come pure mi auguro che Beppe Grillo dia un segnale di assoluta buona fede riprendendo a parlare, sia nel blog che durante gli spettacoli, di Signoraggio, Poteri forti bancari, Sovranità monetaria, OGM, ecc.
Note:
domenica, 30 dicembre 2007
Per il terrorista appoggiare l'esecutivo di bagdad significa aiutare gli usa
Il nuovo messaggio audio invita anche gli iracheni sunniti a combattere la nuova unità nazionale
In un nuovo messaggio audio trasmesso via web, il capo di Al Qaeda, Osama bin Laden, minaccia di estendere la «Jihad», la guerra santa, per colpire Israele.
 |
| Osama Bin Laden |
«Voglio rassicurare il nostro popolo in Palestina che porteremo anche lì la Jihad», dice Bin Laden nel nuovo messaggio audio di 56 minuti, dedicato in gran parte alla situazione in Iraq. «Vogliamo liberare la Palestina, l’intera Palestina, dal fiume Giordano al mare. Sangue per sangue, distruzione per distruzione».
IRAQ - Nel messaggio il superterrorista esorta anche i sunniti in Iraq a non prender parte ad alcun organo di governo nel paese che combatta Al Qaeda e a respingere qualsiasi alleanza con le altre etnie. Il leader di Al Qaeda esorta invece ad unirsi all'organizzazione terrorista per combattere gli americani. Lo rende noto il network televisivo americano Nbc.
Il capo di Al Qaeda esorta gli iracheni a respingere il piano statunitense per la formazione di un governo di unità nazionale perchè sarebbe solo uno strumento degli americani per rubare il petrolio di Bagdad e per costruire nuove basi militari nel Paese e dominare la regione. Serve «a dare agli americani tutto il petrolio iracheno che vogliono», afferma bin Laden nel messaggio.
MESSAGGIO AUDIO - Il messaggio è una registrazione audio che accompagna vecchie immagini di Osama Bin Laden. L'intervento del leader di Al Qaeda, secondo il titolo del messaggio, è dedicato a indicare «La via per far cadere la cospirazione in Iraq». Secondo Bin Laden, gli Stati Uniti stanno cercando di creare una nuova unità nazionale, che va combattuta. Aiutare il governo iracheno, per il capo di Al Qaeda, significa aiutare Washington e l'amministrazione Bush.
Le ultime dichiarazioni di Bin Laden risalivano alla fine di novembre quando il fondatore di Al Qaeda chiese agli europei di rompere con gli Usa.
domenica, 30 dicembre 2007
Dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, le autorità statunitensi decisero di utilizzare il Pakistan per formare un vero e proprio esercito di terroristi, e per preparare la distruzione dell'Afghanistan. A tale scopo crearono l'Isi (servizi segreti pakistani), e organizzarono le madrasse e i campi di addestramento militare.
Nel 1979 i servizi segreti statunitensi lavorarono per preparare l'ascesa al potere del dittatore Muhammad Zia-ul-Haq, in seguito alla deposizione del legittimo ministro Zulfikar Ali Bhutto. Zulfikar sarà arrestato e poi impiccato.
Il governo di Bhutto era salito al potere nel 1977, aveva realizzato un'importante riforma agraria e dato al paese una nuova Costituzione. Nel 1988 Zia-ul-Haq muore in un incidente aereo, e Benazir Bhutto, figlia di Zulfikar, vince le elezioni e diventa Primo ministro.
Nel 1978, il Partito Democratico del Popolo afghano (PDPA), filo-sovietico, iniziava la "rivoluzione d'aprile" e fondava la Repubblica Democratica dell'Afghanistan, sotto la guida di Nur Muhammad Taraki.
Il nuovo governo non era un governo fantoccio dell'Urss, come gli Usa volevano far credere. Giornali come "New York Times" e "Washington Post", riferirono che il nuovo governo era sostenuto dalla maggioranza degli afghani, e che "la lealtà degli afghani verso il governo è fuor di dubbio".(1)
Il governo di Taraki iniziò ad attuare riforme sociali importanti: introdusse l'assistenza medica gratuita per tutti e iniziò una grande campagna per l'alfabetizzazione. Inoltre, liberò 13.000 prigionieri e abolì il potere feudale nelle campagne, introdusse la libertà di religione e l'uguaglianza fra uomini e donne.
Per queste importanti riforme, il governo afghano si sentiva minacciato dagli Usa, e chiedeva all'Urss di essere aiutato militarmente. Il Cremlino temporeggiava dall'inviare truppe in Afghanistan, perché temeva le critiche dell'Occidente. Ci pensarono gli americani a "risolvere" l'impasse: nel luglio del 1979, senza chiedere il parere del Congresso, l'allora presidente Carter autorizzò un programma segreto per sostenere i mujaheddin, con lo scopo di abbattere il governo afghano. Anni dopo, lo stesso Zbigniew Brzezinski (2) , Consigliere per la Sicurezza Nazionale, confessò a "Le Nouvel Observateur" del 15 gennaio del 1998, che gli Usa avevano attuato in Afghanistan una serie di operazioni di sostegno dei mujaheddin, per alzare le probabilità di un intervento russo:
"Secondo la versione ufficiale della faccenda, gli aiuti ai mujaheddin da parte della Cia sono cominciati durante il 1980, ovvero, dopo che l'armata rossa aveva cominciato l'invasione dell'Afghanistan il 24 Dicembre 1979. La realtà, rimasta fino ad oggi strettamente celata, è completamente diversa: è stato il 3 luglio 1979 che il presidente Carter ha firmato la prima direttiva per aiutare segretamente gli oppositori del regime filo sovietico di Kabul. Quello stesso giorno ho scritto una nota al presidente nella quale si spiegava che a mio parere quell'aiuto avrebbe determinato un intervento armato dell'unione sovietica in Afghanistan... Non abbiamo spinto i russi ad intervenire, ma abbiamo consapevolmente aumentato le probabilità di un loro intervento... Il ruolo fondamentale è svolto dai servizi segreti pakistani (ISI) che ricevono intelligence e finanziamenti da USA e Arabia Saudita (sono questi gli anni dell'alleanza economica tra la famiglia Bush e la famiglia saudita dei bin Laden...). L'ISI gestisce autonomamente i fondi americani e la guerra contro la Russia non viene presentata al popolo afghano e ai volontari stranieri come una guerra pro-America, ma come una jihad islamica contro gli infedeli comunisti. I pochi ufficiali, che in realtà erano a conoscenza del vero ruolo americano, lo hanno silenziosamente accettato".(3)
Nel luglio del 1979, la Cia iniziò ad organizzare l'esercito dei mujaheddin, per realizzare una grande guerra per procura, sul modello di quella già organizzata nel Laos negli anni Sessanta e Settanta. Grazie all'appoggio del governo pakistano e dei servizi segreti (Isi), organizzati dalla Cia, furono addestrati, fra il 1982 e il 1992, 100.000 militanti islamici.
Il Pakistan continuò ad arruolare centinaia di migliaia di mujaheddin, indottrinati nelle madrasse (4) e addestrati nei campi militari afghani. Negli anni Ottanta gli Usa pagarono la gestione dell'Educational Center for Afghanistan. I libri di testo utilizzati nelle scuole furono stampati dall'Università del Nebraska (USA). In uno di questi libri, per la terza elementare, si leggeva: "Un gruppo di mujaheddin attaccano 50 soldati russi di cui 20 rimangono uccisi. Quanti russi riescono a fuggire?", per la quarta uno dei quesiti era: "La velocità di un proiettile sparato da un kalashnikov è di 800 metri al secondo. Se un russo è alla distanza di 3200 metri da un mujaheddin e il mujaheddin mira alla testa del russo, calcolate quanti secondi ci metterà il proiettile per colpire la fronte del russo".(5) Il programma si concluse nel 1994, ma libri simili vengono ancora utilizzati, come osserva Pervez Hoodbhoy: "Testi finanziati dagli Stati Uniti che spingono i bambini afghani a strappare gli occhi dalle orbite dei loro nemici e a tagliargli le gambe sono ancora facilmente reperibili in Pakistan e in Afghanistan, a volte anche nella loro forma originale".(6)
I talebani rappresentavano la seconda generazione di mujaheddin. Molti di essi erano orfani di guerra, e nella loro vita non avevano visto altro che guerra e distruzione. Erano profughi in Pakistan, bambini senza futuro e senza infanzia, con una situazione psicologica alterata dalla durezza della guerra. Furono accolti nelle madrasse, dove l'indottrinamento degli imam fece credere loro di poter avere un ruolo messianico nel realizzare una società di "veri musulmani". Le predicazioni nelle madrasse pakistane non rispecchiavano le vere tradizioni islamiche di tolleranza e di solidarietà ma, al contrario, inculcavano vecchie tradizioni tribali di derivazione pashtun, che propugnavano un falso Islam, fatto di vendetta, odio, estremismo e usanze primitive. Le "riforme" che i talebani attuarono quando salirono al potere ricordavano le antichissime usanze delle zone più arretrate del paese: chiusero le scuole femminili, vietarono alle donne di uscire di casa anche per fare la spesa, vietarono l'ascolto della musica e ogni sport; agli uomini imposero di tenere la barba lunga e introdussero le mutilazioni del corpo per alcuni reati. Erano stati addestrati ad applicare regole disumane, che poco o nulla avevano a che fare con la vera religione. I talebani rimasero al potere in Afghanistan finché gli Usa non decisero di destituirli, nel 2001.(7)
Nel 1990 diventò Primo ministro pakistano Mohammad Nawaz Sharif, che rimarrà in carica fino al 1993, anno in cui ritornerà Benazir Bhutto. Il potere sarà ripreso da Sharif, in seguito alle accuse di corruzione rivolte alla Bhutto.
Nel 1999, Sharif sarà destituito da un colpo di stato, e condannato all'ergastolo in prima istanza, accusato di alto tradimento e corruzione. Nel 2000 sarà condannato all’esilio (fino al settembre 2007).
Salirà al potere il generale Parvez Musharraf, che, pur promettendo "democrazia", crea una forte dittatura, appoggiata e armata da Washington.
La dittatura ebbe un duplice compito: organizzare il terrorismo finanziato dagli Usa e tenere sotto controllo i gruppi politici islamici, che avrebbero voluto liberare il paese dal giogo statunitense. A questo scopo, nel 2000 vennero messi al bando gruppi come il Jaish-i-Mohamed e il Lashkar-i-Toiba, accusati di essere parte della rete di Al Quaeda. In realtà, dato che il terrorismo detto "islamico" è organizzato e finanziato soprattutto dall'Arabia Saudita e dagli Stati Uniti, altri gruppi potrebbero essere di resistenza pacifica o armata. Le autorità statunitensi hanno tutto l'interesse a creare confusione, per poter continuare ad utilizzare impunemente il terrorismo, a seconda dei propri interessi. Poter additare il "nemico arabo", quale causa di crimini e dittature, rappresenta per le autorità statunitensi uno strumento assai importante: in tal modo viene additato un nemico "reale", e viene creata una netta divisione fra cristiani e arabi. Divisione necessaria per nascondere le vere motivazioni delle persecuzioni contro gli arabi (8) , e per intervenire militarmente come e quando si vuole in qualsiasi paese.
Ad oggi a Karachi c'è una rete di madrasse che serve a fomentare l'integralismo più estremo. Nel Pakistan sarebbero almeno 12.000 le scuole religiose che insegnano l'Islam estremistico, e il governo, pur andando a braccetto con Washington per la "lotta al terrorismo", sembra non accorgersene, dato che non ne ha mai chiusa una. Le madrasse iniziarono ad aumentare negli anni Ottanta, da meno di 300, negli anni Novanta erano salite a 6.700. Gli studenti sarebbero circa un milione e 400mila. I bambini delle classi popolari non hanno altra scelta che andare a studiare nelle madrasse, dato che la scuola pubblica gratuita è quasi inesistente. L'alternativa è rimanere analfabeti, come il 55% della popolazione. Per le famiglie più povere le madrasse rappresentano un importante sostegno, dato che, oltre a fornire istruzione gratuita, garantiscono anche vitto e alloggio.
Musharraf protegge i luoghi in cui avviene la formazione di terroristi, e incassa finanziamenti americani e sauditi, a sostegno della "Jihad americana".
Esistono numerose testimonianze che sostengono che il "terrorismo" è assai vicino al governo pakistano. Ad esempio, Khalid Kawaja, ex capo dell'Afghan Bureau all'Isi, in un'intervista al "Sole-24 Ore" del 10 ottobre 2007, disse: "Quella Jihad non è mai finita, continua ancora oggi". Kawaja spiegò che egli stesso organizzò cinque incontri tra Osama bin Laden e l'ex premier Nawaz Sharif, al fine di offrire finanziamenti a politici e generali filo-integralisti.
Lo stesso Musharraf, in una sua autobiografia sostenne che in Pakistan è stato creato un "mostro di Frankestein". Il governo pakistano è stato pensato da Washington come un sorta di "esecutivo ombra", che agisce per commettere omicidi, attentati, e per coordinare il traffico di droga e di armi.
In seguito alle elezioni avvenute nell'ottobre scorso, in cui Musharraf è stato accusato di aver attuato brogli per poter vincere, la popolazione pakistana continua a dare segni chiari di rigetto del governo imposto.
Il 18 ottobre 2007 Benazir Bhutto rientrò in Pakistan, grazie ad un'amnistia, dopo otto anni di esilio. Fu accolta da più di 500 mila persone festanti. Durante la festa, a Karachi, si ebbe un terribile attentato, che uccise più di 140 persone e ne ferì 400, e la Bhutto si salvò miracolosamente.
La leader pakistana accusò dell'attentato i servizi segreti pakistani e dichiarò che nonostante l'intimidazione si sarebbe presentata alle elezioni con il Partito del Popolo Pakistano (Ppp). Spiegò i punti salienti del suo programma: "La nostra politica è basata su cinque punti: lavoro, istruzione, energia, ambiente e uguaglianza".(9)
Il marito della Bhutto, Asif Alì Zardari, dichiarò: "Sono in possesso di documenti che provano come elementi del governo abbiano compiuto gli attacchi".(10)
Dopo l'attentato, il portavoce degli Usa, Tom Casey, dichiarò: "Gli Stati Uniti sono a fianco del popolo del Pakistan per eliminare la minaccia del terrorismo e per la costruzione di una società aperta, pacifica e democratica".(11)
Ufficialmente, gli Usa sono sempre contro il "terrorismo" e per la "democrazia", e non si sentono affatto di dover giustificare il loro sostegno finanziario e militare alle dittature, né di dover provare il contrario rispetto alle tante prove esistenti sul fatto che essi stessi organizzano il terrorismo internazionale e lo utilizzano in moltissimi paesi contro la popolazione (Iraq, Afghanistan, Somalia, Etiopia, Birmania, Indonesia, ecc.) e per manipolare eventi. I metodi utilizzati dai gruppi terroristici finanziati dalle autorità statunitensi per mantenere salda una dittatura sono molteplici. Ad esempio, quando c'è un leader che il popolo acclama, vengono organizzati attentati dinamitardi per terrorizzare la popolazione e far capire che quel leader potrà portare soltanto rovina.
In Pakistan da molto tempo il popolo desidera liberarsi dalla dittatura, ma molti gruppi di opposizione vengono esclusi dalle elezioni, accusati di "terrorismo".
Gli Usa approfittano del potere di manipolare i mass media, e della credulità di molti cittadini occidentali, alcuni dei quali forse si accorgono che molte cose non quadrano ma scelgono di credere ai canali informativi ufficiali, che fanno apparire le autorità americane come difensori dei diritti umani e della democrazia.
La Bhutto era stata ministro dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996. Per cacciarla dal governo, furono preparati "ad oc" scandali di corruzione. Per toglierla definitivamente dalla scena politica, nel 1999 era stata incriminata ancora per corruzione, ma esisterebbero alcune registrazioni che provano che i giudici erano tenuti sotto controllo dall’allora governo di Nawaz Sharif. In seguito all'incriminazione, la Bhutto si rifugiò a Dubai, con i tre figli.
Nel luglio scorso, la Bhutto aveva cercato il dialogo con Musharraf, per realizzare un governo misto, dato che la popolazione mostrava segni evidenti di non tollerare più un governo dittatoriale. L’accordo fu firmato il 5 ottobre scorso, fra il partito di governo PML-Q e il PPP, e prevedeva la rinuncia di Musharraf alla carica di capo delle forze armate, la cancellazione delle accuse infamanti rivolte alla Bhutto, e la condivisione del potere.
Dopo l'arrivo della Bhutto, nel paese era stata scatenata la furia militare e terroristica, volta a tenere impaurito il popolo, e a bloccare ogni tentativo di abbattere la dittatura. Musharraf proclamò lo stato di emergenza, e il 4 novembre furono arrestate almeno 1500 persone, fra queste, magistrati, avvocati, oppositori e attivisti per i diritti umani. Fra gli arrestati c'era anche Nadeem Anthony, membro del Consiglio della Commissione per i diritti umani del Pakistan, arrestato insieme ad altre 50 persone della Commissione. Si susseguirono diversi attentati terroristici a Karachi e nella zona di Peshawar.
Il 5 novembre gli avvocati entrarono in sciopero per protesta contro il governo, e furono pestati dalla polizia. Raccontano l'ex presidente dell'associazione degli avvocati di Sindh e l'avvocato Akhtar Hussain: "La polizia ha preso gli avvocati a manganellate, appena sono arrivati questa mattina davanti alla Corte suprema. Molti di loro sono stati arrestati".(12)
Insieme agli arresti, agli attentati e alle repressioni del popolo, si ebbero le sceneggiate delle autorità statunitensi, che, come al solito, recitarono la parte del buon padre di famiglia che richiama alla saggezza e al buonsenso. Il presidente statunitense George W. Bush fece un appello al generale Musharraf, invitandolo a sospendere lo stato di emergenza e a "ripristinare la democrazia" (ma quale democrazia?). Bush disse: "Ci aspettiamo che le elezioni vengano tenute il prima possibile, e che Musharraf abbandoni l'uniforme".(13)
L'8 novembre la portavoce del Ppp, Farzana Raja, fece sapere che centinaia di attivisti del partito erano stati arrestati: "Hanno fatto irruzione nelle case dei nostri attivisti in tutto il Panjab, durante la notte. Il numero delle persone arrestate si aggira ora sulle migliaia".(14)
La stessa Bhutto venne messa agli arresti domiciliari il 9 novembre. Il governo le notificò un ordine di arresto della durata di 30 giorni.
La Bhutto era stata fatta rientrare allo scopo di limitare i poteri di Musharraf, "colpevole" di aver agito in modo non conforme ai diktat di Washington. Infatti, quello che i mass media occidentali non hanno reso noto, pur additando il dittatore, era che Musharraf, il 10 novembre scorso aveva firmato un accordo con l'Iran per costruire il "gasdotto della pace". Si tratta di un progetto per l'esportazione di gas, che è aperto alla probabile partecipazione dell'India. Il gasdotto Iran-Pakistan-India avrebbe l'obiettivo di trasportare il gas iraniano fino all'estremo Oriente. Il progetto era stato preparato oltre dieci anni fa, ma a causa della guerra in Kashmir era rimasto bloccato.
La proposta sembrerebbe non aver suscitato ancora l'adesione dell'India, per via di disaccordi sul prezzo di scambio. L'affare è vantaggioso per il Pakistan, che riuscirebbe ad avere accesso alle riserve di gas iraniane e a ricevere i diritti derivanti dal trasporto e dal transito verso l'India, stimati in 600/700 milioni di dollari l'anno. Il progetto "gasdotto della pace" avrebbe suscitato interesse anche da parte della Cina, che vede l'autostrada indo-pakistana come la via più veloce e più conveniente per far transitare il gas dal Golfo Persico all'Himalaya. Il gasdotto dovrebbe entrare in funzione nel 2009, con la probabile adesione della Cina.
Il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, durante la sua visita in Asia, già nel 2005, aveva disapprovato il progetto, con la consapevolezza che avrebbe potuto sminuire il progetto americano del gasdotto che trasporta gas dal Turkmenistan al Pakistan via Afghanistan, e impedito alle autorità statunitensi di indebolire il governo di Teheran.
Il governo statunitense avrebbe cercato di boicottare il progetto, convincendo il governo indiano a non partecipare, e destabilizzando sia il governo iraniano che quello pakistano.
Le autorità statunitensi stanno facendo di tutto pur di continuare a controllare le risorse energetiche e le relative reti di gasdotti e oleodotti.
L'India, pur subendo le pressioni di Washington, mostra aperture verso l'Iran e la Russia, dimostrando così di capire che la costruzione di una rete di gasdotti al di fuori del controllo diretto americano equivale all’autonomia delle potenze asiatiche. Dunque, un Pakistan destabilizzato (e dotato di nucleare, come tutti sanno), potrebbe essere utile anche per indebolire eventuali governi troppo distanti dalle politiche Usa.
Secondo Al Jazeera, l'India vorrebbe incrementare i commerci con l'Iran, e a tale scopo avrebbe chiesto al Pakistan un aiuto per migliorare la rete di infrastrutture, viarie e ferroviarie, lungo il confine ad Oriente. Gli statunitensi sono preoccupati per la vicinanza dell'India e del Pakistan a Teheran, che permette al governo iraniano di avere notevoli vantaggi economici. Peraltro, sia la Cina che l’India hanno firmato con l’Iran contratti notevoli per la fornitura di gas naturale, e non è escluso che in futuro l’Iran diventi uno dei loro maggiori fornitori.
Dunque, come sostengono alcuni osservatori, Washington vorrebbe un Pakistan con un governo instabile e caotico, affinché si verifichino diversi attentati terroristici, per creare insicurezza e paura sia all'interno del paese che nelle zone vicine (India, Afghanistan, Khasmir).
Gli Stati Uniti, nel luglio scorso, avevano persino organizzato le trattative fra Islamabad e Londra (dove si trovava la Bhutto), allertati da un personaggio che temevano diventasse loro "infedele". Nel giro di poche settimane Musharraf fu descritto dai media occidentali come il personaggio che era sempre stato: un dittatore feroce. Quello che si ometteva era che egli era sempre stato al soldo di Washington, e se le autorità statunitensi ora lo additavano, quale dittatore, c'era un motivo. Il motivo è sempre il solito, com'era stato anche nel caso di Saddam Hussein: il dittatore non si stava piegando completamente alla volontà di chi lo aveva messo al potere.
Inoltre, la popolazione pakistana era sull'orlo del collasso, piegata da anni di miseria e di dittatura. Richiamare in patria la Bhutto significava sedare in parte le sollevazioni, e ridare speranza al popolo. Tutto questo però non poteva durare a lungo perché la Bhutto non garantiva agli Usa una sottomissione acritica e totale, e lo dimostra il fatto che nella sua campagna elettorale stava denunciando le scuole per terroristi, le coperture al terrorismo del governo e altri crimini. Donna di estrema intelligenza e carisma, la Bhutto non aveva risparmiato stoccate, dicendo, dopo l'attentato a Karachi: (il responsabile) "non è un musulmano", (perché uccidere innocenti è) "contro la nostra religione".(15)
La Bhutto, il 23 dicembre scorso, aveva denunciato le scuole coraniche come luoghi in cui si "trasformano i bambini in assassini". Senza alcun timore, denunciò anche gli impliciti appoggi del governo al terrorismo, dicendo ad una congregazione di almeno 25.000 persone: "Hanno sempre cercato di bloccare le forze democratiche, ma non hanno fatto nulla per prendere estremisti, terroristi e fanatici".(16) Per questo suo modo di parlar chiaro e schietto, la Bhutto era amatissima dal suo popolo e all'estero, e per l'attuale sistema di potere rappresentava un serio pericolo.
Il suo ritorno è stato accompagnato da terribili attentati, attuati con lo scopo di intimorire la popolazione e di scoraggiare la stessa Bhutto, che però non si è piegata e ha pagato con la vita il suo coraggio.
Con l'uccisione della Bhutto a Rawalpindi (mentre stava tenendo un comizio per la campagna elettorale per le elezioni parlamentari dell'8 gennaio), in seguito ad un attentato suicida, il 27 dicembre, è scomparsa una persona che rappresentava la speranza del Pakistan di liberarsi dalla morsa del terrorismo e dalla dittatura.
Tutte le autorità hanno condannato l'attentato, anche quelle americane, ma è evidente che l'uccisione della Bhutto è stata preparata da chi aveva interesse a non rischiare di vedere il trionfo del suo partito e il suo ritorno al potere.
Dopo l'attentato, la folla si è sollevata a Peshawar, ed è stata duramente repressa con gas lacrimogeni e manganelli. Il popolo pakistano sa cosa effettivamente accade nel paese, e come il controllo degli Usa impedisce la nascita di governi realmente scelti dai cittadini.
Gli statunitensi hanno mostrato tutta la loro ambiguità e malafede verso la Bhutto, utilizzandola per indebolire i poteri di Musharraf e per tenere buono il popolo, mentre dietro le quinte architettavano una sua uscita di scena, in quanto troppo pericolosa. Infatti, la Bhutto, avendo il sostegno della maggior parte dei pakistani, e volendo realizzare un governo assai più democratico di quelli amati da Washington, poteva rappresentare un serio ostacolo ai piani degli Usa di mantenere il controllo sul paese.
Nell'ottobre scorso, il consigliere politico di Benazir, Israr Shar, egli stesso vittima di un attentato terroristico in cui perse le gambe, aveva dichiarato:
"La strage di Karachi con i suoi 140 morti è una sorta di 11 settembre alla pakistana, ma qui i terroristi non hanno bisogno di venire da fuori: sono infiltrati e con forti appoggi nei servizi di sicurezza... Con il suo ritorno Benazir rischia la pelle.(17) ... Benazir è l'erede del padre, l'uomo che quando salì al Governo fece un gesto simbolico e decisivo: assegnò una carta di identità nazionale a tutti i pachistani, a decine di milioni di persone che avevano appena un nome, privati di ogni diritto di parola. Decise che l'istruzione per i poveri era gratis, fece nazionalizzare le scuole e le industrie più importanti, parlò e agì in nome del popolo e non di un'élite che lui conosceva bene. Erano idee socialiste, che poi attuò con le nazionalizzazioni e la riforma del latifondo: le gente ignorava le ideologie ma pensava che Zulfikar venisse incontro ai loro bisogni. Il generale Zia ul Haq lo fece impiccare nel '79, due anni dopo il colpo di stato, perché sapeva che con lui vivo non avrebbe potuto trascinare il Paese verso l'islamismo e la deriva autoritaria... Sono un laico, un secolarista, e credo che ce la faremo ancora una volta, Benazir ci salverà".(18)
La stessa Bhutto, dopo l'attentato a Karachi, aveva detto: "Più delle minacce dei radicali islamici temo il governo, le sue strutture parallele di ex generali e agenti dei servizi che potrebbero eliminarmi. Neppure io credo che siano stati gli integralisti il 17 luglio a farci saltare in aria: per noi sono un minaccia ma non la principale".(19)
I media occidentali, dopo la notizia dell'attentato a Rawalpindi, ripeterono pappagallescamente "Il Pakistan è il maggiore alleato degli Stati uniti contro il terrorismo di al Qaeda",(20) ma nessun giornalista si è chiesto come mai il terrorismo ha il potere di uccidere chi vuole, in paesi in cui i governi filoamericani controllano a tappeto ogni centimetro del territorio. La logica risposta è che quello che accade in Pakistan è quasi sempre organizzato dallo stesso governo, e che le strategie di Washington volevano dare un avvertimento a Musharraf e destabilizzare l'area, ma non intendevano affatto, pur avendola illusa, mettere al potere una persona non completamente controllabile, e per di più amatissima dal popolo. Musharraf, odiato dal popolo, non sarebbe oggi più utile agli Usa, che di solito destituiscono chi non serve più a mantenere sottomessi i popoli o chi non obbedisce ai loro diktat.
Il Pakistan è oggi un paese in cui il popolo è tenuto in miseria, in cui il 73% dei cittadini vive con meno di due dollari al giorno. Vivendo in condizioni di miseria, repressi da un governo militare, i pakistani si ribellano e chiedono condizioni di esistenza più dignitose e un governo che pensi realmente a governare il paese.
Negli ultimi anni l'economia è cresciuta del 7-8% l'anno, ma come osserva lo scrittore Zahid Hussein: "Questa rimane una società divisa in due: ci sono quelli che accendono l'aria condizionata e quelli che non hanno mai visto l'elettricità in casa".(21)
Le Forze armate pakistane ricevono dagli Usa almeno un miliardo di dollari all'anno, per essere più efficaci nelle repressioni e nel controllo del territorio. Il popolo pakistano, al contrario degli europei, non crede alla favoletta degli americani che chiedono alleanza per la "guerra al terrorismo", e sa molto bene che le armi vengono impiegate per tenere sottomessa la popolazione e per organizzare il terrorismo.
Ora che le speranze sono state così duramente spezzate, il popolo pakistano è ancora più inferocito di prima, e occorrerà una durissima repressione militare per sedarlo. Forse le autorità statunitensi riusciranno a trovare un personaggio a loro fedele che possa anche riscuotere consensi fra il popolo (ovviamente attraverso l'inganno). Forse continueranno a sostenere Musharraf, oppure destabilizzeranno ulteriormente il paese, attraverso il terrorismo e le repressioni militari, per tenere l'intera zona nel caos (Kashmir, Afghanistan, India e Pakistan), e cercare di manipolare i governi, in vista di possibili scelte non gradite.
NOTE
1) "Washington Post", 1 giugno 1979.
2) Ahmed Nafeez Mosaddeq, "Guerra alla verità. Tutte le menzogne dei governi occidentali e della Commissione "Indipendente" Usa sull'11 settembre e su Al Qaeda", Fazi Editore, Roma 2004, p. 14.
3) Intervista di Zbigniew Brzezinsky a "Le Nouvel Observateur" , 15 Gennaio 1998.
4) In arabo significa "scuola", le madrasse sono le scuole religiose islamiche.
5) Cit. Mamdani Mahmood, "Musulmani buoni e cattivi. La guerra fredda e l'origine del terrorismo", Laterza, Bari 2005, p. 156.
6) Hoodbhoy Pevez, "The genesis of Global Jihad in Afghanistan", relazione presentata alla Conferenza The Civil War and Cold War, 1975-1990, presso l'Institute of African Studies della Columbia University, il 14-15 novembre del 2002.
7) A questo proposito si legga: http://www.disinformazione.it/distruzione_afghanistan.htm
8) A questo proposito si legga: http://www.disinformazione.it/iran_sceneggiate_per_invadere.htm
9) http://news.excite.it/estero/491482
10) Fonte: Adnkronos/Ign, 19 ottobre 2007.
11) Fonte: Adnkronos/Ign, 19 ottobre 2007.
12) http://www.peacereporter.net/default_news.php?idn=44361
13) http://www.peacereporter.net/default_news.php?idn=44402
14) http://www.peacereporter.net/default_news.php?idn=44488
15) http://www.peacereporter.net/default_news.php?ndata=2007-10-19&idn=43767
16) http://news.excite.it/estero/498273
17) http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2007/10/pakistan
18) "Il Sole 24ore", 18 ottobre 2007.
19) "Il Sole 24ore", 18 ottobre 2007.
20) Telegiornale di Raidue, 27 dicembre 2007, ore 18,30.
21) "Il Sole 24ore", 7 ottobre 2007.
COSA ACCADRA’ ADESSO IN PAKISTAN ?
1. Devo iniziare parlando dell’impressione che mi ha fatto di recente. Era una donna politica corrotta, più interessata alla propria eredità politica che al benessere della sua nazione e del suo popolo. Oggi il Presidente Bush ha detto che la Bhutto era una persona che si batteva contro il terrorismo. Lo aveva fatto, per convenienza, solo dopo l’11/9. Ma a metà degli anni ’90 era apertamente filo-talebana e il governo pakistano era uno dei pochi al mondo che riconoscesse quel regime neo-Khawarij.
2. La sua morte potrebbe generare grossi problemi in Pakistan, ma io penso che Musharraf saprà affrontare il problema e introdurrà probabilmente qualche sistema di legge marziale che consenta di arginare la violenza e le sommosse. Dovrà rinviare le elezioni, ma solo di poco, o i suoi oppositori potrebbero iniziare a gridare che sta cercando di bloccare il processo politico.
3. Sono rimasto piuttosto sorpreso dal modo in cui la stampa americana ha presentato la Bhutto. Stamattina la CNN ha cambiato tre volte la sua fotografia intorno alle 8.45. In ogni immagine si cercava di dipingerla come una sorta di angelo caduto. In realtà, si trattava di una donna che aveva venduto il proprio popolo al solo scopo di incrementare il proprio conto in banca e di uccidere gli oppositori politici.
4. Pakistan e democrazia: cosa succederà adesso? Nawaz Sharif è un emerito nessuno. Musharraf cammina sul ghiaccio sottile. Chi guiderà il Pakistan? La situazione qui è molto tetra, ma una cosa è certa: molti pakistani sono persone moderate, inclini ai valori occidentali di democrazia e libertà nel loro senso più vero. Sono progressisti e liberali sotto molti punti di vista. L’estremismo non ha molta presa sul Pakistan, ma si teme comprensibilmente che quella parte dell’esercito legata ai talebani e ad Al Qaeda possa prendere il potere come a suo tempo fece Musharraf. Io non penso che ciò sia probabile, ma resta comunque una possibilità. I pakistani hanno bisogno di unirsi e di puntare davvero alla democrazia.
5. Sono disgustato dai media americani. La loro descrizione della Bhutto come una specie di martire è biasimevole e inappropriata. Certo, aveva fatto davvero un buon lavoro a dipingere se stessa come una specie di faro di speranza per il Pakistan. Eppure questa donna avrebbe potuto essere arrestata in qualunque momento dall’Interpol a causa del riciclaggio di denaro in cui lei e suo marito erano coinvolti in 3 o 4 paesi diversi. Era una pura e semplice imbrogliona, eppure i nostri splendidi organi di stampa stanno facendo di lei la nuova Madre Teresa. E’ come se Michael Vick, tra dieci anni, si candidasse a senatore della Georgia, venisse assassinato e tutti dicessero solo che era un grande giocatore di football senza neppure citare la sua condanna per aver addestrato cani da combattimento. E’ così orwelliano.
6. L’eredità della Bhutto: l’impressione che ha lasciato di sé è quella di una donna che lottava per la democrazia e combatteva l’estremismo. E’ così che verrà ricordata fino all’Armageddon. Ma i dissidenti e i progressisti che conoscono un po’ meglio la sua storia, sanno che cos’era realmente. Combattè per la democrazia solo quando le fece comodo, ma nel periodo in cui era al potere la corruzione e l’assassinio degli avversari politici erano per lei all’ordine del giorno. Era una truffatrice e sebbene non meritasse di terminare la propria vita in un modo così orribile, dovremmo comunque ricordarla come una persona che aveva a cuore solo se stessa e il proprio conto corrente.
7. La mia inchiesta ad Harvard mi aveva convinto che la Bhutto non sarebbe durata molto in Pakistan. Sfortunatamente per lei, la mia inchiesta si è rivelata fondata. Musharraf uscì vivo a malapena da due tentativi di assassinio che ebbero luogo alcuni anni fa, e nel frattempo ce ne sono stati molti altri. La sicurezza di Musharraf era curata dall’esercito pakistano e gli attentati alla sua vita provarono che l’esercito era stato infiltrato da simpatizzanti dei talebani e di Al Qaeda. Se lui aveva intorno a sé il miglior sistema di sicurezza possibile e, nonostante ciò, era stato quasi ucciso, come avrebbe mai fatto la Bhutto a restare viva? Non c’è riuscita, come oggi abbiamo sfortunatamente potuto vedere.
LA MORTE DELLA BHUTTO NELLA POLVERIERA PAKISTANA

Poco prima di essere assassinata aveva detto: “il prossimo obiettivo di Al Qaeda sono io”. Strana frase, a ben pensarci. Perché tutti – almeno molti dei commentatori- avevano pensato che il suo nemico numero uno fosse il generale “non ancora uscente” che guida il Pakistan da molti anni, Pervez Musharraf . E così molti avevano pensato quando Benazir Bhutto venne accolta al suo ritorno in patria, qualche mese prima di morire, da una bomba che era stata fatta esplodere sulla strada che dall'aeroporto la portava a Islamadab. La sorte la salvò , ma uccise oltre 100 dei suoi sostenitori, che si assiepavano entusiasti e pieni di speranza sui bordi della strada.
Dunque non era da Musharraf che Benazir aspettava la morte. Oppure dobbiamo pensare che Musharraf sia stato, o sia, un alleato di Osama bin Laden (sempre che Osama sia ancora vivo, naturalmente)? O del mullah Omar, che vivo lo è ancora, sicuramente? O di Ayman Al Zawahiri, che ogni tanto ci diletta con le sue esternazioni, prontamente messe in circolo da Al Jazeera?
Risulta difficile pensarlo, visto che il dittatore pakistano è stato in questi anni di lotta al terrorismo internazionale l'alleato numero uno, il fedelissimo degli Stati Uniti. Tanto fedele che Washington, per tenerselo caro, ha chiuso un occhio e anche tutti e due, sui principi democratici violati che – a dire di Bush – l'hanno spinta a fare la guerra in Afghanistan e in Irak.
Vero è - cerchiamo di capirci qualche cosa, con molta fatica – che Musharraf era già alla testa del Pakistan in quel fatidico 11 settembre 2001, e non fu molto vigile sul comportamento dei suoi servizi segreti militari (Isi) che l'avevano portato al potere. Fu l'Isi che fece assassinare Masood il 9 settembre. Fu l'Isi che, a quanto risulta inequivocabilmente, mandò 100 mila dollari a Mohammed Atta nei giorni immediatamente precedenti l'attentato contro le Twin Towers.
Certo è che agli americani cominciava sempre di più a piacere Benazir Bhutto, più che l'ormai impresentabile Musharraf. Erano stati molto prudenti per non irritare i militari pakistani, gli uomini di Bush, ma s'era capito che volevano le elezioni in Pakistan il più presto possibile, e che non si sarebbero stracciati le vesti se Benazir le avesse vinte. Una donna in primo luogo, meglio di un uomo. Non implicata in alcun modo con l'11 settembre, quindi non in condizione di ricattare nessuno (cosa che, invece, Musharraf ha fatto più d'una volta). E presumibilmente più maneggiabile. Ma doveva essere una transizione senza troppe scosse. Il Pakistan è una polveriera. Per giunta atomica. Nell'ultimo anno è il paese che ha registrato il più alto numero di attentati in tutto il mondo. Se si rompe il Pakistan le vibrazioni del terremoto si sentiranno molto lontano dai suoi confini. Chi ha ucciso Benazir questo si proponeva.
Benazir, il grande depistaggio
Maurizio Blondet
La morte della Bhutto sulla stampa pakistana
Contrordine.
Benazir Bhutto non è stata uccisa da cecchini con cinque pallottole di AK-47 alla testa, mentre i poliziotti di scorta avevano abbandonato il loro posto un minuto prima dell'assassinio (1).
Contrordine, contrordine: è stata uccisa dallo spostamento d'aria.
E Al Qaeda ha ripetutamente rivendicato.
Ci sono le prove, le registrazioni di telefonate fra qaedisti…
Niente autopsia.
C'è di meglio di un'autopsia.
E' «imminente» un nuovo messaggio di Osama Bin Laden, rivolto però all'Iraq e ad un'organizzazione fondamentalista irachena, «Stato Islamico dell'Iraq».
Lo ha annunciato il celebre centro di caccia al terrorismo SITE, della già nota Rita Katz (2).
Che precisa di aver letto la notizia dell'imminenza in «blog jihadisti», e che il messaggio stavolta durerà 56 minuti.
E pensare che la CIA e le altre 17 agenzie d'intelligence americane, con 50 miliardi di dollari annui di fondi, non riescono a sapere mai nulla di Osama, benchè ci sia sulla sua testa una taglia di 25 milioni di dollari.
Invece il SITE, composto di due membri (la Katz e Josh Devon), riesce a sapere tutto in anticipo. Dai blog jihadisti che la CIA non trova mai.
E' straordinario.
Tanto più che Benazir Bhutto in persona, pochi giorni prima di morire, in un'intervista a David Frost, aveva parlato come en passant dell' «uomo che ha ucciso bin Laden», e ne aveva fatto il nome: Saeed Sheikh (3).
E' lo stesso che è accusato di aver ammazzato Daniel Pearl, il giornalista del Wall Street Journal che in Pakistan stava investigando sui rapporti tra l'ISI (intelligence militare) e i terrorismi islamisti.
Questo Saeed Sheikh è anche l'uomo che, per conto dell'ISI, trasferì elettronicamente 100 mila dollari a Mohamed Atta poco prima dell'11 settembre.
David Frost, per ragioni davidiche, ha sorvolato.
Eppure le dichiarazioni postume della Bhutto sono all'ordine del giorno, e quando è il caso, vengono clamorosamente diffuse.
Dall'Ansa, 27 dicembre: «Benazir Bhutto attribuì la responsabilità di una sua eventuale morte violenta al presidente pakistano Pervez Musharraf. Lo fece in una e-mail indirizzata a un amico americano che è stata consegnata alla CNN prima dell'attentato di oggi. L'e-mail, del 26 ottobre, era stata data da Mark Siegel, l'amico, all'emittente con la consegna che poteva esser resa pubblica solo in caso di morte violenta della Bhutto. 'Era compito del governo proteggerla', ha detto Siegel alla CNN».
Mark Siegel: ecco un altro nome davidico, tipo Katz.
C'è sempre qualche davidico amicissimo del morto, come quell'Alex Goldfarb che stava al capezzale di Litvinenko, unico ammesso alla sala di rianimazione, e ne raccoglieva le accuse per poi riferirle alla grande stampa: è stato Putin, Putin, Putin.
Un altro amico e confidente della Bhutto, Humayun Gauhar, ha detto: «Se gli americani avessero potuto avere un governo retto dalla Bhutto, avrebbero ottenuto ciò che Musharraf ha rifiutato loro: lei avrebbe autorizzato l'entrata delle truppe NATO (letteralmente: gli stivali della NATO sul terreno) nelle aree tribali, e la possibilità di neutralizzare le nostre testate nucleari» (4).
Le testate nucleari, che non devono cadere in mano agli islamisti altrimenti «Israele è in pericolo».
Che questo sia il vero motivo di contenzioso alla radice dell'immenso, sanguinoso disordine pakistano, lo adombra anche Steve Clemons, giornalista di Washington, che ha spesso parlato con Benazir.
«Tra il lusco e il brusco, sotto sotto c'è la questione del comando e controllo delle loro testate atomiche», ha detto Clemons, che è un senior fellow alla New American Foundation, e molto addentro alle segrete stanze di Washington.
Un accordo preliminare per far entrare le truppe NATO in Pakistan era già stato preso, come abbiamo riferito, tra Musharraf e John Negroponte.
A questo punto, Benazir - rispedita in patria per «espandere la democrazia» - diventava superflua (5).
Ora, magari, si può ipotizzare che gli stivali NATO (truppe speciali USA, soprattutto) non calcheranno il terreno dell'area tribale, ma abbiano la missione di arraffare le 20-30 testate del Pakistan?
E che all'ISI questa cosa non piaccia affatto, nonostante il sì di Musharraf?
Tutto è possibile.
Tanto più che in Pakistan, il nome «Al Qaeda», o «Talebani», è spesso inteso per formazioni che l'ISI manovra a suo piacere.
«Dovunque il caos viene creato nel mondo a forza di bombe ed assassini, e i neocon si affrettano a puntare il dito su Al Qaeda, si può essere ragionevolmente sicuri che siamo di fronte ad un altro attentato 'false flag' compiuto da un gruppo o gruppi che hanno qualche motivo ulteriore, politico e anche di profitto, per creare il caos»: così leggo su un blog complottista, lataan.blog.
Forse ha ragione il vecchio Lyndon LaRouche (6).
Anche lui ha parlato a caldo di «chaos operation» (operazione-caos), e con una nota interessante: «Guardiamoci da ogni 'spiegazione' o interpretazione del fatto in termini di personalità, di gossip o altro. Questa è una situazione totalmente anormale, e ci può essere solo una spiegazione abnorme».
Quale?
«Questo ha a che fare con la crisi finanziaria globale. E' l'inizio della prossima fase: creare una situazione di caos potenziale, che è rispondente alla crisi finanziaria. E' il detonatore della carica, che è la crisi finanziaria, il sistema che si sta disintegrando. Come ho detto ieri, è qualcuno interno al sistema britannico che sta agendo contro il resto del sistema. Non si tratta di rivalità né di concorrenza, è la fine del gioco. Chi lo conduce non è di una 'parte', è il croupier (game-master), non uno dei giocatori. Il croupier che vuole sopravvivere».
Secondo lui, «tutta l'operazione è centrata sul 3 gennaio».
Sarebbe la data in cui, «secondo fonti multiple» che LaRouche e i suoi hanno interpellato, «il sistema finanziario entrerà in una nuova e più massiccia crisi».
Floyd Norris, il giornalista finanziario del New York Times, ha già detto che la crisi dei mutui subprime è uno scherzo, in confronto al mercato delle obbligazioni corporate.
Ted Seides, analista di Protege Partners, adombra il collasso del vastissimo mercato dei Credit Default Swaps (CDS), ossia degli strumenti finanziari derivati e sofisticatissimi che venivano rifilati con la scusa che «assicuravano» contro le fluttuazioni monetarie e le perdite di cambio.
Erano gli «hedges» (che compensavano le perdite con guadagni), specialità degli hedge fund ultra-speculativi.
Secondo Seides, queste erano «assicurazioni senza alcuna riserva»: e il loro nominale è valutato in 45 mila miliardi di dollari.
Ossia 45 trilioni: il quintuplo del debito nazionale USA.
Scenario da incubo, che non vogliamo nemmeno elaborare.
C'è chi può salvarsi da questa catastrofe?
Molti anni fa, Webster Tarpley mi parlò degli «immortali»: società e gruppi - a volte solo studi di avvocati, che gestiscono patrimoni di genealogie estinte di grandi banchieri - che si sanno immortali.
Ciò perché la loro memoria storica gli ricorda che le due guerre mondiali, le crisi del '29 e del '78, il collasso dell'URSS, Pol Pot e la rivoluzione culturale di Mao, qualunque altra catastrofe che ha spazzato via milioni di vite, rovinato milioni di oneste persone e i loro risparmi, a loro (agli immortali) ha sempre portato un aumento di ricchezza e di potere.
Essi stanno al disopra del caos, e lo manovrano.
Il giorno in cui annunciò l'invasione dell'Afghanistan, Bush pronunciò una frase del tipo: «C'è un angelo nella bufera, e guida la tempesta».
La si intese allora come una delle frasi rivolte ai cristiani rinati, che aspettano l'Apocalisse e la vogliono accelerare, onde accelerare il secondo avvento di Cristo.
Oggi, si può pensare che l'angelo sia quello delle tenebre, con i suoi agenti più vicini: «gli Immortali», appunto.
I maestri del caos.
Peccato sia morto Joe Vialls, il vecchio agente australiano: prima di morire, egli scrisse che quei maestri a cavallo del caos avevano già comprato vastissimi terreni come loro rifugio, per sopravvivere all'Apocalisse.
Parlò della Tasmania, grande isola a clima temperato nel pieno dell'Oceano Pacifico, lontana dall'Australia e da tutto.
Anche da eventuale fallout nucleare.
Ma non facciamo correre la fantasia.
Vialls pensava ai neocon, a Wolfowitz, Perle, Ledeen e simili, che s'erano cercati un'isola per sfuggire al disastro da loro provocato.
Ma Tarik Ali, giornalista britannico nato pakistano, ha detto al Guardian che coloro che pensano di guadagnare dal caos possono essere altri: «In passato, il dominio dei militari (in Pakistan) era almeno inteso a conservare l'ordine, e lo ha fatto per qualche tempo. Ora non più. Oggi esso crea il disordine e promuove l'illegalità: come spiegare altrimenti di otto giudici della Corte Suprema che tentavano di imputare le agenzie d'intelligence militari e la Polizia e portarle in giudizio?».
Giusta osservazione: ora i regimi «forti» - la cui sola giustificazione era l'ordine - hanno convenienza a provocare il caos.
L'osservazione non vale solo per il Pakistan, vale per l'America, vale per l'Italia, vale dovunque il gruppo di potere dominante sente che solo il caos può salvarlo dall'impiccagione, dalla Norimberga che merita.
E', se ci si pensa, il rovesciamento definitivo e radicale del «katechon»: l'imperium non trattiene più il Signore del Caos, ma lo scatena, pensando di «cavalcare la tempesta».
Tutti i commenti dunque, in un modo o nell'altro, puntano il dito su questo: l'unica cosa chiara in questo attentato è il caos.
Il caos come esito non voluto, oppure come fine a sé?
Nemmeno questo si può dire, com'è in fondo naturale quando il caos impera, quando governa «l'abnorme» evocato dal vecchio Lyndon.
Non resta che filosofare, come fa Dedefensa: «Il Pakistan è oggi il punto zero del disordine», ma il disordine che attanaglia il mondo l'ha creato «la politica occidentale e americanista».
Tutto è cominciato da un altro punto zero, il ground zero dell'11 settembre, il pretesto per scatenare la guerra mondiale al terrorismo, la «lunga guerra» senza fine.
Di lì si sparge e si espande la zona del caos, sempre più vasta: Afghanistan, Iraq, le ex-province dell'URSS, «cambi di regime», «democrazie colorate», menzogna ufficiale da tutti accettata, in un quadro di abbandono del diritto, di milioni di profughi che nessuno cura, di rilegittimazione della tortura proclamato in Occidente, di massacri impuniti di civili, di genocidi da uranio impoverito perpetrati con la più arrogante sicurezza che nessuno ti chiamerà a renderne conto, perché nel caos non ci sono più tribunali.
Jihadisti, fanatici cristianisti, massacratori casuali di familiari, appaiono tutti come mere scintille nel gran fuoco caotico: un'atmosfera psichica s'è instaurata, che fa che individui informi e malati dentro divengano degli ossessi, o dei posseduti.
E' il grande ballo di san Vito, che scatena i frenetici.
Fanatici sotto, fanatici sopra, al potere; irrazionalismo; terrore di sé e degli altri.
E tutto è cominciato (forse) per il petrolio, e certamente per garantire «la sicurezza di Israele».
Senza Israele come spina, il mondo islamico non sarebbe sconvolto da questo caos.
Chi è l'angelo che davvero cavalca la tempesta?
Lo sapremo presto.
Posso flebilmente ricordare ai credenti che anch'essi hanno una loro arma totale?
Cominciamo a recitare il Rosario.
Virgo Potens.
Mater Misericordiae.
Regina Pacis.
Auxilium Christianorum.
Stella mattutina, che guidi i naviganti nella tempesta.
Facciamolo in famiglia, in gruppo, da soli.
Più che si può.
Come è stato profetizzato contro quell'Angelo della Tempesta: «Ella ti schiaccerà il capo».
Note
1) Nick Juliano, «Police abandoned security posts before Bhutto assassination - No autopsy Performed on body», Raw story, 28 dicembre 2007.
2) WASHINGTON (AFP, 12/28/2007) The head of the Al-Qaeda network Osama bin Laden is expected to release a taped message on Iraq, a group monitoring extremist online forums said Thursday. The 56-minute tape by the hunted militant is addressed to Iraq and an extremist organization based there, the Islamic State of Iraq, said the US-based SITE monitoring institute, citing announcements on «jihadist forums». It said the release was «impending» but did not say whether the message was an audio or video tape.
3) «Osama bin Laden is dead», http://desertpeace.blogspot.com/2007/12/.
Qui si può vedere il video dove Benazir Bhutto indica l'uccisore di bin Laden. E' anche su YouTube.
4) Gail Sheehy, «Behind the assassination of Benazir Bhutto», Parade, 28 dicembre 2007.
5) «Bhutto sacrificed at the moment when deal was cut between US military & Musharraf», Rumor Mill News, 28 dicembre 2007.
6) LaRouche: «This Whole Operation [Pakistan] is Keyed to the Fact of January 3rd» LarouchePAC, 28 dicembre 2007.
venerdì, 28 dicembre 2007
Maurizio Blondet
Benazir Bhutto (1953 - 2007)
RAWALPINDI (Pakistan) - «Benazir Bhutto uccisa», scrive un lettore: «Rivendicazione di Al Qaeda. Che lettura darne?».
E' troppo presto per capire.
Ma c'è chi ha capito già molto presto: anzi in anticipo.
A meno di mezz'ora dopo la notizia della morte di Benazir, il sito news.com.au, che è il portale del notissimo Rupert Murdoch (quello di Fox News e del Wall Street Journal, neocon ultra-israelita) già pubblicava un articolo con questo titolo (1): «Le forze speciali USA accresceranno la loro presenza in Pakistan, perché si valuta che il Paese sia destinato a diventare il campo di battaglia di Al Qaeda via via che essa è cacciata fuori dall'Iraq».
Il pezzo cita un rapporto di Stratfor (Strategic Forecasting, un think-tank molto vicino detto «il braccio privato della CIA») preparato evidentemente molto prima dell'attentato alla Bhutto.
Vi si dice che «in quanto quartier generale globale della leadership di Al Qaeda, il Pakistan è stato una testa di ponte significativa nel campo di battaglia ideologico».
Data la «talibanizzazione che si espande nel nord-ovest pakistano», il Pakistan sta per diventare «specialmente importante».
Questa analisi di Stratfor, nota l'articolo australiano, «coincide» (guarda la coincidenza) «con notizie da Washington che implicano che le forze speciali USA accresceranno la loro presenza in Pakistan nel nuovo anno»: presto, prestissimo, forse già a gennaio.
A questo scopo il capo dello US Special Operation Command, ammiraglio Eric T. Olson, ha già fatto una serie di visite per prendere accordi in questo senso con gli alti gradi pakistani.
Secondo il Washington Post, un accordo in questo senso coi pakistani (il generale Musharraf e i capi di Stato Maggiore) era stato raggiunto già a novembre.
L'ammiraglio William Fallon, comandante dell'US Central Command, aveva alluso a questo accordo in un'intervista con la Voice of America della scorsa settimana.
La settimana prima.
Preveggenza.
L'aumento di truppe non si improvvisa mezz'ora dopo l'annuncio di un attentato, e nemmeno una settimana prima.
Come non era improvvisata - ma pronta da tempo - l'invasione dell'Afghanistan, anche se il pretesto fu la rappresaglia all'attentato dell'11 settembre: in ottobre le truppe USA e della NATO erano già sul terreno, meno di un mese dopo.
E' vero che l'11 settembre ci furono preparativi ancora più rapidi, anzi anticipati: la FEMA
(la protezione civile USA) era già là sul molo sotto le Twin Towers, con tutti i suoi uomini, medici paramedici e materiali di soccorso pesanti, la sera del 10 settembre.
Un caso fortunato, stavano preparandosi ad una esercitazione che avrebbero dovuto compiere proprio l'11.
Ma il portale di Murdoch, che sa di più, aggiunge: si ha notizia che un ambizioso piano di «anti-terror investment plan» per il Pakistan è stato il primo tema trattato dal vice-segretario di Stato John Negroponte nella sua recente visita d Islamabad.
Dunque tutto era pronto.
Mancava solo l'attentato, la nuova Pearl Harbour.
Del resto, qualche settimana prima ambienti USA avevano fatto sapere di ventilare un piano d'emergenza per impadronirsi delle testate atomiche pakistane, per scongiurare il rischio che cadessero nelle mani dei «fanatici islamici», se il regime Musharraf collassasse e il caos prendesse piede nel Paese.
Gli alti gradi militari pakistani avevano risposto con stupore e con rabbia.
Due giorni prima, gli USA avevano lasciato filtrare che 5 miliardi di dollari, dati a quegli stessi alti gradi per la «lotta al terrorismo», erano stati spesi dai gallonati pakistani per acquistare armi da usare un giorno contro l'India.
Finalmente, i gallonati pakistani hanno capito il messaggio: incombeva su di loro una «Mani Pulite» musulmana.
E hanno accettato l'arrivo di truppe USA.
Del resto Musharraf è abituato alle minacce della civiltà superiore occidentale: «O stai con noi o mandiamo il Paese all'età della pietra a forza di bombe», s'era sentito dire all'inizio della guerra globale al terrorismo, o guerra al terrorismo globale.
O terza guerra mondiale, come aveva annunciato Bush e ha ripetuto giulivo Gianni Riotta direttore del TG1, che ha i suoi amici alla Brookings.

La Bhutto durante il comizio pochi istanti prima dell'attentato
E' troppo presto per capire bene con quali gallonati pakistani sono alleati gli americani.
Che Musharraf sia dietro l'assassinio della Bhutto è improbabile, è il colpevole più sospetto del romanzo giallo - ma ciò può ricordare Putin, indicato come l'assassino della Politkovskaia e di quell'agente segreto di Londra.
Difatti, il regime di Musharraf in queste ore è indebolito e in pericolo.
Quali altri generali lo sostituiranno è da vedere.
Gli esecutori dell'attentato sono «Al Qaeda», nome di comodo dietro cui si affastella qualunque gruppo o follia strumentalizzabile: e il Pakistan non ne manca.
Naturalmente, si potrà dire che gli americani hanno previsto e si sono preparati in anticipo perché conoscono la situazione interna, e già da tempo ne sono allarmati.
Ma appunto, da troppo tempo hanno le mani in pasta nel Pakistan, per non sospettarli come mandanti.
Dopotutto, la Bhutto l'avevano rispedita in patria loro, per espandere la «democrazia».
John Negroponte (membro della Skull and Bones a Yale, insieme allo zio di Bush, William H.T.Bush, e a Porter Goss, già direttore della CIA) è uno dei più sperimentati esperti di guerra clandestina e senza regole, di sovversione e intelligence, di psicologia e bombe, dall'Honduras contro i sandinisti al Messico contro gli zapatisti.
Dove arriva lui c'è da aspettarsi il peggio.
La domanda, piuttosto, è come mai l'Amministrazione si getti in questa nuova apertura di fronte.
Il più probabile motivo - salvo correzioni e smentite - è il fallimento del tentativo di coalizzare i regni arabi sunniti del Golfo contro l'Iran sciita: al contrario, l'Arabia Saudita e gli Emirati.
Al contrario, il re saudita Abdullah e i suoi satelliti emiri hanno invitato Ahmadinejad e gli hanno proposto «un patto di mutua sicurezza» (2).
Temono l'Iran, ma temono ancor più una guerra americana nel Golfo, commenta De Borchgrave (3).
Il 90% degli introiti degli emiri viene dal petrolio, e l'occlusione del Golfo petrolifero sarebbe la loro rovina; inoltre, con Teheran hanno intensi rapporti commerciali, che scavalcano le sanzioni imposte dagli Stati Uniti.
L'altra domanda è con quali forze il Pentagono pensa di accrescere lo sforzo, la nuova «ondata» (surge) che ha annunciato nelle difficilissime aree tribali pakistane.
Le truppe americane in Iraq sono sull'orlo della disintegrazione.
A Baghdad, un centinaio di soldati del 2do plotone della compagnie Carlie 1-26 si sono ammutinati nei giorni scorsi: persi cinque altri uomini per un ordigno esplosivo, hanno rifiutato di uscire di pattuglia adducendo che la loro rabbia non gli consentiva di operare in modo professionale: avrebbero fatto una strage.
E' un evento che vale da sé solo un articolo, quando avremo tempo (4).
Un generale ha detto, sotto anonimato, al Christian Science Monitor: «L'impatto delle operazioni in Iraq [sul morale della truppa] comincia a dettare la strategia e non il contrario», e se si parla di migliorata situazione in Iraq e ritiro di alcune forze, è perché si è deciso di dare all'armata un sollievo, di alleviare lo stress del servizio, di ridurre la frequenza e la lunghezza degli impieghi in zona operativa (5).
La frase è altamente significativa.
Quando «non è la strategia a dettare le operazioni ma il contrario», ciò è sinonimo di sconfitta.
La sconfitta comincia quando un esercito è costretto ad agire come può anziché come deve, quando i suoi obbiettivi sono ridimensionati in base ai mezzi che gli sono rimasti, e alla tenuta pericolante della sua truppa.
Allora le sue opzioni si restringono: ciò appunto è sinonimo di sconfitta.
Come si può mandare in Pakistan, adesso, un pezzo di esercito sconfitto, sull'orlo dell'ammutinamento?
Solo con la terza guerra mondiale, la mobilitazione totale e la leva in massa, e l'uso dell'arma estrema, forse.
O forse l'estensione del caos è la sola ed ultima strategia, il fine in sé?
Ma questo lo sapremo più tardi.
Magari Murdoch e i neocon lo sanno già.
Note
1) Bruce Loudun, «US military beefs up Pakistan force», NewsCom.au, 28 dicembre 2007. Ne ha parlato anche William Arkin sul Washington Post.
2) «La normalisation entre Riyad et Téhéran se poursuit», Réseau Voltaire, 24 dicembre 2007.
3) Arnaud De Borchgrave, «Dubai: Irans Hong Kong», Washington Times, 21 dicembre 2007.
4) Kelly Kennedy, «U.S. Soldiers Stage Mutiny, Refuse Orders in Iraq Fearing They Would Commit Massacre in Revenge for IED Attack», Democracy Now, 21 dicembre 2007. Kelly Kennedy lavora per Army Times, il periodico ufficioso dell'armata USA.
5) «Defaite de la guerre ou victoire du désordre?», Dedefensa, 24 dicembre 2007.
venerdì, 28 dicembre 2007
Il leader degli u2: «Quando incontrai i capi di governo, uno si addormentò»
La denuncia di Bono: «Promesse non mantenute, come la Francia. Solo la Germania ha rispettato gli impegni»
L'Italia e la Francia non hanno mantenuto nessuna delle loro promesse sugli aiuti umanitari per l'Africa. A formulare questo durissimo giudizio, in un'intervista rilasciata al quotidiano tedesco 'Sueddeutsche Zeitung', è il cantante Bono, secondo il quale solo il cancelliere Angela Merkel ha tenuto fede agli impegni presi nel corso dell'ultimo vertice del G8 ad Heiligendamm.
IMBROGLIO - «La Germania non ha imbrogliato - spiega il leader degli U2 al giornale - e lo si può constatare nella sua legge Finanziaria. Ad avere imbrogliato sono stati gli altri, la Francia e l'Italia. Durante un mio incontro con i capi di governo ad Heiligendamm - denuncia il musicista - uno di loro si è addormentato mentre stavo parlando». Alla richiesta di rivelare chi fosse 'l'affaticato leader', Bono si mantiene sul vago: «Nomi non ne faccio», taglia corto. «Forse è dipeso dal fatto che io sono un tipo noioso, ma la signora Merkel non si è addormentata. Ha mostrato interesse, e soprattutto non ha promesso molto e mantenuto poco. Sono stati specialmente gli italiani, invece, a violare tutte le promesse che avevano fatto».
TRA IMPEGNO E MUSICA - Il cantante annuncia poi che i suoi molti impegni di carattere umanitario non gli impediranno di rituffarsi presto nell'attività musicale. «L'anno prossimo tornerò al mio naturale posto di lavoro - anticipa Bono - e registrerò un altro disco, anche se continuerò a viaggiare molto per conto dell'organizzazione umanitaria Data. I miei colleghi degli U2 - aggiunge con un pizzico di ironia - hanno però già inviato foto del sottoscritto a tutte le stazioni di polizia del mondo, con la richiesta di fermarmi e di rispedirmi subito a casa».
|
|