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sabato, 15 settembre 2007
Roberto Calderoli

Apprendo che La Padania del 14 settembre «non» ha dato la notizia  dell’ultima di Calderoli, il Mayale-Day anti-Islam.
Forse un barlume di imbarazzo, di cui mi rallegro coi colleghi.
Ho appena rinunciato a collaborare con La Padania (1): non mi veniva mai in mente niente di abbastanza rozzo e semplicistico da proporre.
E ciò - devo dirlo - non per colpa dei giornalisti che ci lavorano, a cui va tutta la mia solidarietà. Sgobbano duro, hanno un bravo direttore d’esperienza, spesso sono ben informati e intelligenti.
Il loro dramma è dover interpretare, diciamo, «la linea» dei loro politici leghisti, neoanderthaliani di ritorno che non hanno più linea alcuna, e si dedicano all’improvvisazione da avanspettacolo.
Con suino annesso.
Se c’è ancora qualche leghista che segue il suino, vorrei pregarlo di considerare alcune semplici idee sul personale politico che hanno votato.
Dunque, Calderoli vuole cacciare tutti gli immigrati musulmani dall’Italia.
Bene.
Ammettiamo che lo scopo sia legittimo; in ogni caso, è richiesto da parte della popolazione.
A questo punto, un politico deve però chiedersi: quasi strategie devo usare per raggiungere lo scopo?
Quali mezzi mettere in atto?
Di quali mezzi dispongo per attuare il progetto?
Come attrarre quanta più gente posso a questo progetto, onde raccogliere un ampio consenso e conseguire una potente maggioranza - o almeno una forte minoranza - favorevole al progetto?
Un politico che vuole perseguire seriamente un progetto - oltretutto pericoloso - ha l’obbligo di pensare alle strategie e ai mezzi disponibili.
Deve darsi un piano di fattibilità, come dicono i padroncini in Brianza che hanno mandato il figlio alla Bocconi.

Ora, Calderoli annuncia che vuole andare a far pascolare un maiale sull’area dove deve sorgere una moschea.
Caro leghista, ti pare che questo mezzo sia adeguato al progetto che Calderoli s’è prefisso, anche a tuo nome?
Pensi forse che i milioni di musulmani che abitano e lavorano qui saranno indotti ad andarsene per questo?
Spontaneamente e senza resistere?
Naturalmente no.
Calderoli ha voluto solo dire qualcosa di offensivo: ciò che si dice una «provocazione gratuita», allo scopo di irritare i musulmani che abitano accanto a noi, spesso nostri vicini di casa.
Può darsi che Calderoli voglia, con la sua provocazione, arrivare allo scontro.
Scontro di strada e di casa tra voi leghisti e i musulmani.
Anche questo può essere un progetto: si chiama «politica del tanto peggio», e la storia è piena di politici che l’hanno praticata.
Di solito, la storia li definisce demagoghi e capi-popolo.
Ma abbastanza spesso hanno avuto successo: in tempi di crisi demagoghi e capi-popolo riescono ad intercettare sentimenti forti (come l’odio) e diffusi, e a tramutarli in azione.
Naturalmente, i demagoghi di successo dispongono di alcune qualità naturali: oltre alla rozzezza, fiuto politico per cogliere i rozzi umori dominanti, instancabile energia e capacità di organizzare gli umori in azione di massa, disposizione alla violenza, coraggio fisico.
Ora, caro leghista, ti pare che Calderoli risponda a questo identikit?
Con quella pancetta, con quella pappagorgetta e con quel sorrisetto da c…?
Pensaci, leghista: quello non è un demagogo di successo, eppure ti vuole trascinare nella sua impresa. All’insuccesso.
Calderoli confida forse nell’attuale moda di promozione e affermazione delle cosiddette «identità».
Suppone che esista una «identità padana» e vuole scagliarla contro la «identità musulmana», come un maglio.

Ora, caro padano, fatti due conti in tasca: il maglio è davvero così potente e duro?
L’identità padana non pare maggioritaria nemmeno in Lombardia, visti i voti che raggranella la Lega, che non sono proprio da plebiscito.
Non ci nascondiamo il fatto: la Lega sopravvive (a se stessa) per via dei soldi che le passa Berlusconi.
Bisogna riconoscerlo: l’identità padana - posto che esista - è debole e friabile.
L'identità musulmana è solida e forte.
Anzi, ha fama di essere piuttosto irriducibile e ostinata, come si vede in Iraq e in Palestina.
Hai proprio voglia di sfidarla?
Intendo tu, personalmente.
Tu con il vicino di casa islamico, con il compagno di fabbrica musulmano, che mangi pane fatto da panettieri egiziani musulmani.
Fatti questa domanda: te la senti di scontarti tu, personalmente, di mettere a rischio quel che hai, la vita tua e dei tuoi figli, i tuoi beni, per lo scontro finale?
Dietro a Calderoli, poi?
Ammettiamo che tu risponda sì.
Dove hai il fucile che Bossi sostiene i leghisti abbiano?
Già la parola «fucile» fa un po’ pena: Bossi dovrebbe sapere che questo genere di scontri non avvengono con «fucili», ma con kalashnikov mitragliatori e RPG anticarro, ordigni esplosivi di notevole potenza, e insomma volume di fuoco maggiore di quello offerto da non si sa quali  «fucili».
Bossi non pare intendersi molto della questione tecnica.
Molti anni fa, proclamò che dopotutto, i proiettili «costano solo 300 lire».
Già allora, purtroppo, costavano molto di più.
In ogni caso, sono passati anni: la dirigenza leghista avrebbe dovuto ormai approntare un intero arsenale clandestino, celato nei cascinali e nei fienili, se il suo progetto di rivolta - secessionista, anti-islamica o anti-Roma ladrona - avesse avuto qualche minima serietà.

Leghista, tu lo sai che nulla del genere esiste, che nulla è stato fatto.
Non sei stufo di questi che dicono e non fanno?
Di questi lombardi privi di ogni capacità e concretezza?
Questi sono la caricatura dei lombardi che ti inorgogliscono: sono i «baùscia», quelli che parlano, promettono, minacciano, e poi non fanno nulla.
E’ il tipo di lombardo che firma assegni che poi risultano scoperti, e cambiali che vanno in protesto.
Però Calderoli ci ha dato una bella soddisfazione, dirai tu: gliele ha cantate ai musulmani. Già.
Solo che la politica non si fa per togliersi delle soddisfazioni.
Dovresti avere un esempio alla memoria: l’ex-Jugoslavia.
I serbi si sono tolti delle soddisfazioni contro i croati, i bosniaci, i kossovari; i croati si sono tolti le loro soddisfazioni; i bosniaci le loro, e così i kossovari, appena hanno potuto, si sono tolti delle soddisfazioni contro i serbi.
Così, a forza di soddisfazioni, si sono ridotti ad un reddito che è un decimo di quello che avevano prima, alla rovina economica e alla emarginazione internazionale; con occupanti stranieri sulla loro terra, probabilmente per un secolo.
Anche in Jugoslavia era di moda l’affermazione delle «identità».
La politica dello scontro di identità porta a questo.
Si afferma la propria identità, e l’avversario afferma la sua.
Poi ci si sbudella, per anni e decenni, perché le identità sono irriducibili: da una parte, uno non può cambiare la propria identità (e quindi, per spogliarlo della sua identità bisogna ammazzarlo); dall’altra, sulla base della identità non è possibile alcun accordo finale, che faccia cessare la guerra intestina.
Infine, le «identità» si equivalgono: cosa decide quale è superiore e quale inferiore?
Solo la forza, alla fine.
Vince l’identità che ha ammazzato di più altre identità.
E siccome le altre identità non accettano di essere ammazzate, combattono fino allo stremo.
Come uscirne?

L’Europa ha provato sulla sua pelle lo scontro di identità (cattolici contro protestanti, «razze» germaniche contro altre «razze»,  ideologie, milanisti contro interisti eccetera) ed ha inventato un sistema per uscirne.
Questo sistema si chiama «diritto»: la decisione che ognuno, qualunque sia la sua «identità», è uguale di fronte alla legge.
Il diritto è cieco di fronte alle identità, non le considera degne di tutela: il diritto vede solo cittadini.
E’ questa la vera superiorità dell’Occidente sui musulmani.
Una superiorità che ci ha dato Roma (quella di Cesare, non di Veltroni) e che ogni tanto dimentichiamo, per poi dolorosamente riscoprirla.
Anche oggi, per moda, questo elemento superiore della nostra civiltà tendiamo ad oscurarlo.
E’ di moda pretendere diritti giuridici per la propria personale identità.
Gli omosessuali, per esempio,  dichiarano di avere una «identità» finocchia, meritevole di particolari tutele: insomma chiedono di essere non uguali di fronte alla legge, ma di avere una legge per sé, speciale.
E intanto nascono ogni giorno nuove identità, alcune inventate come la identità padana.
Ma il diritto decreta proprio il contrario: ognuno dev’essere trattato in modo uguale, indipendentemente dal suo sesso, razza, religione…
Uguale davanti alla legge, qualunque sia il tuo sesso, donna, uomo, finocchio.
Qualunque sia la tua idea politica.
Qualunque sia la tua razza.
E, appunto, qualunque sia la tua religione.
Perché il diritto decreta questo?
Per scongiurare l’oppressione e la discriminazione.
O, detta in altro modo, il diritto si rende cieco di fronte alle «identità» per garantirci la libertà nell’uguaglianza, e la convivenza possibile senza oppressione.
Il diritto deve per forza relegare le identità nel privato.

Sei gay?
Non mi importa, importa che tu riconosca certi doveri verso gli altri, su un piano di parità; e in cambio sei tutelato nei tuoi diritti alla non-discriminazione.
Vai a Messa o in moschea?
Alla legge non importa, purchè non commetta delitti e non cerchi di prevaricare sugli altri cittadini, che per lui sono tutti eguali.
Caro leghista identitario, questa è la vera superiorità dell’Occidente.
E questa dobbiamo offrire - ed abbiamo il diritto di imporre - ad ogni musulmano fra noi: sei garantito nelle tue libertà private, a patto che ti riconosca nella legge comune.
Certo, tutto questo è teorico: le donne vengono discriminate (i loro salari sono inferiori), i finocchi sono talvolta derisi, i musulmani danno fastidio e fanno paura alla gente.
Ma questo non è un argomento contro il diritto, è un argomento contro la rozzezza e l’inciviltà.
Il diritto va continuamente ricostituito, riparato, riaffermato, proprio perché è difficile, perché la civiltà è difficile e va imparata.
Proprio per questo possiamo dire ai musulmani: imparate il diritto, la civiltà; anche noi la stiamo continuamente imparando.
Certo, non ti piace: vorresti sputare sul musulmano, cambiare marciapiede quando ne vedi uno.
Il diritto non consente di togliersi certe soddisfazioni.
L’alternativa però è l’inciviltà, la barbarie, l’oppressione e la guerra civile perpetua.
E’ questo a cui Calderoli ti porta, caro leghista, senza nemmeno saperlo - da quell’irresponsabile che è.
Non ha offeso solo i musulmani nei loro sentimenti privati, ponendo le basi per uno scontro che la tua «identità padana» perderà.
Ha offeso il diritto per cui ci diciamo superiori.
Ha dato il suo minuscolo contributo alla barbarie verso cui tutti, allegramente, stiamo sprofondando.
In realtà, ha fatto di peggio.
Persino come leghista o razzista.
Il cardinale di Bologna sta obiettando contro la costruzione di una colossale moschea, e Calderoli che fa?
Si impiccia nella questione e minaccia di portare maiali sull’area.
Che risultato ha raggiunto?
Di far identificare la posizione del cardinale con la sua, di insultatore razzista e cretino.
Insomma ha perso, e fatto perdere una battaglia difficile.


Forse si proponeva uno scopo: fare titoli sui giornali, in modo da alluzzare voi leghisti e farsi ancora una volta votare da voi.
Spero che non ci sia riuscito: lo spero anzitutto per voi, a meno che non abbiate da qualche parte l’arsenale di «fucili» e la scorta di proiettili a 300 lire.
Perché ne avrete bisogno, se darete retta a Calderoli.
Pensate: Calderoli  è poi tanto diverso da Mastella?
Come lui, è un parassita: nel caso in esame, un parassita del cardinale di Bologna, che ruba progetti altrui solo per rovinarli e mandarli in vacca, o «carne di porco».
Quale è la battaglia civile urgente, sentita dalla popolazione?
Lo si è visto al V-Day, e Calderoli cosa fa?
S’inventa il Maiale-Day.
Parassita, sta copiando.
E senza un progetto conseguente: sta copiando solo una battuta.
Il risultato: Calderoli vi distrae dallo scopo politico più urgente e primario.
Mentre vi distraeva, Mastella volava al Gran Premio sull’aereo di Stato, un Airbus che vi costa, a voi contribuenti tartassati da Visco, 50 mila euro l’ora.
Con figli, amici, portaborse.
Senza maiali, perché già l’aereo ne era pieno.
La cosa più stupefacente non è che Mastella l’abbia fatto.
E’ che l’abbia fatto come se milioni di italiani non avessero letto «La Casta», non avessero partecipato alla manifestazione di Beppe Grillo, e non stessero veramente incazzandosi di questi parassiti e dei loro lussi da noi pagati.
Dice che, come ministro, ha diritto ad una speciale protezione di sicurezza, e che lui era andato a premiare non so quale pilota.
Sprezzante del fatto che la gente gli chieda perché mai un ministro della Giustizia debba premiare piloti di Formula Uno, e glielo chieda con la voglia di appenderlo - come un maiale - a certi vecchi ganci che c’erano in piazzale Loreto.
Perché lo fa?
Non sente il pericolo?
Non capisce di aver fatto una provocazione che fa rabbia?
Ve lo illustro io perché.


Mastella e il figlio al Gran Premio in elicottero: un viaggio privato a carico del contribuente

Mastella, e la Casta di cui fa parte, è più furbo di Maria Antonietta che - mentre la plebe di Parigi già rumoreggiava per le strade, e gli Stati Generali rifiutavano di sciogliersi - giocava a fare la pastorella con le altre dame di corte a Versailles.
Mastella sa che il suo «elettorato», nella sua Ceppaloni, guarda con estrema approvazione la sua trasferta con Airbus a spese del contribuente.
Quelli stanno pensando: guarda com’è forte il nostro capataz, si vede che può tutto, dunque troverà un posto da statale a mio cugino.
Votiamo per lui!
Perché non solo i musulmani, ma anche gli irpini hanno una «identità» più forte della tua, caro leghista.
Loro, la secessione l’hanno fatta da quel dì, ma con una accortezza: fare quello che pare a loro, distribuendosi posti, emolumenti, licenze edilizie abusive e quant’altro, a spese del Nord coglione.
A quel gioco, vincono loro: il clientelismo è più forte del diritto, ed è per questo che Mastella è sicuro di non finire appeso a piazzale Loreto.
Le sue clientele, che gli devono qualcosa o sperano di averne qualcosa, lo proteggono, lo difendono e difendono lo status quo, ossia la permanenza della Casta parassitaria (2).
Ed ogni volta che lui arraffa  denaro vostro sotto il vostro naso, con arroganza, la clientela si sente più forte.
Se del resto L’Espresso ha rivelato il volo in Airbus di Mastella, cari leghisti, non v’illudete che sia per fare giustizia.
La verità è che la sinistra di governo (ossia la rappresentanza politica delle clientele pubbliche) sa o sospetta che Mastella si sia accordato a Telese con Berlusconi - a pagamento - per far cadere Prodi e passare col Polo.
E’ un avvertimento, nulla più.
La giustizia - l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge - non ha protettori.
Salvo voi cittadini e contribuenti.
Calderoli vi ha distratto e disturbato dalla vera e prima battaglia politica, preliminare a tutte le altre; vi indica un altro bersaglio, come fa sempre la Casta per perpetuarsi e dividerci.
Calderoli è complice di Mastella.

Io spero che entrambi si sbaglino, equivocando le priorità e il vero umore popolare.
Che stiano giocando a fare le pastorelle come Maria Antonietta: lei con le pecorelle, loro con i maiali.
Ma è una speranza, non una certezza.
La strada è lunga.
Almeno, fuori i pagliacci, e i loro maiali.

Note

1) La perdita economica è lieve: il compenso mi veniva falcidiato del 60-70 per cento non solo dal fisco di Visco (come aliquota, sono uno dei grandi contribuenti italiani), ma anche dall’ente di previdenza giornalisti, l’INPGI, che pretende di prelevare contributi previdenziali da un pensionato che lavora, onde accumularli in una fantomatica «gestione separata» che poi frutterà una pensione a 65 anni, con l’evidente calcolo che morirò prima. La pensione media erogata da questa «gestione separata» ammonta a 43 euro. Insomma, lavorando per La Padania, lavoravo per la Casta spoliatrice. In Italia conviene non lavorare.
2) Per dire da quali quartieri vengono i difensori della Casta, Gianpaolo Pansa  ha scritto che Grillo prepara il «Grillo nero». Poco prima, Eugenio Scalfari aveva già dichiarato che la protesta popolare dietro a Grillo  è il prodromo della dittatura. Non è un’analisi difficile, nella protesta popolare vista al V-Day c’è anche questa potenzialità. Ma è essenziale notare che tale protesta verrà sempre più etichettata come «fascista», demonizzata e contrastata dalla «legalità» che la Casta si è fatta pro domo sua. Finchè c’è tempo, bisogna ricordare per l’ennesima volta l’irripetibilità del fenomeno fascista: esso venne da masse giovanili appena uscite dalla Grande Guerra, abituate alle armi e di fatto già organizzate dal fuoco delle trincee, indurite dalla morte violenta, con la sensazione di una vittoria tradita (per l’Italia) e di una «coltellata alla schiena» per i tedeschi, e in più sperimentate da scontri urbani contro i comunisti, anch’essi reduci freschi e armati. Sarà interessante, per i futuri storici, vedere quale forma di «fascismo» può sorgere da un popolo di contribuenti indignati, che si sono organizzati via internet, e che ha come «demagogo» un noto comico alquanto più vecchiotto di Hitler e Mussolini ai tempi loro. Certo non ci saranno stivaloni né retorica bellicista; ma, sperabilmente, l’accento sarà messo sulle tasse e sulla riduzione dei privilegi indebiti, insomma sul ripristino dello Stato di diritto. La storia non si ripete mai uguale.

sussurrato da: armentos alle ore 12:03 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 14 settembre 2007

Mosca presenta al mondo intero la bomba ad implosione più potente del mondo, paragonabile in termini di efficacia ad un ordigno nucleare, ma classificata come arma convenzionale. Non emana radiazioni e, secondo gli esperti russi, permetterà di sostituire le armi nucleari con un basso potenziale di distruzione, senza violare alcun trattato internazionale. Denominata come "la madre di tutte le bombe", perché esplode lasciando dietro di sé un "fungo" privo di inquinamento per l'ambiente ma altrettanto pericoloso perché provoca un'onda d'urto con effetti distruttivi molto simili ad una bomba nucleare, come ad esempio l'implosione degli edifici circostanti. Rappresenta una delle prime bombe termiche, seguendo lo stesso meccanismo delle bombe termonucleari; è formata infatti da due serbatoi, il primo esplodendo provoca la detonazione dell'ordigno. Il suo segreto si cela proprio nel tipo di esplosivo utilizzato, derivante da meccanismi di nanotecnologia , che ne assicura l'efficacia e la possibilità di produrlo su larga scale a costi sempre più ridotti.

Il messaggio che la Russia vuole lanciare ai suoi alleati e ai suoi nemici è ovviamente chiaro: la nuova arma russa deve garantire la sicurezza dello Stato russo e un'efficace lotta al terrorismo internazionale.
Sicuramente dietro quest'atto dimostrativo, vi è molta propaganda che cerca di attirare su di sé attenzione, ma non di incutere paura. La Russia vuole rispetto, ma soprattutto vuole essere riconosciuta come nuova potenza mondiale in grado di far fronte, in maniera intelligente, a coloro che a lei si contrappongono, ora che gli Stati Uniti sono deboli come non mai. L'anniversario dell'11 settembre ha portato con sé due falsi messaggi di Bin Laden spacciati dalle intelligence come autentici, mentre dal rapporto di 130 ingegneri ed architetti di Auckland (California) presentato al Congresso americano, emerge una versione della spiegazione del crollo delle Torri Gemelle inaspettata: una "demolizione controllata" attraverso degli esplosivi. Tale versione viene così confermata anche da un ex consigliere del capo di Stato Maggiore generale delle Forze armate russe, Victor Baranets, secondo il quale la tragedia dell'11 settembre sarebbe stata orchestrata dai servizi segreti americani per giustificare la loro nuova strategia di lotta contro il terrorismo. È ovvio che finalmente la verità denunciata da tutti fino adesso sta venendo a galla dinanzi alle evidenti contraddizioni, e la Russia ha deciso di prendere una posizione autorevole, nel tentativo di far crollare a picco a tutti gli effetti, insieme al dollaro e alle borse, da un momento all'altro.

Chi, se non la Russia, può approfittare di una tale situazione per riemergere da vero leader incontrastato, non solo per essere una forza energetica, ma anche perché ha alle spalle una Tela di accordi e rapporti diplomatici che nessun Stato può vantare. La Russia ha aperto un varco all'interno dei Balcani e ora non intende perdere il suo ruolo di leadership all'interno della troika delle negoziazioni per il Kosovo: resterà accanto della Serbia che non accetta di entrare in Europa se verrà dichiarata in maniera unilaterale l'indipendenza kosovara. Inoltre, da sempre porta avanti delle relazioni diplomatiche con il mondo islamico volte alla pacifica coesistenza e convivenza, con un atteggiamento di fondo liberale, a differenza degli americani che hanno preferito creare la guerra falsa del terrorismo, e intraprendere la politica del terrore. Da non dimenticare infine è la recente riforma dell'intelligence russa che viene epurato delle cd. Agenzie investigative, per divenire un organo amministrativo statale all'interno del quale consulenti e tecnici civili possono collaborare, prestando il loro servizio.

La zona circostante al NYSE è stata chiusa
da barriere di protezione a partire dal 1 settembre.
Forse stanno nascondendo qualcosa

Proprio perché il potere della Russia è in assoluto in ascesa, la Presidenza di Putin non è una semplice parentesi perché molto probabilmente la sua indiscutibile leadership è destinata a continuare negli anni a venire. Non è passato molto tempo che le intenzioni di Putin sono divenute evidenti e plateali: le dimissioni del Primo Ministro russo Mikhaïl Fradkov di mercoledì
sono infatti direttamente legate alla successione del Presidente della Repubblica. Il Cremlino ha infatti subito dopo presentato la candidatura di Viktor Zoubkov, capo del servizio federale di lotta contro il riciclaggio di denaro. Viktor Zoubkov potrebbe così in futuro divenire un premier "ad interim", ossia un uomo alla Presidenza che risponde direttamente a Putin per assicurare a questi di riprensentarsi alle elezioni nel 2012, dato che la Costituzione russa non vieta l'accesso alla carica di Presidenza dopo la scadenza dei due mandati. Il successore scelto da Putin non è solo un uomo ben conosciuto dai media, ma è innanzitutto un tecnico, un economista di formazione, ha occupato delle funzioni ai servizi fiscali ed al ministero delle Finanze, un consulente della intelligence russa. È stata definita questa di Putin una manovra molto elegante e di intelligenza sottile, in quanto ha cambiato il governo senza per questo crearsi un rivale . Tuttavia, la Russia sa benissimo che il vero rivale che deve temere non si annida all'interno dello Stato, ma al di fuori, e proviene dall'esterno, da quei poteri occidentali che cercano di infiltrare le bande e i movimenti di opposizione per creare il terrorismo, il dissenso sociale, la repressione della libertà .
Queste dinamiche non vanno sottovalutate, perché quello che accade in Russia accade in ogni Stato europeo. Senz'altro dunque, la nostra Europa sta cambiando e dinanzi al pericolo di scontri di civiltà sempre più violenti, ci si aspetta un atteggiamento dei governi teso alla conciliazione e alle politiche vicino ai cittadini. Quello che si temeva essere "rischio di islamizzazione" guardando in faccia la realtà, è un eufemismo perché oggi siamo già nel fondamentalismo, viviamo già nel terrore e nel caos, in cui gli Stati nazione si stanno sgretolando sempre più. Il Belgio rischia di perdere le Fiandre, la Serbia il Kosovo, la Spagna lotta contro l'Eta, e l'Italia potrebbe un domani non avere alcune delle regioni di confine.
sussurrato da: armentos alle ore 14:43 | Permalink | commenti
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mercoledì, 12 settembre 2007

Washington - Se non è ancora un affossamento definitivo dei "superpoteri" acquisiti dall'FBI dopo la ratifica del cosiddetto Patriot Act, disegno di legge voluto da Bush e approvato in gran fretta dal Congresso dopo i fatti dell'11 settembre, la sentenza di incostituzionalità stabilita da una corte distrettuale USA sancisce la necessità di una profonda revisione della discussa serie di norme fin qui a disposizione dalle forze dell'ordine statunitensi per rendere più agevoli le indagini anti-terrorismo.

Il Patriot Act permette all'FBI, tra le altre cose, di inviare le cosiddette National Security Letter, grazie alle quali può costringe provider, compagnie telefoniche, motori di ricerca, librerie, cybercafé ed altre entità di natura pubblica o privata a spifferare agli agenti tutti i dati riservati degli utenti di cui siano in possesso. Uno strumento potente e da tempo sotto accusa, che stabilisce inoltre una sorta di patto omertoso tra FBI e la società destinataria della missiva, obbligata per legge a non informare i diretti interessati dell'avvenuta consegna delle informazioni ai feds.

Il giudice distrettuale Victor Marrero ha stabilito che la non comunicabilità delle NSL agli utenti è incostituzionale, e infrange la libertà di parola difesa dal Primo Emendamento. Non bastasse, le lettere spedite dai federali scavalcano il compito proprio della Giustizia di stabilire l'obbligo di cooperare per gli ISP e le altre società, costituendo nei fatti un grave vulnus alla separazione dei poteri della confederazione americana.

Accuse gravissime, arrivate alla conclusione di una causa legale intentata dall'associazione American Civil Liberties Union per obbligare il Congresso a riformare, per l'ennesima volta, il Patriot Act: già nel 2004 la legge era stata riaggiustata per fornire ai destinatari delle Security Letter un diritto limitato di impugnare nelle aule giudiziarie la non comunicabilità delle richieste agli utenti.

La sentenza del giudice Marrero, disponibile per la consultazione in formato PDF sul sito dell'organizzazione USA pro-diritti civili, costringerà con ogni probabilità l'establishment politico di Washington ad un pesante rimaneggiamento della legge, ed è quindi facile prevedere un notevole ostracismo nei confronti della decisione da parte del Dipartimento di Giustizia, che non si darà vinto tanto facilmente nel concedere ai cittadini degli States diritti di cui sono stati a lungo privati per ragioni - si ripete nei palazzi del potere - di sicurezza nazionale.

sussurrato da: armentos alle ore 18:29 | Permalink | commenti
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martedì, 11 settembre 2007
Grauso perde, Grauso vince. Ma chi vince davvero è Marcello Dell'Utri. Nome clamoroso che entra nel nuovo consiglio di amministrazione di E-Polis e diventa presidente della collegata società PubliEpolis spa. Sarà la concessionaria della pubblicità del gruppo editoriale, che ha rimesso ieri in circolazione le sue 15 testate. Ovvero il volano decisivo per la vita e lo sviluppo dei quotidiani fondati da Nichi Grauso, destinati a espandersi in tutta Italia con nuove testate previste nel master plan dell'editore cagliaritano entrato in crisi: sarà attuato dalla nuova maggioranza.

Il nome di Dell'Utri oscura inevitabilmente quello autorevole ma meno noto nel bene e nel male di Alberto Rigotti, il finanziere-imprenditore trentino che ha trattato l'acquisto da Grauso e ieri è stato nominato presidente della nuova E-Polis spa. Ora è più chiaro, ma lo era stato dall'inizio per il nostro giornale (l'unico a seguire la vicenda, per solidarietà con gli oltre 200 dipendenti e in difesa del pluralismo) perché se Grauso doveva vendere per salvarsi dal collasso, gli acquirenti volevano fortissimamente comprare. E non solo per business, che pure finirà per esserci.

Marcello Dell'Utri, fondatore di Publitalia e poi artefice con Berlusconi di Forza Italia (ne è senatore), non è personaggio da giocarsi la faccia in una vicenda a rischio come era quella di E-Polis. Ora cambia tutto. Perché l'obbiettivo si fa strategico: non per caso nella cordata organizzata da Rigotti (con alle spalle appunto Dell'Utri e Galan, governatore forzista del Veneto) sono presenti personaggi potenti dell'economia produttiva e della finanza lombardo-veneta. Non si scomodano industriali come quelli citati nei giorni scorsi per la semplice acquisizione di un gruppo in dissesto, benché con un progetto di grande innovazione e vincente.

Il nuovo obbiettivo (era anche quello di Grauso, ma senza le finalità politiche) è la creazione di una catena di quotidiani free-pay press da un milione più copie al giorno. Diffusi in tutta Italia. Influenti politicamente ed elettoralmente. Il giornale con tante testate sarà allineato alla politiche della Casa delle libertà: magari in modo più intelligente e insinuante, più elastico e meno sguaiato o settario del Giornale di casa Berlusconi. Cidiellino sì ma forse con più misura, popolare e rivolto all'attenzione di un pubblico variegato, a-politico o anti, da mobilitare. Quelli che in prevalenza non comprano o leggono altri quotidiani e sono diventati meno permeabili e corrivi verso la tv. Uno strumento formidabile che aggiunge una grande potenza di fuoco cartacea all'artiglieria berlusconiana, prevalentemente e troppo televisiva.

Ma attenti, è possibile che non diventi da un giorno all'altro un foglio esclusivamente propagandistico. Per due ragioni. Dell'Utri pare sia in freddo e forse nel cono d'ombra del Cavaliere. Da suo braccio destro e anche più, pur mantenendo rapporti indissolubili di una vita in comune di grandi successi e di peripezie (incluse quelle processuali), oggi pare fortemente diviso dalle prospettive politiche, dalle scelte bizzarre personali del Cavaliere. Il quale - si dice - è a sua volta tentato dal desiderio di prendere maggiori distanze da Dell'Utri per le sue posizioni processuali e le acccuse di mafiosità da cui non è affatto riuscito a liberarsi.

Sia come sia, Dell'Utri - come molti altri in Forza Italia - è contrarissimo alla scelta di Berlusconi di puntare sulla rossa Michela Vittoria Brambilla per rilanciare il partito. Farne anzi uno collaterale, affidandole anche una rete televisiva, per la verità imbarazzante rispetto ai migliori standard Mediaset. Con altri esponenti di spicco di Forza Italia, Dell'Utri contrasta questa linea, entro i limiti possibili con Berlusconi. Ha in mente prospettive diverse ma anche bisogno di forza mediatica da contrapporre alla Brambilla. Di qui la scalata a E-Polis, per rilanciare un network di quotidiani con una diffusione capillare prevista, nel tempo medio, superiore a quella del Corriere della Sera e di Repubblica.

Un'altra lettura dei fatti, comunque compatibile, sostiene che Berlusconi sia perfettamente d'accordo ma alzi cortine fumogene per evitare che l'operazione sia ricondotta - almeno politicamente - a lui, che avrebbe anche problemi con l'antitrust. Il dissenso politico tra Dell'Utri e Sua Emittenza non è immaginario ma quando si tratta della causa comune, si può marciare divisi per colpire uniti. È solo un segnale ma potrebbe avere un significato rilevante: nella rassegna stampa di ieri, Canale 5 ha messo al quarto posto i quotidiani E-Polis. Perché hanno ripreso le pubblicazioni dopo il blocco scattato il 17 luglio? Sarebbe una scelta curiosa, visto che le tv Mediaset non risultano aver mai parlato della crisi del gruppo Grauso. Come mai tanta attenzione sulla rete ammiraglia per la ripartenza? Forse è stato il preludio a sponsorizzazioni frequenti: per rilanciare l'immagine e l'appetibilità pubblicitaria dei 15, presto venti, giornali ex-Grauso.

Se il segnale fosse fondato, prenderebbe corpo lo scenario che avevamo disegnato mentre i furbissimi editori e le redazioni di tanti giornali (specialmente quelli sardi) cacciavano cinicamente la testa sotto la sabbia aspettando il de profundis annunciato per E-Polis. Convinti che fosse condannato senza scampo. Si è provato a dire e ribadire che il progetto era eccellente e potenzialmente vincente. Presunti strateghi editoriali nazionali e locali volevano solo la pelle di Grauso, magari a ragione, dimenticando che nel business si ragiona con le parti nobili e alte del corpo, non con quelle basse. Mentre aspettavano il boia, altri facevano i loro conti editoriali e politici e compravano baracca e burattini: non certo per un tozzo di pane ma neanche a costi proibitivi.

Si è scritto fino alla nausea che il progetto poteva essere strategico per la Sardegna, con un suo sbarco sbalorditivo nella penisola non con formaggio e agnelli ma nel terreno dell'informazione: preludio a una presenza estensibile a livello culturale ed economico, esportandone immagine e prodotti e importando relazioni e turisti dalle aree più forti del Paese. È triste doversi citare adesso, ma era una visione concreta che avevamo più volte evocato su quei quotidiani alle prime uscite nella penisola. I soli sardi duri d'orecchio, di comprendonio e di capacità d'intraprendere e rischiare. È inevitabile che anche questa potente occasione, benché lanciata con mezzi inadeguati e mal gestita, finisca fuori controllo dei sardi.

Tra lazzi e sghignazzi di tanti increduli che non hanno alzato un dito e la voce, nelle mani dei nuovi proprietari E-Polis può davvero diventare un'impresa in grado di offrire un grosso dividendo politico ma anche economico. Ieri, nella sede di viale Trieste l'assemblea straordinaria ha approvato - informa una nota ufficiale - «il nuovo assetto societario ed una ricapitalizzazione della società PubliEpolis, concessionaria. Attraverso la società del gruppo Valore Editoriale Srl, la banca d'affari ABM Merchant è il nuovo azionista di maggioranza di E-Polis. L'assemblea ha deliberato e sottoscritto un aumento di capitale pari a 13 milioni di euro, finalizzato al rafforzamento del piano editoriale della società. Nel nuovo Cda entrano Luigi Barone, Marcello Dell'Utri, Nichi Grauso, Alberto Rigotti, Felice Emilio Santonastaso e Umberto Seregni».

Il cda ha nominato presidente Alberto Rigotti e ha infine «deliberato la convocazione dell'assemblea ordinaria e straordinaria della controllata EPM spa, concessionaria pubblicitaria, con all'ordine del giorno il cambio di ragione sociale in PubliEPolis spa e la nomina di Marcello Dell'Utri alla presidenza». Chi sono i componenti? Alcuni fin troppo noti, altri ugualmente ma in ambienti più specialistici. Luigi Barone è direttore centrale dell'Antonveneta ABN Amro SpA, direttore generale di VenetoSviluppo. Il comunicato identifica il senatore Marcello Dell'Utri quale «presidente della Fondazione Libreria via Senato, già presidente e AD di Publitalia», Nichi Grauso «imprenditore ed editore, fondatore di E-Polis», Alberto Rigotti «presidente della Banca d'affari ABM Merchant», Felice Emilio Santonastaso «titolare della cattedra di diritto commerciale, direttore dell'Istituto di diritto privato ed europeo presso la facoltà di economia e commercio dell'Università La Sapienza di Roma», Umberto Seregni «imprenditore del settore grafico, titolare del Gruppo omonimo».

Esaurita la parte burocratica, veniamo alle prospettive. Intanto un aspro contenzioso tra la proprietà uscente e la Fnsi, che denuncia Grauso per violazioni pesanti. Seguirà l'inter giudiziario o sarà composto se l'editore cagliaritano metterà freno alle sue non resistibili scalmane, gratuite quando non autolesionsitiche. Specie con la Fnsi, che attraverso il presidente Franco Siddi ha svolto un compito cruciale non in difesa di Grauso ma dei giornalisti.

Quanto al futuro dei giornali, ci sono state dichiarazioni generiche: per ora non valgono la carta sulla quale sono state stampate. Si può andare per deduzioni concretissime, più che logiche. La presidenza di Marcello Dell'Utri alla PubliEpolis, ovvero il caveu del gruppo, che incassa pochissimo dalle vendite a 50 centesimi, significa l'uomo migliore nel posto cruciale. Notare che anche nel nome (PubliEpolis) Dell'Utri ha voluto come rimarcare la continuità con l'origine del successo suo e di Berlusconi: Publitalia, la travolgente concessionaria pubblicitaria che fornì anche i quadri (incluso Galan, suo vice) alla primissima Forza Italia.

Insomma il personaggio più qualificato (benché con accuse e condanne di un cursus processuale infinito, comunque al riparo dell'immunità parlamentare) nello snodo cruciale per il gruppo. Con i suoi contatti pluridecennali e a tutto campo nel settore, Dell'Utri potrà garantire budget pubblicitari in grado di trasformare un'operazione anche politica in successo commerciale. Specie se avrà, com'è probabile, molti aiutini da Mediaset per assicurare una visibilità che E-Polis non aveva mai avuto.

Insomma, comincia un'altra storia: con qualche precedente. Grauso e Dell'Utri si conoscono bene e da tempo. Nel 1994, in pieno boom di Forza Italia, l'editore ospitò nella sua villa (poi venduta e ora abitata da Giorgio Mazzella) il king maker degli azzurri. Dell'Utri faceva il giro delle principali città italiane per presentare il programma del Polo del Buon Governo, con una curatissima brochure patinata. Ora si ritrovano nella stessa barca imprenditoriale, con Dell'Utri uomo decisivo di un progetto ereditato da Grauso.

Potrebbero esserci contraccolpi a livello editoriale nazionale, nel tempo e se il progetto decollerà appieno. Sul piano regionale, le ricadute potrebbero essere le più vistose. Non solo in termini di concorrenza diffusionale e soprattutto pubblicitaria con Unione Sarda e Nuova, che avevano recuperato le molte copie perdute e si preparavano a riaumentare le tariffe, abbattute per fronteggiare l'offerta de il Sardegna versioni sud e nord. Ma ci sarà una situazione senza precedenti se i due quotidiani saranno schierati, brutalmente o blandamente, col centrodestra.

Per la prima volta ci saranno tre giornali su quattro (includendo obbligatoriamente L'Unione Sarda) allineati a destra, come Videolina, e un Tg3 incolore, inodore e insapore ma di segno più polista che sinistro. E Cagliari avrà una schiacciante informazione monodestra. Per niente controbilanciabile dalla Nuova Sardegna, quasi scomparsa da Oristano in giù e specie a Cagliari. Si barcamena col centrosinistra: con cadute rovinose pro-Pili e altri personaggi polisti coccolati negli anni precedenti. Ha perso smalto, combattività, politicamente pesa poco. Troppo ma spesso mal apppiattita su Soru, e non solo perchè il presidente è diventato socio di De Benedetti in Tiscali. Né carne né pesce, in un equilibrio dimesso, povero di qualità, posizioni e opinioni: quasi bollo senza ufficio.

Ci sarà conflitto o rispetto tra E-Polis e i due quotidiani storici della Sardegna? Videolina potrà permettersi di continuare ad ignorarli nella rassegna stampa in coda ai tg del mattino? Probabilmente ci saranno anche molti problemi politici, mentre per Soru e Spissu - presidenti di Giunta e Consiglio - e per i loro scherani il problema più sentito sembra censurare il nostro giornale sulle rassegne stampa: gestite come un affare domestico nel silenzio assoluto dei figuri che si prostituiscono per un trafiletto nei giornali e si riempiono la bocca con la libertà d'informazione.

Staremo a vedere. Potrebbe esserci una differenziazione tattico-politica. Minor aggressività verso L'Unione Sarda. Sergio Zuncheddu alla fin fine è coeditore del Foglio, il cosiddetto giornale-cognato come Giuliano Ferrara lo definisce avendo in ditta Veronica Lario, moglie del Cavaliere. E invece spinta più dura a Sassari, verso La Nuova Sardegna, giornale di Carlo De Benedetti: odiato da Berlusconi che a sua volta detesta Soru, nelle grazie dell'Ingegnere. Sono scenari futuribili, possibili, forse probabili. Di certo, alcuni o parecchi si pentiranno di essere rimasti a guardare sulla sponda del fiume, in attesa del cadavere di Grauso. Ha perso e ha vinto (pensiamo anche guadagnandoci) perché il suo progetto va avanti: ora in mani ben più forti e temibili (per altri) delle sue.
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domenica, 09 settembre 2007
 
   
   

Iraqirabita ha pubblicato queste immagini, che mostrano la "riuscita" campagna militare nella provincia di Diyala:

 

I soldati statunitensi ed iracheni hanno iniziato l'operazione con un attacco aereo a tarda notte, hanno dichiarato le forze armate americane. L'operazione era diretta contro i militanti che erano sfuggiti a un precedente rallestrallamento a Baquba, capitale della provincia, e si erano rifugiati nella valle fluviale a nord della città
Questo è il risultato dell'attacco aereo a tarda notte:



















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sabato, 08 settembre 2007


Diossina nello yogurt. La nuova crisi alimentare che si prepara ad agitare i sonni di consumatori e autorità europee, si è manifestata con un caso clamoroso che, purtroppo, è solo la punta di un iceberg dalle dimensioni molto più vaste. D bubbone scoppia in una tranquilla giornata estiva, attraverso l'iniziativa di una filiale "periferica" della multinazionale Danone. È il 22 agosto e in Romania l'azienda interrompe bruscamente l'intera produzione di yogurt alla frutta La notizia fa il giro del mondo e a colpire sono le motivazioni di un provvedimento che ha pochi precedenti: sospetta contaminazione da diossina. A molti sembra un caso isolato, addirittura un provvedimento precauzionale, ma in realtà è uno dei primi atti di quella che abbiamo scoperto essere una vasta crisi alimentare.

Da quello che II Salvagente ha ricostruito, infatti, emerge che la pericolosa sostanza - provatamente cancerogena - ha raggiunto un'enorme quantità di prodotti di vario tipo, per un tempo lunghissimo: almeno due anni. Oltre allo yogurt, a partire dal 2006, potrebbero essere inquinati, anche in Italia, numerosi gelati industriali, dolciumi preconfezionati, vari prodotti surgelati, condimenti come il ketchup e la maionese, alcune carni, ma soprattutto, in quantità ancora più elevate, alimenti per diabetici, senza glutine e dimagranti. Le diossine sono estremamente pericolose: oltre al cancro, provocano una lunga serie di danni, soprattutto al sistema riproduttivo. L'esposizione a questi agenti chimici, anche saltuaria e ridotta, va evitala nel modo più assoluto.

La crisi alimentare europea, quindi, assume dimensioni spaventose: una diffusa, massiccia, costante e prolungata esposizione a sostanze altamente tossiche. Il primo segnale A dare inizio al tam-tam di analisi e preoccupazioni è la Commissione europea, lo scorso 25 luglio, dopo la scoperta di una grande quantità di diossine, pentaclorofenolo e furano in un prodotto alimentare - probabilmente yogurt - in Germania, durante un controllo casuale.

La Commissione scopre che la contaminazione è dovuta a un additivo addensante, il guar gum (farina di guar), distribuito in esclusiva, in tutta Europa, da Unipektin, un'azienda svizzera Per ogni grammo di guar gum, ci sono 406 picogrammi di diossina il massimo consentito dalla Commissione europea, varia da 1 a 6 picogrammi, in relazione al tipo di prodotto. La Commissione adotta le procedure d'urgenza allarma tutti i paesi membri e ordina il ritiro di 117 partite di farina di guar, spedite in sette paesi europei: Francia, Austria, Inghilterra, Finlandia, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia Gli stock, però, sono già stati rivenduti in tutta Europa Senza dubbio, hanno raggiunto la Spagna e la Germania, che vengono coinvolte nell'operazione di ritiro. Passa un mese e la Danone rumena blocca anche le sue produzioni. E in Italia? Le maggiori aziende italiane di gelati, prodotti dolciari, surgelati e condimenti, usano il guar. Si trova dappertutto. Abbiamo chiesto informazioni dettagliate al ministero della Salute. Al momento in cui scriviamo, però, non abbiamo ricevuto risposta E le rassicurazioni di Danone Italia, che prende le distanze dalla sua gemella rumena, sembrano un po' affrettate: "La decisione presa in Romania è di tipo prudenziale. Escludiamo che il guar contaminato abbia raggiunto gli stabilimenti italiani. Sono mercati separati". Mercati separati?

La contaminazione appare davvero difficile da isolare. Unipektin, infatti, è l'unico importatore di guar in Europa, ed è lecito supporre che l'additivo inquinato, in un modo o nell'altro, abbia raggiunto anche il nostro paese. Oltretutto, la contaminazione non è limitata a 117 partite. Unipektin, che importa il guar gum direttamente dall'India (l'8O per cento della produzione mondiale di guar è indiana), divulga comunicati inquietanti. D 30 luglio, l'azienda sostiene che i prodotti contaminati sono "esemplari isolati, con un preciso numero di identificazione''. Ma il 3 agosto, non sa ancora quantificare il guar tossico. Il 7 agosto, il produttore indiano indicato come responsabile dell'incidente, India Glycols, pubblica un comunicato di "chiarimenti": "Riforniamo Unipektin da due anni. Le misure di sicurezza non prevedono accertamenti per le diossine. Unipektin non ha dichiarato quali sono i numeri di lotto contaminati. Non è escluso che la contaminazione sia avvenuta all'interno dei loro stabilimenti".

Subito dopo, la grande azienda chimica indiana, che produce ogni anno 10 miliardi di tonnellate di pro- dotti a base di guar, entra in silenzio stampa e il sito inter- net viene oscurato. Nel frattempo, Unipektin interrompe la lavorazione del guar, blocca le importazioni da India Glycols e invia una commissione d'indagine in India Allo stesso tempo, campioni di tutti gli stock ricevuti da India Glycols a partire dal 2006 vengono fatti analizzate dal laboratorio Eurofin Analytik, ad Amburgo. Che il 10 agosto fornisce un responso. Terribile: anche per i prodotti importati in passato, "i test rivelano una presenza massiccia di pentaclorofenolo", la sostanza che veicola per le diossine. Da allora, l'allarme assume dimensioni sempre più preoccupanti. Unipektin ordina numerose analisi: da un test all'altro, l'azienda si ritrova in un mare di diossina, senza riuscire a vederne la fine: "In base agli ultimi dati raccolti - si legge in un comunicato del 21 agosto - dobbiamo presumere che la contaminazione di guar gum non sia un incidente isolato. Fa parte di una contaminazione sistematica. I primi risultati rivelano che tutte le spedizioni da India Glycols a Unipektin presentano tracce di contaminazione, anche se con diversi gradi di concentrazione. Nessuna delle importazioni rispetta il limite massimo previsto dalla legge". Insomma, il guar alla diossina circola per il mercato europeo, e in una miriade di prodotti alimentari, ormai da due anni. In commercio, fra l'altro, si trovano prodotti a base di guar il grado di contaminazione sarebbe altissimo.

Le conseguenze, devastanti. Un esempio? Fra gli effetti collaterali della diossina, c'è un aumento del rischio di diabete. Il guar gum è fra gli ingredienti principali di numerosi alimenti per diabetici.
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mercoledì, 05 settembre 2007
Come l’omicidio diventa un riflesso condizionato

Nel 1971 il tenente William Calley fu condannato all’ergastolo per il suo ruolo nel massacro di 500 civili nel villaggio vietnamita di My Lai. Come risposta alla condanna di Calley l’associazione Vietnam Veterans Against the War (VVAW) iniziò la "Winter Soldier Investigation." In un periodo di tre giorni più di cento veterani testimoniarono sulle atrocità commesse contro civili vietnamiti da truppe USA e di cui erano stati testimoni. La loro esplicita intenzione era di dimostrare che il caso di My Lai non era unico ma che era invece il risultato inevitabile della politica USA. Affermarono che era una forma finta di fare giustizia l’incentrare le accuse di colpevolezza sui soldati quando invece erano stati coloro che prendevano le decisioni, McNamara, Bundy, Rostow, Johnson, LeMay, Nixon e altri ad essere i veri responsabili per i crimini di guerra che erano stati commessi.

Nel 2004 la pubblicazione delle fotografie di Abu Grahib ruppe l’imperdonabile silenzio dei media mainstream sulle atrocità commesse dai soldati americani in Iraq. Seguì la vicenda di Haditha, poi Mahmoudiyah, Ishaqi, e al momento in cui scrivo, è stato riportato un numero imprecisato di altri eventi di violenza selvaggia e omicida rivolta contro i civili. Il numero del 30 Luglio di The Nation includeva un articolo, "L’altra guerra", di Chris Hedges e Laila Al-Arian che utilizzava interviste con 50 veterani di combattimento per dimostrare che i soldati americani stanno usando uno forza indiscriminata e spesso letale nel trattare con i civili iracheni.

Questi veterani, riferiscono gli autori, sono "tornati a casa profondamente scossi dalla differenza tra la realtà della guerra e il modo in cui è ritratta dal governo USA e dai media americani". Scommetterei che essi sono molto più profondamente scossi dalla realtà stessa piuttosto che da come la riportano i media, ma certamente le distorsioni dei media e del governo sono un ulteriore strato di inganno. In una lettera che contestava l’articolo, Paul Rieckhoff, presidente della organizzazione "Iraq and Afghanistan Veterans of America" contraria alla guerra, ha esposto un argomento parallelo a quello della VVAW, cioè che "chiunque voglia scrivere un articolo serio sul declino etico dei soldati americani dovrebbe iniziare e finire l’articolo dando la colpa a coloro a cui appartiene – ai politici che hanno mandato le nostre truppe in guerra impreparate e senza una chiara missione" (The Nation , 13/07/07).

Non sto suggerendo che i soldati americani non abbiano responsabilità per le loro azioni. Come Rieckhoff ipotizzerei che dobbiamo bilanciare l’indignazione verso atti criminali e sadici con l’insistenza al "badare a non dare la colpa a questa nuova generazione di veterani per le circostanze terribili e tragiche" che hanno portato a tali atti. E sono d’accordo che, ancora una volta, gli architetti hanno ricevuto via libera e che i soldati, che stanno facendo esattamente ciò per cui sono stati addestrati, stanno prendendo tutta la colpa. Ma voglio concentrarmi su un aspetto della situazione che non viene mai affrontato nei media mainstream e non abbastanza spesso altrove: in particolare sul fatto che le truppe americane sono addestrate ad agire in modi criminali e sadici.

L’addestramento militare è stato parte dell’esperienza di milioni di giovani americani si dalla Guerra Rivoluzionaria. Prima dell’era del Vietnam, però, l’addestramento consisteva soprattutto nell’allenare le capacità militari e nell’imparare ad utilizzare l’equipaggiamento militare. Solo nell’ultima metà del secolo l’addestramento si è evoluto in un fenomeno interamente nuovo che fa uso dei principi del condizionamento operante del comportamento per superare ciò che gli studi dell’ultimo secolo hanno coerentemente dimostrato, cioè che esseri umani sani hanno una intrinseca avversione verso l’uccidere altri membri della loro specie.

Il fenomeno del condizionamento operante si basa sull’idea che gli organismi, esseri umani inclusi, si muovono nel loro ambiente in modo casuale sino a che non incontrano un stimolo rinforzante. L’esperienza di tale stimolo diventa associata nella memoria al comportamento che immediatamente la precedeva. In altre parole, un comportamento viene seguito da una conseguenza, e la natura della conseguenza, ricompensa o punizione, modifica la tendenza dell’organismo a ripetere il comportamento. Le reclute odierne vengono intenzionalmente e metodicamente sottoposte ad un regime di addestramento che è esplicitamente progettato per trasformarle in killer automatici. Ed è un addestramento molto efficace. Oltre ad essere attentamente nascosto. I militari preferiscono tenere i loro metodi nascosti alla vista a causa delle discussioni etiche e morali, per non parlare dei freni legali, che un esame pubblico e un dibattito costituzionale potrebbe imporre. O almeno così voglio credere.

"War Psychiatry" ["Psichiatria di Guerra" n.d.t.], il libro di testo dell’esercito sui traumi da combattimento, afferma che "la pseudospeciazione, la capacità degli esseri umani e di alcuni altri primati di classificare certi membri della loro stessa specie come ‘altri’, può neutralizzare la soglia di inibizione tanto da permettere loro di uccidere altri membri della loro specie." L’addestramento militare moderno ha sviluppato accuratamente elementi sequenzializzati e coreografati di ciò che molti chiamerebbero lavaggio del cervello, in modo da disconnettere le reclute dalle loro identità civili. I valori, gli standard e i comportamenti che hanno assorbito in una vita dalle loro famiglie, scuole, religioni e comunità vengono disprezzati e puniti. Tramite l’uso di crudeltà, umiliazione, degradamento e disorientamento cognitivo le reclute vengono riprogrammate con un intero nuovo insieme di risposte acquisite. Ogni aspetto del comportamento in combattimento viene ripetuto sino a che non diventa automatico. Il condizionamento operante ha enormemente migliorato l’efficacia dei soldati americani, almeno dal punto di vista degli standard militari. Si è dimostrato un modo efficace per spegnere l’interruttore che controlla l’avversione innata del soldato verso l’omicidio. I soldati americani uccidono più spesso e più efficacemente. Il tenente colonnello Dave Grossman, autore di "On Killing" ["Dell’uccidere" n.d.t.], chiama questa forma di addestramento "guerra psicologica, [ma] guerra psicologica condotta non sul nemico ma sulle proprie truppe".

La guerra psicologica che viene condotta contro le attuali reclute è una indicazione davvero preoccupante della visione del mondo dei nostri leader, tanto militari che politici. L’identità di gruppo che stanno instillando in questi ragazzi, l’identità di "appartenenza", è basata sull’esplicito disprezzo non solo verso il dichiarato nemico della settimana, ma anche verso l’intera popolazione civile, in particolare verso donne e omosessuali. In un esercito che è oggi composto al 15% da donne e che conosce (non chiedetela, non ditela) qual è la percentuale di gay, gli esercitatori si affidano ancora su etichette come "ragazzina" o "fica", "lady" o "fatina" per umiliare, degradare e infine esigere conformismo. Le reclute vengono addestrate con canti di marcia che privilegiano il loro rapporto con le loro armi rispetto alle loro relazioni con le donne ("you used to be my beauty queen, now I love my M-16" ["un tempo eri la mia bella regina, adesso amo il mio M-16" n.d.t.]) o che apertamente mescolano sesso e violenza ("this is my rifle, this is my gun; this is for fighting, this is for fun." [questo è il mio fucile e questa è la mia pistola; questo è per combattere e questa per divertirsi n.d.t.]). Oltre che insegnare ai giovani come mettere a tacere i loro sentimenti innati verso l’omicidio in generale, essi vengono programmati con una visione distorta non solo di cosa significhi essere uomini, ma anche di cosa significhi essere cittadini. Per fare strada nella classe guerriera si deve imparare a disprezzare e diffidare di ciò che non è militare. Chaim Shatan, uno psichiatra che ha lavorato con veterani dell’era del Vietnam, ha descritto questo processo di trasformazione come deliberato, più che come sadico o involontario, "il cui scopo è di inculcare obbedienza agli ordini".



[40 anni di sadiche violenze USA sui civili: il massacro di My Lai, Vietnam, 1968 e di Haditha, Iraq, 2005. Accanto al titolo un'immagine tratta da "Full Metal Jacket" di Stanley Kubrick.]

Vi sono molti modi con cui i moderni metodi di addestramento appoggiano tanto la violenza, l’aggressione quanto l’obbedienza e aiutano a disconnettere una azione automatica dalle sue implicazioni morali, etiche, spirituali o sociali, ma una delle migliori illustrazioni di questo processo sono i canti eseguiti durante le marce, o "jodies," come sono noti tra i militari. Il nome "jody" proviene da una canzone afro-americana su un tale Joe de Grinder, un furbo dongiovanni che rimane in patria a intrattenere la ragazza di un soldato impegnato in guerra ("ain't no use in going home; Jody's on your telephone" ["non serve tornare a casa, c’è Jody al tuo telefono" n.d.t.]). Secondo i militari i jodies rinforzano il morale e distraggono l’attenzione da esercitazioni monotone e spesso faticosissime. La seguente canzone, un prodotto originale dell’era del Vietnam, è stata risuscitata a scopo di addestramento in ogni guerra da allora ed è un esempio del genere di rinforzo morale che viene ritenuto appropriato per la formazione di un soldato americano:

Shell the town and kill the people. [Bombarda la città e uccidi la gente]
Drop the napalm in the square. [lancia il napalm sulla piazza.]
Do it on a Sunday morning [Fallo la domenica mattina]
While they're on their way to prayer. [mentre stanno andando a pregare]

Aim your missiles at the schoolhouse. [Mira alla scuola]
See the teacher ring the bell. [guarda l’insegnante che suona la campanella.]
See the children's smiling faces [Guarda le facce sorridenti dei bambini ]
As their schoolhouse burns to hell[mentre la loro scuola brucia come l’inferno.]

Throw some candy to the children. [Getta qualche caramella ai bambini]
Wait till they all gather round. [aspetta che si riuniscano tutti.]
Then you take your M-16 now [Ora tira fuori il tuo M-16]
And mow the little fuckers down. [e massacra quei piccoli bastardi.]

Per fortuna il lavaggio del cervello non ha ancora raggiunto un livello di sviluppo tale da cancellare l’umanità della maggior parte dei soldati americani. Secondo i soldati intervistati da The Nation solo una minoranza si dedica al genere di brutalità psicotica descritta nella canzoncina precedente. Eppure essi descrivono le atrocità commesse contro i civili come "comuni"—e quasi mai punite. Mentre diventa la norma effettuare molti turni di servizio e sempre più menti malate vengono fatte tornare in combattimento anziché essere curate, è spaventoso pensare che il lavaggio del cervello possa avere la meglio. Visto l’addestramento a cui sono stati sottoposti questi soldati e le caotiche condizioni in cui vengono a trovarsi è inevitabile che sempre più cedano alla paura, alla rabbia e alla frustrazione. Verranno inevitabilmente schiacciati dalle sempre maggiori dosi di orrore che si accumulano e finiranno per perdere il controllo della loro compassione e della loro capacità di giudizio. Trentasei anni fa dei veterani americani cercarono di far emergere dal fumo e dal gioco di specchi della risposta ufficiale alle atrocità contro i civili, la versione che rendeva i soldati capri espiatori e ignorava coloro che davano gli ordini. Come allora disse il tenente John Kerry "Possiamo rimanere in silenzio; possiamo non dire cosa sia successo in Vietnam, ma abbiamo la sensazione che non siano i rossi o le giacche rosse (che minacciano questo paese) ma i crimini che stiamo commettendo." I soldati che, seguendo degli ordini, hanno investito dei bambini sulle strade anziché rallentare il loro convoglio non saranno mai più gli stessi, che il governo e i media dicano o meno la verità. Né saranno più gli stessi i soldati che in servizio ai checkpoint sparano, come ordinato loro, e uccidono intere famiglie che non si sono fermate, per sapere solo poi che nessuno si era preoccupato di dire loro che il segnale di "stop" americano –una mano tenuta alzata con il palmo rivolto verso il veicolo in arrivo—per un iracheno significa "Salve, venite qui". Ho sentito un gran numero degli uomini citati nell’articolo di The Nation parlare delle loro esperienze di combattimento, e sono tormentati da ciò che hanno visto e fatto. Loro vogliono raccontare le loro storie, non perché stiano cercando un’assoluzione, ma perché vogliono credere che gli americani desiderino sapere. Ma non sono nemmeno disposti ad assumersi la colpa.

Hanno già portato a casa le ferite psicologiche e i pericolosi comportamenti automatici di violenza che squalificheranno per sempre le loro vite e le loro relazioni. Invece, sperano che questa volta li ascolteremo quando ci chiederanno di guardare un po’ più in là, scavare più a fondo e usare maggiore spirito critico. O siamo già arrivati al punto del nostro sviluppo morale collettivo in cui, come ha predetto Shatan, "Come Eichmann…consideriamo il male qualcosa di banale e comune?"
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mercoledì, 05 settembre 2007
pistola01.jpgAmmettiamolo, i giovani italiani non hanno voglia di lavorare, cercano un lavoro comodo, non amano rischiare e non vogliono viaggiare, perché altrimenti le possibilità di impiego sarebbero infinite.

Io ad esempio, girovagando in internet ho trovato un’offerta di lavoro davvero allettante, si gira il mondo intero e si guadagna benissimo, l’unico svantaggio è che si viaggia in zone di guerra e bisogna riuscire ad uscirne vivi, ed ovviamente per uscirne vivi è necessario ammazzare qualcun altro; Tranquilli, si tratta di “terroristi” quindi che importa? Per la democrazia ed i soldi si fa questo ed altro no?

Bambini e soldati

Il sito è bellissimo, ci sono tanti bambini sorridenti al fianco di soldati armati di tutto punto, come quelli della foto in alto, immagine tratta proprio dal sito dell’azienda di cui vi parlerò nelle prossime righe.

Ebbene si, nella civiltà dell’esportazione democratica un ex Navy Seal ha deciso che il solito lavoro di body guarding era troppo noioso per i suoi gusti ed ha fiutato l’affare creando la “Black Water”, ovvero la più grande compagnia di mercenari al mondo, specializzata in “applicazione della legge”, “sicurezza”, “pacificazione” , addestramento militare, operazioni di stabilizzazione democratica, fornitura di armi e di soldati, da “offrire” a modiche cifre a qualsiasi Stato che necessiti di garantirsi un pò di “sicurezza”, supporto aereo e chissà quanto altro.
Non si disdegna supporto a forze armate impegnate in “esportazione della democrazia”, ma ovviamente quelli della Blackwater sono prima di tutto dei patrioti, per cui è espressamente scritto che non si concede supporto militare agli Stati terroristi ed a chiunque sia contrario alle democrazie occidentali.
Ovviamente quando le guerre nel mondo raggiungono un buon numero, come in questo periodo storico, non mancano le offerte tipo “3 guerre al prezzo di 2″, esattamente come nei supermercati.

Se qualcuno in vita sua non ha avuto “la fortuna” di fare il militare è possibile frequentare la loro accademia grazie alla quale anche il più debosciato dei Nerd può diventare una macchina da guerra ma attenzione, solo i cittadini USA possono iscriversi all’accademia!
Ovviamente un’attività imprenditoriale come questa, che garantisce la possibilità di radere al suolo intere città, non può non offrire anche la possibilità di ricostruire tutto quanto. Proprio per questo motivo, dopo aver concluso con una pulizia etnica la Blackwater è in grado di occuparsi anche della pulizia di strade e palazzi, e della ricostruzione degli edifici distrutti, tutti lavori che grazie alla sua affiliata Raven Development Group, possono essere svolti con efficenza, rapidità ed a prezzi concorrenziali.
Mi sembra logico, un’azienda seria, degna di tal nome, quando sporca (di sangue o di tufo che importa?) si occupa anche di ripulire il tutto e di renderlo nuovamente presentabile.

Naturalmente la Blackwater non dimentica il marketing, ecco quindi che al motto di: “supporta i combattenti della libertà” i visitatori del sito possono acquistare una serie di gadget firmati Black Water.
Ce n’è per tutti i gusti, dal cappellino, alle magliette, per finire con gli orologi ed i pantaloncini da corsa.

Affascinato da questa splendida opportunità di carriera ho pensato: “finalmente qualcuno in grado di offrirmi la possibilità di liberarmi dalle catene del precariato”, ecco perché, pieno di entusiasmo, mi sono recato nell’apposita sezione del sito dedicata alle offerte di lavoro, ma con rammarico e disappunto ho scoperto che l’esperienza specifica richiesta è troppo elevata per me, infatti tra le “qualifiche” bisogna avere almeno una delle esperienze militari specificatamente richieste, inoltre è obbligatorio conoscere l’uso di armi molto particolari alle quali è dedicata un’intera sezione del form: “ricerca immediata di personale”

Che disdetta, io che in vita mia non ho mai tenuto in mano un’arma non avrei alcuna possibilità di essere selezionato, come al solito per le buone offerte di lavoro bisogna essere troppo specializzati, mi toccherà continuare a fare il  Co.Co.Pro.

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martedì, 04 settembre 2007

Intervista ad Alessandra Antonelli, autrice del dossier Bambini palestinesi nelle carceri israeliane

Intervista ad Alessandra Antonelli, autrice del dossier 'Bambini palestinesi nelle carceri israeliane' Intervista ad Alessandra Antonelli, autrice del dossier 'Bambini palestinesi nelle carceri israeliane'
Sono oltre 3000 i bambini palestinesi che dall'inizio dell'intifada ad oggi sono stati arrestati, torturati e rinchiusi nelle prigioni israeliane in violazione delle leggi internazionali.

Alessandra Antonelli, giornalista dell'ANSA denuncia e descrive questo drammatico fenomeno tutt'ora vittima di un'indifferenza generale.

Link video:

http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=8003&ext=_big.wmv

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lunedì, 03 settembre 2007

violenza.jpg Quella che segue è la registrazione delll’intercettazione telefonica avuta tra il Sig. Moncini pedofilo italiano di Trieste ed un agente del FBI spacciatosi per procacciatore di bambini.

 

IL piccolo animale di cui parlano è MARIA,
bambina di 5 anni.


LA TESTIMONIANZA NON HA BISOGNO DI COMMENTI.

 

Il Moncini oggi è libero

 

 

Il “Signor” Moncini era un ricco concessionario di auto e si scoprì al centro di un traffico spaventoso di carne umana del terzo mondo. Sapete che mestiere fa oggi? Ha un negozio di articoli per bambini….

Moncini (ma il cognome non è esattamente questo) oggi e’ libero e gestisce una attività che lo porta a contatto con numerosi adolescenti e bambini a Verona.
Questo genere di richieste vengono fatte abitualmente da chi pratica turismo sessuale pedofilo. In alcuni paesi ci sono “venditori” di bambini che girano con album pieni di fotografie della “mercanzia”, bambini da pochi mesi a dieci, massimo dodici anni. Anche in questo caso chi compra il “piccolo animale” ne dispone in tutto, e può torturalo fino alla morte.
Aggiungo solo che dopo i tedeschi, gli italiani sono al secondo posto in questo tipo di “turismo” immondo.
Senza voler polemizzare, ma non sarebbe necessaria anche un’inchiesta su quei “signori” che prendono un aereo e vanno in Thailandia o posti analoghi per violentare bambini? Ma forse si toccherebbero troppi “santi in paradiso“…

Colloquio telefonico:

MONCINI: “Cosa posso fare con questo piccolo animale ?”
FBI
: “Puoi farci tutto quello che vuoi”.
MONCINI: “Tutto ?….”
FBI : “Tutto”.
MONCINI: “Posso incatenarla ?”.
FBI : “Sì”.
MONCINI: “Posso farle mangiare la mia merda ?”.
FBI : “Non lo so…”.
MONCINI: “Posso pisciarle in bocca ?”.
FBI : “Non lo so”.
MONCINI: “Posso metterglielo nel culo ?”.
FBI : “Certo”.
MONCINI: “Posso frustarla ?”.
FBI : “Sì”.
MONCINI: “Posso infilarle chiodi nei capezzoli ?”.
FBI : “Sicuro, tutto quello che vuoi”.
MONCINI: “Se viene danneggiata, mi aiuti a ripararla ?”.
FBI : “Vuoi che muoia ?”.
MONCINI: “Cosa succede se muore ?”.
FBI : “Bisognerà trovare il modo di fare sparire il corpo e le prove”.
MONCINI: “Quanto costerà tutta l’operazione ?”.
FBI : “Cinquemila dollari”.
MONCINI: “Va bene, si può fare”.

Nota: IL 18 MARZO 1988 MONCINI ATTERRA AL JFK DI NEW YORK CITY DOVE VIENE ARRESTATO DAL FBI E, PURTROPPO, SUCCESSIVAMENTE ESTRADATO NEL NOSTRO PAESE. IN CASA I CARABINIERI GLI SEQUESTRERANNO MOLTISSIMO MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO.

MONCINI SI ERA DISTINTO PER AVERE SUPPORTATO MOLTISSIME INIZIATIVE A FAVORE DELL’INFANZIA.

 

E se tua figlia fosse finita in un catalogo ?

E piacesse a qualcuno ?

 

Non si guarisce da questo vizio !

Questo continuerà il suo commercio !

 

 

LE BESTIE VANNO RINCHIUSE…

VANNO ALLONTANATE DALLA CIVILTA’…

 

IN ITALIA INVECE, APRONO NEGOZI DI

ARTICOLI PER BAMBINI….

 

 

 

VERGOGNA !

 fonte: www.troviamoibambini.it

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