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venerdì, 31 agosto 2007
Ecco la mappa delle abitazioni comprate da politici e uomini di potere a prezzi d'occasione (cifre in euro)
giovedì, 30 agosto 2007
Almeno 5.100 capi-scout sono stati espulsi dall’organizzazione in USA per abusi sessuali sui ragazzi.
Cinquemila e passa.
Vero è che la cifra riguarda espulsioni avvenute in 60 anni.
Ma si tratta comunque di un gay o pedofilo scoperto e cacciato ogni tre giorni fino al 1991, ed ogni due giorni da allora in poi.
E’ stata la CBS News a far emergere questa «incresciosa rivelazione» durante un’inchiesta su due fratelli che hanno querelato un leader-scout adulto sostenendo di averne subito abusi sessuali durante l’intera infanzia. (1)
L’imputato s’è riconosciuto colpevole.
Ma a rendere clamoroso il caso sono le «migliaia di dossier segreti» che l’organizzazione dei Boy-Scouts americana ha consegnato all’avvocato dei due fratelli, evidentemente allo scopo di scongiurare il rovinoso destino della Chiesa cattolica, schiacciata da richieste di danni miliardarie, dimostrando che gli adulti-scout non venivano coperti, ma sbattuti fuori appena scoperti o denunciati.
Attualmente l’organizzazione - Boy Scouts of America - esige dai candidati leader che esibiscano i loro eventuali precedenti penali, e tiene corsi «educativi» per la prevenzione di abusi sessuali. Vigilanza di ferro: e tuttavia nel 2005 lo stesso dirigente responsabile della «prevenzione di abusi sui giovanissimi» è stato condannato per traffico di materiale pedo-pornografico.
La Boy Scouts of America ha evitato così di pagare risarcimenti miliardari alle vittime dei suoi capetti adulti in pantaloncini.
Ma - fatto apparentemente paradossale - è ora bersagliata da una campagna forsennata da parte delle lobby omosessuali, che l’accusano di discriminazione, di «odio per i diversi» e di bigottismo.
Con conseguenze economiche rilevanti: una quantità di organizzazioni, associazioni e grandi ditte americane hanno smesso di finanziare gli scouts; molti governi locali l’hanno emarginata come organizzazione discriminatoria.
Si è giunti al punto di vietare ai Boy-Scouts l’uso di terreni demaniali per i loro campeggi, in quanto sarebbero un’associazione che pratica la discriminazione, quindi indegna dell’appoggio dello Stato. (2)
A scatenare la campagna sono in parte gli stessi ambienti che hanno scatenato quella contro la Chiesa per i «preti pedofili».
Singolare doppiopesismo: la Chiesa è ritenuta direttamente colpevole delle azioni ripugnanti di alcuni suoi preti perché non li avrebbe rimossi ossia discriminati, e gli scouts sono ritenuti colpevoli di avere discriminato ed espulso i loro gay.
Opposti comportamenti sono ritenuti censurabili, quando si tratta di gay.
Malafede?
Sicuramente c’entra anche questa.
Ma si vede qui - in modo plateale ed istruttivo - la contraddizione insanabile in cui si inceppa il «comune sentire» libertario e laicista dominante, che pretende di legalizzare i desideri (quali che siano) come radicale auto-affermazione dell’individuo, «liberato» da Dio e perciò da ogni legge morale, che non sia quella che si dà da se stesso.
E’ la stessa mentalità che esige il «diritto» al suicidio assistito, mentre condanna moralisticamente la decisione di auto-sacrificarsi da parte di kamikaze musulmani: chiaramente il problema, per la mentalità corrente, non è che i terroristi si uccidano, ma che lo facciano credendo di obbedire ad un mandato religioso.
Ma questo, come è stato notato (3), comporta l’affermazione di sistemi giuridici intimamente contraddittori, che incappano in insolubili aporie.
E’ ciò a cui porta la pretesa del nuovo Stato laico (diverso da quello laicista ottocentesco), che si ritiene in dovere di garantire ogni «libertà» assumendo una neutralità assoluta, intesa come indifferenza rispetto ad ogni morale, azione od idea.
E’ lo Stato che dichiara di riconoscere ogni «libertà», sia quella di religione, sia quella omosessuale, sullo stesso piano: preferenze individuali da tutelare.
Lo Stato del «vietato vietare».
E’ in fondo questa la causa del crescente disordine pubblico e (fatto più grave) dello sghangeramento giuridico che vediamo dilagare in Italia.
Lo Stato dove tutto è regolato per legge, ma dove le leggi sono di gomma: dove un omicida non resta in galera più di cinque anni, ma se ne esigono 15 o l’ergastolo per gli incendiari dei boschi o per il falso in bilancio.
Dove i lavavetri possono essere puniti più dei rapinatori nelle ville.
Dove i criminali bancari e finanziari sono ritenuti più o meno colpevoli, se hanno amici a «sinistra» o se sono «di destra». (4)
Lo Stato dove gli immigrati hanno più diritti dei cittadini (fra cui la casa popolare e il mutuo agevolato).
Lo Stato per cui la tutela dei gay e il loro diritto al «matrimonio» è più essenziale che la difesa dalla disoccupazione dei giovani e dalla povertà dei vecchi.
Cosa significa questo?
Che il sistema giuridico è assoggettato alle preferenze e paturnie, agli allarmi sociali momentanei, alle visioni ideologiche sul momento dominanti nell’opinione pubblica.
Mi limito a citare: questa «laicità includente incorre in contraddizioni radicali. Per esempio, essa non può ammettere alcun ordinamento; o meglio, può ammettere solo ordinamenti che incontrino il consenso di coloro ai quali sono rivolti, dunque completamente inutili, perché è inutile un insieme di norme che ordinano e vietano ciò che i destinatari del comando farebbero o non farebbero di loro autonoma decisione. Tale ordinamento è destinato alla paralisi, perché un sistema giuridico che pretenda di tutelare l’esercizio della libertà negativa (senza valori di riferimento) rappresenta la negazione di se stesso. Infine, la tutela di opzioni contraddittorie è la premessa di insanabili conflitti». (5)
Peggio ancora: questo sistema di legalizzazione onnipervasiva e «neutralità-indifferenza», diciamo così, «educa» la popolazione all’affermazione senza limiti dei propri desideri come «diritti».
Se i gay hanno il diritto di sposarsi, e i drogati di drogarsi, allora perché gli incendiari non avrebbero diritto di bruciare i boschi?
Dopotutto, anche i drogati guidano auto e ammazzano.
Un ragazzo beccato con l’innesco in mano ha confessato che voleva solo «provare un’emozione».
Ma le «emozioni» - e il «diritto a provarle» - non sono tutelate forse dalle nostre leggi?
Per le quali la libertà religiosa è una «emozione» tutelabile quanto il diritto dei gay a prodursi in «fellationes» pubbliche, com’è accaduto di recente al Colosseo?
Bisognerebbe spiegare a quel ragazzo che non tutte le emozioni hanno pari diritti.
Che esistono opzioni buone, e azioni cattive, che non tutto è indifferente.
Ma questo è impossibile allo Stato «neutrale» rispetto ai «valori», difensore dei «valori» che ciascuno vuol darsi.
I gay protesterebbero, se si riconoscesse che non tutti i desideri meritano tutela; e i politici li ascolterebbero.
Anche per questo siamo alle prese con bulletti che a scuola torturano i compagni non griffati, con giovanotti che picchiano e violentano la fidanzata (o l’ammazzano con facilità), o con amiche della fidanzata uccisa che distribuiscono ai giornali un fotomontaggio dove loro appaiono insieme alla morta, sperando di farsi pubblicità e diventare veline.
Il rifiuto di valori oggettivi porta a questo.
E a un futuro ancora peggiore.
So già che queste considerazioni scateneranno una rivolta da parte dei lettori: essi insorgeranno a difendere la loro «libertà».
Ciò significa solo la dominanza del «sentire comune» corrente, che ci distrugge anche politicamente: insorgiamo a difendere «libertà» di spinello o di travestitismo, e intanto siamo oppressi da sfruttatori di Stato con le tasse più alte della storia, derubati «legalmente» da banche ammanicate col potere politico, paralizzati da infinite «leggi di controllo» nell’esercizio di libertà private produttive (imprendere, occuparsi anche precariamente), tormentati da lavavetri arroganti, clandestini e tutelatissimi, mentre siamo costretti a privarci della preziosa badante ucraina della nostra nonna, perché il suo permesso di soggiorno è scaduto…
Ci piace, dunque andiamo avanti così.
Coloro che si credono «liberati» perché «vivono la propria vita», sono in realtà «vissuti» dallo spirito collettivo dei tempi, dalle pulsioni indotte dalla pubblicità e dall’ideologia.
Sono massa anonima che non riesce a diventare persona.
Larve, non uomini.
Ed è impossibile guarire: occorrerebbe una misura di coercizione pubblica - motivata da una «axiologia», da una gerarchia di valori - che lo spirito dei tempi non consente.
Una prova indiretta ma agghiacciante è che il «sentire comune» dilaga anche dove non dovrebbe, nella Chiesa stessa.
Almeno quella americana.
Lo ha detto padre Donald Cozzens, autore di un saggio lancinante, «The chaning face of the priesthood»: «Il vero problema che ha di fronte la Chiesa - dice - è la quantità sproporzionata di uomini omosessuali che popolano i nostri seminari. Paradossalmente, dobbiamo porci la domanda: perché il 95-98% delle vittime sessuali dei preti sono ragazzi maschi? Perché non c’è una più alta percentuale di vittime femmine?». (6)
Ma provatevi a porre questa domanda, e sentirete gli strilli di Grillini, di Pezzana, di Vadimir Luxuria e di tutta la lobby: «I cattolici vogliono demonizzare gli omosessuali! Insinuano che sono più maiali che gli etero! Parlino piuttosto della chiesa che non paga l’ICI!».
La lobby è scandalizzata dai preti pedofili nella misura in cui sono preti, ma li difende nella misura in cui sono pedofili e finocchi.
E’ la nuova «logica», il nuovo «senso comune».
Rifiutata la verità, si vive nella contraddizione in termini.
Rod Dreher, il primo editorialista del cattolico National Register, lo ha detto sospirando: «Il vero scandalo è la quantità di omosessuali non casti o delinquenziali nella Chiesa; ma l’argomento è tabù, e non solo per la gerarchia. Soprattutto per i giornalisti, che se sollevano il problema temono di toccare il filo elettrico scoperto della mentalità americana: il lato oscuro della omosessualità, l’anormalità degli anormali».
Note
1) David Edward e Muriel Kane, «CBS: 5100 boy-scouts leaders removed for sexual abuse», Raw Story, 29 agosto 2007.
2) David Kupelian, «Pedophile priests and boy-scouts», WorldNetDaily, 8 maggio 2002.
3) Danilo Castellano, «Il problema della laicità nell’ordinamento giuridico», pubblicato da Instaurare omnia in Christo, agosto 2007. Segnalo la lettura integrale di questo prezioso numero, fra cui «Benedetto XVI e i valori non negoziabili» di Giovanni Turco, nonché «Dubbi in materia di famiglia di fatto», e «Sulla crisi della politica e della democrazia» di Pietro G. Grasso. Con rigore giuridico-filosofico, l’autore mostra come la nuova versione di laicità rovescia la democrazia nel suo contrario: «La laicità, per affermarsi, deve negare validità ai principii che proclama e che ritiene per sé essenziali». Ma il rigore giuridico non serve a nulla, in un’epoca in cui si proclama il diritto alla sragione.
4) Per esempio, non mi risulta sia richiesto ai sindacati di pubblicare un bilancio, benchè essi prendano denaro dal pubblico al ritmo di 900 milioni annui. Ne consegue che non possono commettere falso in bilancio. L’orribile reato è contestato solo al malvagio Berlusconi.
5) Danilo Castellano, citato.
6) In David Kupelian, citato.
mercoledì, 29 agosto 2007
Un'intervista di Jonathan Levy realizzata da Biljana Vukicevic, amministratrice della Etleboro Ong, presente all'incontro a Belgrado con Michele Altamura . L'Avvocato Jonathan Levy sta conducendo la causa Alperin in difesa dei superstiti di un campo di concentramento di serbo, ebreo, ed ucraino, affinchè venga fatta luce sul trasferimento illegale del tesoro degli Ustasha alla Banca del Vaticano. Rappresenta da tempo delle organizzazioni ed individui vittime dell'Olocausto, e attualmente è parte del team legale di difesa di Vojislav Seselj, ex leader del Partito Radicale Serbo (SRS), inquisito presso il tribunale dell'Aja per i crimini di guerra di cui è stato accusato il regime di Milosevic. Per ulteriori informazioni si veda il sito http://www.vaticanbankclaims.com
D: Come già noto, lei sta affrontando dal 1998 un processo contro la Banca del Vaticano. Quali furono le motivazioni iniziali alla base di questo caso , da cui ebbe così inizio la lotta contro il Vaticano?
R: Originariamente, mi venne chiesto da alcune Associazioni delle vittime dell'Olocausto connesse al governo dell'Ucraina di indagare sul Tesoro degli Ustasha, così cominciammo la causa insieme con le organizzazioni ucraine, a cui si unirono quelle di Serbi, di Ebrei e di Rom. La base originale dei casi sollevati era il Rapporto Eizenstat redatto dal Governo degli Stati Uniti, che non è stato approfondito molto dalle nostre indagini.
D: Lei ha accusato la Banca del Vaticano per oltre tre anni. Può dunque spiegarci come è proseguito il processo?
R: Le Corti degli Stati Uniti permettono di aggiungere alla denuncia nuovi elementi quando vengono scoperti nuovi fatti.
D: Chi l'ha aiutata a seguire questo caso così complicato, e possiamo saperlo essendo anche un caso pericoloso?
R: I colleghi che mi stanno assistendo in questo caso sono l'Avvocato Tom Easton, e Windle Turley, avvocato del Texas, che è stato il primo avvocato degli Stati Uniti a vincere un miliardo di dollari nel caso contro la Chiesa cattolica , per il reato di abuso sessuale contro i bambini a Dallas, in Texas.
D: Dietro tutte le transazioni di denaro che hanno coinvolto lo IOR, è possibile individuare anche delle Istituzioni politiche?
R: Sì, oltre allo IOR e al FMI, noi abbiamo denunciato il coinvolgimento de "Il Movimento di Liberazione della Croazia" (HOP), "La Fratellanza Rivoluzionaria croata" (HRB), il Santuario di Medjugorje, la Custodia Francescana croata di Chicago, e i corrispondenti dei conti correnti bancari dello IOR presso la Banca d'Amica, la Banca Nazionale del Lavoro, JP Morgan, Republic Bank di New York, la Chase Manhattan, la Federal Reserve Bank e i conti degli Ustasha controllati presso la Swiss National Bank e le Banche in Sud America.
D: Alcuni storici, analisti politici, nonché documenti classificati chiaramente dimostrano che il Vaticano è direttamente coinvolto nella creazione del Nuovo Ordine Mondiale e anche nelle connessioni gli ordini segreti, ma sempre per danneggiare lo stesso popolo. Cosa pensa del fatto che potrebbe essere il motivo principale per cui il Vaticano ha distrutto alcune culture e civiltà?
R: Vi sono alcuni personaggi all'interno del Vaticano che vogliono distruggere i movimenti degli scismi, e primi nell'elenco dei nemici del Vaticano vi sono i serbi, perché il Vaticano li ritiene responsabili per la caduta del Habsburgs.
D: Il legame tra persone di religione ortodossa non è così forte come i legami tra cattolici. Vi è in questo una certa casualità nella sua scelta personale della religione ortodossa e il caso del Vaticano. Lei ha trovato qualcosa di interessante per il suo caso, dopo che lei ha imparato qualcosa in più sui principi della religione ortodossa?
R: Io sono un Cristiano Russo - Ortodosso e sono stato battezzato a Kiev nel 2002 , così io sento la mia solidarietà con ogni Pravislavni.

D: Come sta andando il processo in questo momento?
R: Abbiamo proprio adesso archiviato una nuova prova in risposta alla nuova mozione del Vaticano.
D: Lei ha delle buone relazioni con la Chiesa dei serbi ortdossi e i serbi americani? La sostengono nella sua battaglia contro il Vaticano?
R: Sì, alcuni ci stanno supportando, altri sfortunatamente non capiscono ancora l'importanza del caso per la Serbia.
D: Lei ha parlato direttamente con qualche membro della Repubblica di Srpska dei crimini del Vaticano contro il popolo serbo durante la Seconda Guerra mondiale?
R: Sfortunatamente, non ho dei contatti con i membri del governo della Republika Srpska in Banja Luka.
D: Quali erano le condizioni che le hanno permesso di entrare a far parte della squadra dei difensori di Vojislav Seselj?
R: Attualmente, sto lavorando come supporto della squadra di difesa di Vojislav Seselj da circa due anni.
D: Qual è la sua opinione personale sul caso Seselj?
R: Seselj è un prigioniero politico e non un criminale di guerra.
D: Lei pensa che dopo tutta questa propaganda internazionale in cui per lungo tempo i serbi sono stati descritti come macellai e mostri, quando ancora stiamo guardando le immagini di Srebrenica, potrebbe essere possibile dire la verità sulle vittime serbe che sono state uccise dai mujahedin e i croati? Stiamo parlando di più di 300,000 serbi cacciati dalla Krajina serba in Croatia con l'operazione "Tempesta". Lei pensa che sarà dato sufficiente spazio dai media internazionali per dire finalmente la verità sulle vittime, e che sarà fatta finalmente giustizia?
R: La manipolazione di media contro i serbi continua , come ho detto infatti vi sono molte persone che nel Vaticano, a Brussel e a Vienna vogliono punire i serbi per la caduta del Habsburgs.
D: Qual è stata la ragione della sua visita a Belgrado?Il Caso di Seselj o il caso del Vaticano?
R: Direi entrambi i casi.
D: Lei ha contattato qualcuno del Centro Documentario di Jasenovac, e se lei lo ha fatto, ha trovato qualche informazione utile per far luce sul caso del Vaticano?
R: No, non l'ho fatto, e la ragione principale di questo è che il nostro caso riguarda gli eventi che si sono svolti dopo il Maggio del 1945, e non durante il genocidio, anche se noi stimiamo molto il lavoro di tutte le organizzazioni di Jansenovac.
D: Quando pensa che avrà fine il caso Alperin?
R: Quello è nelle mani di Dio.
D: E quando si aspetta la fine del caso Seselj?
R: Io spero che sarà rilasciato fra 12 mesi, specialmente se il SRS diverrà il Governo della Serbia.
D: Ha programmato di visitare la Serbia o forse la Repubblica Srpska presto?
R: Sì ma i miei piani sono tenuti segreti per il momento.
martedì, 28 agosto 2007
Il governo federale sta addestrando i religiosi su come "attenuare il dissenso" nel caso venisse dichiarata la legge marziale. Dovranno usare citazioni dal Vangelo per convincere la gente ad ubbidire.
Uno scioccante servizio della KSLA ha confermato la storia che per primi abbiamo riportato l'anno scorso, cioè che dei Clergy Response Teams ["squadre religiose di intervento" n.d.t.] vengono addestrati dal governo federale per attenuare il dissenso e pacificare i cittadini in modo che obbediscano al governo nel caso venisse dichiarata la legge marziale.
Nel maggio 2006 rivelammo l'esistenza di un programma nazionale della FEMA che consiste nell'addestrare pastori e altri rappresentanti religiosi per farli diventare agenti segreti che insegnano ai membri delle loro comunità ad "obbedire al governo" in vista dell'implementazione della legge marziale, della requisizione di proprietà e armi da fuoco, di programmi di vaccinazione di massa e di dislocazione forzata.
Un informatore che si è segretamente iscritto al programma ci disse che i federali stavano clandestinamente reclutando leader religiosi perché li aiutassero ad implementare le direttive di sicurezza nazionale in caso di un possibile attacco bio-terroristico, di un disastro naturale o di un'emergenza nazionale dichiarata.
La prima direttiva per i pastori era di leggere alle loro comunità il passo 13 della Lettera ai Romani, un passaggio biblico spesso preso fuori contesto che venne usato da Hitler per convincere con l'imbroglio i cristiani ad appoggiarlo, in modo da insegnare loro ad "obbedire al governo" quando verrà dichiarata la legge marziale.
È stato riferito ai pastori che quarantene, trasferimenti forzati e la legge marziale sono problematici per l'autorità dello Stato nell'applicare mandati federali a causa di una "mentalità da cowboy" di cittadini che difendono le loro proprietà e i diritti del loro secondo emendamento e di contadini che difendono i loro raccolti e il loro bestiame dalla requisizione.
È stato sottolineato che i pastori devono predicare in anticipo l'asservimento alle autorità in preparazione delle retate e per rendere chiaro alla loro comunità che "ciò è per il loro bene".
Ai pastori è stato detto che sarebbero stati aiutati dalla polizia a controllare individui che non collaborano e che avrebbero persino potuto guidare squadre di assalto SWAT per spegnere la resistenza.
Sebbene al tempo alcuni abbiano dubitato dell'accuratezza di queste rivelazioni a causa delle loro implicazioni molto fastidiose, la storia è stata ora confermata da un servizio giornalistico della KSLA 12 in cui membri del clero e funzionari che vi partecipano ammettono l'esistenza del programma.
Guardate il video [in inglese n.d.t.].
Il servizio descrive lo scenario della legge marziale come è stato raffigurato nel film The Siege [ "Attacco al potere" di Edward Zwick, con Bruce Willis n.d.t.] e afferma che "attenuare il dissenso sarebbe una questione critica".
Il Dr. Durell Tuberville è cappellano dello Shreveport Fire Department e dello ufficio dello sceriffo di Caddo. Tuberville ha detto, a riguardo della missione delle squadre di religiosi, che " la prima cosa che diciamo a chiunque è 'collaboriamo e affrontiamo questa cosa, poi risolveremo le divergenze una volta che la crisi è finita'".
Tali squadre religiose di intervento, durante la legge marziale, dovrebbero camminare sulla corda tesa tra le richieste del governo da un lato e i desideri del pubblico dall'altro. "In molti casi questi religiosi sarebbero già conosciuti nei quartieri in cui aiutano a gestire la situazione" ha assicurato Sandy Davis. Egli ricopre il ruolo di direttore dell'Ufficio per la Sicurezza Nazionale e la Preparazione alle Emergenze di Caddo-Bossier.
Le squadre di religiosi avranno la Bibbia e in particolare il passo 13 della Lettera ai Romani come uno dei maggiori strumenti a disposizione per calmare in pubblico e portarlo ad obbedire la legge. Come ha argomentato il Dr. Tuberville, "perché, sapete bene, il governo viene stabilito dal Signore. È questo ciò che crediamo nella fede cristiana. Questo è ciò che viene affermato nelle scritture."
Ecco tutto - il Dipartimento per la sicurezza nazionale sta lavorando con i dipartimenti di polizia locale e i leader religiosi per preparare la dichiarazione della legge marziale in particolare per sviluppare le tecniche che impiegheranno durante la crisi per "attenuare il dissenso".
Finti leader cristiani stanno facendo il lavaggio del cervello alle loro comunità in modo che accettino la premessa che lo Stato totalitario di polizia è " del Signore" e che devono inginocchiarsi e leccare gli stivali mentre avvengono le retate, cittadini vengono trasferiti in zone di quarantena e campi di prigionia dalla guardia nazionale e dalle truppe Usa di ritorno dall'Iraq.
Il precedente per la confisca di massa delle armi e per la legge marziale in caso di una vera o fabbricata emergenza è stato stabilito durante l'uragano Katrina, quando pattuglie della polizia e della guardia nazionale hanno costretto sotto minaccia armata gli abitanti-anche in aree non colpite dall'uragano-a consegnare le armi da essi legalmente possedute.
Questo è un chiaro precursore per l'imminente dichiarazione di uno stato di emergenza, uno scenario che il presidente Bush ha codificato nella sua recente direttiva presidenziale del nove maggio, che afferma che in caso di evento catastrofico il presidente può prendere il controllo totale del governo e del paese, oltrepassando tutti gli altri livelli di governo statali, federali, locali, territoriali e tribali e assicurando così un potere dittatoriale e totale senza precedenti.
Lo scopo del programma è così segreto che persino al membro del Congresso e dello Homeland Security Committee [comitato per la sicurezza nazionale n.d.t.] Peter DeFazio è stato negato accesso alla parte classificata dei documenti.
lunedì, 27 agosto 2007
I miei lettori abituali ricorderanno che avevo accennato a questa vicenda quando se ne era cominciato a parlare, ma l'indagine italiana su una massiccia vendita di armi tra la Mafia e l'Iraq sta portando alla luce un putridume molto più grave di quanto si pensasse in origine.
Per prima cosa, la Associated Press ha scoperto che nel commercio erano coinvolti funzionari del governo iracheno, apparentemente senza che il comando statunitense a Bagdad ne fosse a conoscenza (un modo di fare insolito rispetto alla normale procedura seguita nell'acquisto di armi sotto il controllo degli USA).
Perché questi funzionari abbiano usato canali "occulti" e dove fossero nascoste le armi non è ancora ben chiaro.
...Secondo quanto affermato in alcune mail intercettate, gl'intermediari iracheni nelle trattative con l'Italia avrebbero dichiarato che l'accordo aveva ricevuto l'approvazione ufficiale americana, ma un portavoce statunitense a Bagdad lo ha negato.
"I funzionari iracheni non avevano messo l'MNSTC-I (Multi-National Security Transition Command-Iraq) al corrente dell'acquisto in corso", ha ribadito all'AP il tenente colonnello Daniel Williams dell'MNSTC-I, che sovrintende al riarmo e alla formazione della polizia e dell'esercito iracheni.
L'operazione Parabellum, l'indagine condotta dal P.M. di Perugia Dario Razzi, era cominciata nel 2005 come indagine di routine su un traffico di droga del crimine organizzato, si era estesa a un traffico di armi con la Libia, e si è infine allargata all'Iraq.
...Sono stati arrestati quattro italiani, su cui pende adesso un'incriminazione per presunta associazione criminale e presunto traffico di armi, cioè vendita di armi senza autorizzazione del governo. Un quinto italiano è stato arrestato in Africa, e altri tredici sono stati incarcerati con l'accusa di spaccio di droga.
Nei documenti, Razzi definisce "insolito" che il governo iracheno, tenuto in piedi dagli USA, abbia dovuto procurarsi queste armi sul mercato nero.
Gl'investigatori sostengono che la possibilità di un coinvolgimento iracheno era stata presa in considerazione nello scorso novembre, quando un'azienda commerciale di proprietà irachena aveva inviato una mail a Massimo Bettinotti, un trentanovenne proprietario della MIR, con sede a Malta, per sapere se la società era in grado di fornire 100.000 fucili d'assalto AK-47 e 10.000 fucili mitragliatori "al ministero degl'interni iracheno". Nella mail si specificava: "la procedura commerciale è stata approvata dagli USA e dall'Iraq".
Apparentemente, la Al-Handal General Trading Co. in Dubai, la società che agiva da intermediaria, aveva già in precedenza contattato Bettinotti per un acquisto di visori notturni e aveva saputo che la MIR avrebbe potuto fornire anche armi.
La Al-Handal era già stata coinvolta in commerci dubbi, e tre anni fa era stata considerata dagl'investigatori americani "perno centrale" dello scandalo iracheno Oil-for-Food.
Per il momento, non è chiara la necessità del Ministero degl'interni di una spedizione di armi di tale portata. In precedenza, il comando statunitense che si occupa della formazione aveva annunciato che avrebbe riarmato l'intero corpo di polizia del ministero entro la fine del 2006; al 26 luglio, il programma avviato tre anni or sono aveva investito 237 milioni di dollari di fondi governativi americani per fornire 701.000 armi all'esercito e alla polizia irachene.
I negoziati tra gli italiani e gl'intermediari iracheni della società al-Handal e della casa madre al-Thuraya Group erano andati avanti velocemente a colpi di email, ma la discussione era poi diventata agitata e nervosa.
Gl'iracheni avevano di volta in volta indicato come utilizzatore finale il Ministero degl'interni o i "Ministeri per la sicurezza", e a questo punto un Bettinotti piuttosto preoccupato aveva fatto sapere: "Preferiamo trattare l'affare di persona e non per mail".
...A dicembre gl'italiani, che avevano trovato un broker bulgaro, erano stati in grado di offrire prodotti di origine russa: 50.000 fucili AKM (una versione migliorata dell'AK-47), 50.000 fucili AKMS (le stesse armi, ma con impugnatura pieghevole) e 5.000 fucili mitragliatori PKM.
Gli irachei avevano obiettato sul prezzo richiesto (39,7 milioni di dollari) ma erano sembrati soddisfatti. Gli atti processuali mostrano che gl'italiani prevedevano un profitto di 6,6 milioni e che stavano già prendendo disposizioni per il trasporto aereo delle armi. A questo punto il PM Rezzi ha agito, emettendo un ordine di cattura del tribunale di Perugia.
Contattato nel suo ufficio ad Amman (Giordania), Waleed Noori al-Handal ha negato che la società di famiglia abbia agito in modo scorretto nel caso italiano della vendita di armi.
"Non abbiamo niente da nascondere", ha dichiarato all'AP.
Citando i nomi di "amici" tra gli alti gradi dell'esercito statunitense in Iraq, al-Handal ha detto che ha portato a termine numerosi contratti di forniture e servizi per le truppe di occupazione americane. Alla domanda sul perché avesse dichiarato di avere l'accordo degli USA per il fallito acquisto in Italia di armi, ha sostenuto di avere nelle sue mani un documento dell'esercito statunitense che stipula: "Autorizziamo al-Thuraya Group a concludere affari di qualsiasi tipo".
A Bagdad, il ministro degl'interni si è rifiutato di discutere il caso degli AK-47, ma un alto funzionario del dicastero, che ha mantenuto l'anonimato vista la delicatezza dell'argomento, ha riconosciuto di aver cercato le armi tramite al-Handal.
A proposito dei canali irregolari utilizzati, ha detto che il ministero "non chiede ai fornitori come sono entrati in possesso delle armi".
Anche se non ha voluto entrare nei dettagli, il funzionario ha dichiarato che "buona parte" delle armi erano destinate alle forze di polizia della provincia occidentale di Anbar. Ma l'affermazione fa nascere qualche dubbio: i rapporti del Pentagono parlano di 161.000 poliziotti addestrati in tutte le 18 province irachene, e indicano che il ministero ha ricevuto 169.280 AK-47, 167.789 pistole e 16.398 fucili mitragliatori, armi destinate alle forze di polizia e ai 28.000 agenti di frontiera.
Secondo un documento che completa questo rapporto - e analizza l'estensione del mercato nero delle armi nel paese - esisterebbero oltre sette milioni di pistole in mano ai "civili" iracheni, e alla polizia di Anbar mancherebbe "una buona parte" delle armi loro assegnate. Sembra chiaro che gli acquisti sul mercato nero effettuati attraverso i funzionari del governo iracheno sono, in qualche misura, destinati non alle forze di sicurezza governative ma alle milizie o alla vendita sul mercato nero per l'arricchimento personale di funzionari corrotti.
L'esercito statunitense ha anche usato una rete di società private, alcune di origine estremamente dubbia, per trasferire dalla Bosnia all'Iraq oltre 200.000 pistole, molte delle quali sono immediatamente scomparse. È molto probabile che almeno in alcuni casi ci si trovi di fronte allo stesso tipo di corruzione di cui è accusato il maggiore James Cockerham, recentemente arrestato per il più grosso caso di truffa ai danni dell'esercito venuto alla luce durante lo sforzo di ricostruzione iracheno.
È interessante notare che tutti questi fatti sono avvenuti negli anni 2004 e 2005, quando il responsabile statunitense incaricato di coordinare le procedure di appalto della difesa irachena, nel contesto della formazione delle forze di sicurezza del paese, era il generale Saint Petraeus.
domenica, 26 agosto 2007
Ci aveva colpito l'uso da parte del Governo Statunitense di uranio impoverito, proveniente dagli scarti delle centrali nucleari nord americane. Permettendo con questa politica militare, la contaminazione radioattiva delle zone interessate dalle battaglie e dei propri contingenti che, tornando a casa, si ammalavano sistematicamente di cancro.
Credendo che fossero comunque cose per noi lontane, preoccupati, seguivamo l'evolversi della vicenda senza sentirci direttamente interessati. 
Poi succede che iniziano ad arrivare anche qui da noi la paura e l'angoscia. Scopriamo che anche nostri militari sono stati contaminati, per lo più sardi impegnati nella ex-Jugoslavia in zone sottoposte a bombardamenti pesanti, durante i quali venivano usati proiettili muniti di uranio impoverito, simili a quelli usati nel Golfo Persico pochi anni prima. Tutti sapevano, o almeno sospettavano, che quei proiettili potevano avere un' effetto devastante sulla popolazione come sui militari, ma niente è stato fatto per evitarlo. Nessuno ha impedito l'uso di armamenti contaminanti, nessuno ha obbligato o almeno consigliato ai nostri militari e alla gente del posto di usare precauzioni e attenzione nel trafficare in prossimità di residui, grandi o piccoli, di missili o altro materiale bellico.
Così, ragazzi sardi di venti anni, dopo qualche mese passato in missione, un po’ per la patria, molto di più per l’indennità di missione, iniziano a stare male: vomitano, dimagriscono e si indeboliscono. Fanno gli esami del sangue, forse pensando che sia solo un po’ di stress post-missione, ma pochi giorni dopo viene detto loro che quella sarebbe stata l'ultima estate, che non si sarebbero mai sposati, che non avrebbero mai potuto abbracciare il figlio o semplicemente invecchiare come tutti i loro amici.
E' Leucemia: un dramma che diventa tragedia nello scoprire che gli ammalati non sono uno solo o due ma sono tanti, troppi. Per molti compaesani, amici e genitori di soldati sardi ammalati, che non accettano di dover seppellire un figlio, comincia un calvario fatto di diagnosi, di pianti, di urla di rassegnazione e di rabbia.
Più la disoccupazione che lo spirito di patria spinge tanti sardi, così come altri meridionali, ad arruolarsi. L'esercito diventa l'unica strada possibile e praticabile per molti. Essere militare sardo non è soltanto andare in missione, è anche lavorare nelle tante (troppe) basi presenti sull'isola. In Sardegna, come nel resto d' Italia, siamo soggetti a vincoli imposti da trattati segreti, gli stessi che ci obbligano a mandare i nostri militari in Kosovo, in Iraq, in Afghanistan e in qualunque altro posto si abbia interesse economico-militare a metterci le mani.
I contenuti di questi documenti sono conosciuti soltanto dagli alti militari e qualche splendido-splendente funzionario del SISMI. Trattati che, durante la guerra fredda, venivano firmati dal governo italiano ma scritti da altri che, con la scusa di difendere la libertà, ci facevano colonia: disponibilità quasi illimitata del territorio italiano, sottoposizione di vaste aree a servitù militare per costituire basi aeree o dell'esercito, porti per corazzate o appoggio per sommergibili nucleari; imposizione di disponibilità come forza militare e diplomatica pressoché illimitata al piacere e al comodo delle forze alleate.
Immaginando di rileggere quei trattati scritti tra inizi degli anni ‘50 e metà dei ’70, all' interno forse potremmo trovare uno strampalato, ma decisamente azzeccato, resoconto di un qualche funzionario militare della Cia in merito al territorio della Sardegna: ”… L’Italia è una mega portaerei che si affaccia sul mediterraneo, si sporge ad Est e sbircia sul Medio Oriente. All'interno di questa mega portaerei c'è la Sardegna, fa parte della porta aerei ma non ha quel fastidioso problema della gente e delle città: una sorta di ponte libero. Ettari ed ettari non cari, quasi spopolati o comunque abitati da gente, i sardi, tenaci e coriacei ma, come risaputo, incapaci di costituire movimenti collettivi o iniziative comuni. L'isola è povera e per questo facilmente comprabile con qualche centinaia di posti di lavoro nelle basi militari da offrire come mangime a qualche confacente politico nazionale e regionale...” .
Così, nella terra dei nuraghi sono sorte, come funghi, tante basi: Capo Teulada, Salto di Quirra, Santo Stefano, Decimomannu, Capo Frasca, Tempio, Isola di Tavolara. In tutto un territorio di 22 mila ettari chiusi, nei quali l'accesso è concesso solo ai militari per le loro prove, test, addestramenti e simulazioni. Basi militari che, di fatto, non sono più territori sottoposti alla legislazione dei parlamenti regionali e nemmeno di quelli nazionali, in barba alla sovranità del popolo! Oggi come ieri i militari delle nazioni Nato vengono in Sardegna a provare nuovi armamenti, vengono ad insegnare ai propri uomini come si colpisce un carro nemico da 200 metri di distanza, come si bombarda un ponte da un'altura..
L'isola è, suo malgrado, scuola di guerra. Soldati inglesi e polacchi oggi, prima di partire per l'Iraq, fanno le prove di caccia all'iracheno nelle nostre colline, in mezzo al nostro mirto, sul nostro mare.
E noi zitti nelle coscienze perchè magari ci portano qualche busta paga.
Zitti perchè vengono addestrati i nostri stessi militari sardi. Piangiamo quando la malattia se li sta portando via e Zitti… Zitti… diventiamo orgogliosi all'occasione se li si vede in Tv sul fronte di guerra a rischiare di perdere i loro venti anni nel deserto perché ondate di clientelismo scellerato e incompetenze politiche hanno reso la nostra terra povera.
Chiediamoci quanti milanesi ci sono lì al fronte?!
Sull'isola i militari di decine di paesi provano, nelle nostre campagne o sul nostro mare i proiettili ad alta capacità di perforazione fatti di uranio impoverito che useranno poi in battaglia. Non hanno alcun tipo di vincolo, limite o legge da rispettare. Nessuno può fare domande, nessuno può impedire che facciano i loro giochi di guerra senza curarsi se questi possono compromettere la salute e la vita di tante persone. In questo modo, grazie a questa paradossale anarchia-militare, nascono le "sindromi", come quella conosciuta del "Salto di Quirra". 
C'è una parte della popolazione nel Sud-Est dell' isola che si è ammalata di cancro, niente di nuovo o di particolarmente speciale, se non fosse che questa così detta "parte" è una percentuale della popolazione molto più alta della media nazionale e di quella riconosciuta come "normale"dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).
Molti dei cittadini ammalati del paese di Quirra sono persone che hanno avuto a che fare con la base, che hanno lavorato all'interno o ci abitano vicino. Uomini, donne, ragazze, ragazzini, bambini che stanno vivendo lo stesso strazio di quei militari che hanno fatto le missioni. Ex-Jugoslavia come il Salto di Quirra, come l'Iraq? Sardi in missione nella propria terra, sardi in missione in terre straniere.
Uomini che combattono guerre che non riconoscono, che non gli appartengono. Chiamati, infine, ad affrontare la guerra di tutte le guerre senza più indennità di missione o senso della patria che li sostenga, ma solo la convinzione che, forse, se fossero nati a Milano...
venerdì, 24 agosto 2007

È in atto oggi in Albania un aspro dibattito per l'apertura dei file del 1997, relativi a ciò che ha portato alla sommossa popolare, sotto il controllo degli Osservatori Internazionali, quegli stessi personaggi che hanno alimentato quella grande truffa ai danni del popolo albanese. Allora le televisioni e i media internazionali hanno fatto vedere soltanto le conseguenze finali, quelle più evidenti, ma nessuno ha nominato quei politici italiani che erano direttamente coinvolti nella risoluzione della questione albanese, con rapporti molto intensi e in virtù della cooperazione italiana. Tra i personaggi illustri coinvolti vi era anche un importante banchiere Italiano. La questione si complica quando il direttore della Banca Italo-Albanese Roberto Pancani, si suicida in un parco nel Lazio, e contemporaneamente viene trovato il Colonello Mario Ferraro impiccato ad un portasciugamano nella zona dell'Eur, tornato da poco in Italia dall'Albania. Stranamente appena la polizia arrivò sul luogo trovò già dei colleghi, che poi spariranno nel nulla con il suo telefono cellulare. Intorno a questa vicenda vi sono tuttavia dei contorni abbastanza particolari, che si perdono negli intrighi e negli eventi che hanno tormentato i Balcani negli anni '90. Allora l'Albania, uno Stato che usciva dal regime comunista, cadde improvvisamente nel caos e l'Italia, mandò così un primo contingente con la famosa Operazione Pellicano. Fino ad allora, l'Italia ha fatto da padrona in Albania mediante gli uomini delle lobbies più forti, e nonostante la grande presenza, nonché influenza politica dell'Italia, la intelligence e le autorità lì residenti non segnalarono il peggioramento della situazione, sapendo, dunque, che vi era alla base un inganno ai danni del popolo albanese e degli stessi italiani residenti in Albania. 
In particolare l'Ambasciatore Paolo Foresti, continuava a dire che era tutto sotto controllo nonostante vi erano almeno 1000 italiani fermi al porto di Durazzo che volevano lasciare il Paese. Possiamo dire che l'Ambasciatore Paolo Foresti fu il responsabile del fallimento di tutte le piccole e medie imprese italiane residenti in Albania, in quanto non informò in tempo reale che la situazione stava peggiorando. Di fatti la crisi fu gestita malissimo, perché effettivamente non esisteva neanche un compiuto censimento degli italiani: quando la situazione era già divenuta molto critica e sull'orlo della guerra civile, fu detto di lasciare il Paese. Tutte le rappresentanze diplomatiche i giornalisti fuggirono e uno dei pochi che rimase all'Hotel Tirana fu Enzo Nucci, che resto al suo posto per documentare ciò che stava accadendo. L'ordine fu che tutti dovevano essere evacuati, lasciando sole e incustodite le aziende italiane, che furono così saccheggiate completamente: gli azionisti albanesi che detenevano solo una partecipazione del 10%, riuscirono ad ottenere il 90% delle quote in virtù del fatto che durante la rivolta avevano pagato forti tangenti per impedire il saccheggio dell'impresa. A peggiorare l'economia albanese, disastrata dalle bande, vi furono le cdd. finanziarie come la VEFA Holding, Silva, Cenaj, M.Leka, Kamberi, Populli e Sudja che davano titoli con interessi molto elevati dicendo che attingevano le loro risorse da grandi fondi di investimento americani, ma in realtà reciclavano grandi quantitativi di denaro. La loro struttura si riduceva a piccoli uffici o appartamenti sparpagliati in varie zone della città: in seguito alle indagini della polizia albanese, furono ritrovate delle stanze piene di soldi. In particolare, una delle società coinvolte fu la VEFA Holding, che aveva sede a Brindisi, i cui amministratori, Aldo Ghini, Stefano Roncarati, Vehbi Alimucaj, Flavia Petrelli , amministratrice unica della società, e Pietro Pierri, hanno taciuto sulla situazione di crisi albanese. In particolare, Pietro Pierri, ha ricoperto l'incarico di Presidente della ARCI SERVIZI SRL fino al 4 marzo 1996 , ossia la società che gestisce gli affari dei Circoli ARCI, le associazioni "ricreative e culturali" da sempre legate al PCI-PDS. Lo stesso Fondo Monetario ha delle grandi responsabilità in tale questione, ripetendo, 6 mesi prima del fallimento , che i conti delle finanziarie albanesi quadravano perfettamente. Dieci anni dopo un giornalista ha chiesto spiegazioni su quanto affermato dal FMI, ma alle sue domande ricevette come risposta da un suo anziano collega che lui rispondeva per sè e non per altri.
Quella che fu attuata fu una grossissima opera di riciclaggio internazionale, e se l'Occidente aveva serie intenzioni di aiutare l'Albania non doveva permettere queste cose accadessero, sapeva che quello che stava succedendo avrebbe portato sull'orlo della guerra civile e della crisi finanziaria uno Stato. 
Uno dei più grandi paradossi di quegli anni fu la visita di Romano Prodi a Valona nel 1997. Una foto lo ritrae accanto ad un criminale che in Albania sta scontando 101 anni di carcere: dinanzi a questa immagine ci chiediamo come è stato possibile che la sicurezza italiana abbia permesso che un personaggio come Zani Çaushi sia riuscito ad avvicinare l'allora Primo Ministro Romano Prodi. Se le guardie del corpo e lo stesso esercito italiano che era stato inviato in Albania per accompagnare il Primo Ministro, hanno permesso che un criminale si avvicinasse con un fucile in mano a distanza di un metro, allora probabilmente erano sicuri che non costituita certo un pericolo, e che forse era lì presente in veste di attore. Non dimentichiamo inoltre che Zani Çaushi è la prova più lampante della connivenza tra lo Stato albanese e la mafia, essendo il bandito che capeggiò la rivolta di Valona.
È ovvio che è una foto che deve provocare semplicemente demagogia, in quanto è chiaro che quel fucile e scarico e che Zani Çaushi stia lì per fare molto spettacolo. Un altro gesto più popolare ma un meno vistoso per l'Italia è stato lo strano, nonché breve matrimonio tra l'imprenditore kosovaro Bajet Pacolli e Anna Hoxa, che, a sorpresa di tutti, rivendicò la sua origine albanese e cominciò ad accusare in prima persona Slobodan Milosevic, alimentando la propaganda politica grazie alla sua immagine di cantante. Il gesto di Anna Hoxa di Affermare le proprie origini albanesi di Anna Hoxa è stato senz'altro un gesto molto eclatante e scenico, considerando che molti personaggi come Raffaella Carrà, Oscar Luigi Scalfaro, Enrico Cuccia hanno radici albanesi ma viene nascosto in Italia.
In quegli anni di false rivoluzioni è avvenuto qualcosa che è rimasto sepolto nella memoria degli italiani e che si cerca in ogni modo di nascondere, e forse è questo il motivo per cui molte delle personalità coinvolte delle vicende dei Balcani, hanno cercato di troncare ogni rapporto e di negare qualsiasi tipo di collegamenti con questa terra. Quello dei Balcani è uno dei tanti misteri italiani che forse non avrà mai una risposta, insieme a ciò che è accaduto negli anni della tangentopoli italiana . La vera tangentopoli non era a Milano, come il "buon Tonino Di Pietro" aveva scoperto, ma era a Roma, dove la massoneria agiva per spodestare il governo italiano usando come braccio armato la Banda della Magliana. Questo spiega perché i collaboratori dei servizi segreti non furono mai sfiorate dall'inchiesta sui fondi neri che ha terremotato il Sisde, né dalle indagini sugli strani incidenti che stavanno avvenendo, come quella del Magistrato Paolo Adinolfi.
giovedì, 23 agosto 2007
L'Italia oramai è una vecchia barca alla deriva...oramai il governo è alla frutta...cani e porci si permettono di dirci come vivere o quantomeno smaniano dalla voglia di indicarci una strada...abbiamo un Presidente del Consiglio che a ogni "uscita" becca bordate di fischi...ma lui a mò di dittatore di vecchio stampo comunista continua per la sua strada...costretto a subire le forzature dell'estrema sinistra...è un anno dove abbiamo ammirato una città...napoli...sommersa dall'immondezza...dando dell'italia intera un immagine davvero brutta...la protezione civile e lo stato perennemente latitanti e la camorra che sentitamente ringrazia...stiamo assistendo ad omicidi efferati spesso compiuti da extracomunitari che qui entrano come se niente fosse e riescono a fare il bello e il cattivo tempo...assistiamo a omicidi compiuti da italiani che vengono imolati a star da pseudo giornalisti...e poi mai come quest'anno l'italia ha bruciato in varie parti...sia per incendi appiccati da organizzazioni malavitose e sia da giovani che hanno trovato uno svago per vincere la noia...e lo stato assiste impotente...proponendo sanzioni più severe ma solo sulla carta...e poi mai come quest'anno si stanno verificando incidenti dovuti all'alcool e alla droga...ma l'incoscenza questa volta la sta facendo veramente da padrone...
martedì, 21 agosto 2007
Dopo Ritalin e Strattera, via libera anche al Prozac. Nel mondo dei bambini entrano psicofarmaci e antidepressivi
Lo scorso 8 marzo in Italia è stato dato il via libera alla cosiddetta pillola dell’obbedienza (Ritalin e Strattera), da oggi anche il Prozac, icona degli antidepressivi, fa il suo “trionfale” esordio nel mondo dei bambini.
Si tratta di un ok europeo si affretta a precisare l’Aifa. Ma anche in questo caso riesplode la polemica. L’esperienza maturata all’estero, soprattutto nei Paesi anglosassoni e negli Stati Uniti dove questi farmaci sono prescritti ai minori, non è incoraggiante. I primi dubbi sono sollevati proprio sui protocolli diagnostici che fanno discutere anche in Italia e che il ministero della Sanità si è dichiarata disponibile a correggere e migliorare quando ha convocato un tavolo ad hoc (dopo che era giàstato dato l’ok al Ritalin e allo Strattera, però). Ma si possono fare tanti discorsi su questa nuova frontiera della chimica per l’infanzia, a cominciare da quello educativo. Non è un caso che questi farmaci siano stati ribattezzati “farmaci scorciatoia”. La famiglia è cambiata molto e molto in fretta: i bimbi trascorrono sempre meno ore con i genitori e sempre più a scuola con gli insegnanti e col tempo pieno. Il soispetto da rimuovere con l’onestà e la maggior chiarezza possibile è appunto che nella delega in bianco che le famiglie italiane consegnano _ volenti o nolenti _ ad estranei per l’educazione dei propri figli, nomn rientrino anche questo medicine.
Perché se le cose stessero davvero così, sarebbe un crimine. Uno dei crimini di pace di cui parlava Basaglia, uno dei padri _ certo quello più eretico e coraggioso _ della moderna psichiatria italiana
Ma perché la psichiatria si sta interessando così tanto ai bambini?
Secondo i messaggi che lo promuovono il congresso si incentrerà in particolare sull'infanzia e l'adolescenza perché questi rappresentano momenti cruciali per effettuare diagnosi tempestive e trattamenti efficaci, sottolineando quindi la necessità del sostegno istituzionale e finanziario, dato il carattere d'urgenza di eventuali interventi.
Non c’è che dire: una campagna di marketing in grande stile!
Col nuovo anno scolastico alle porte, il congresso sembra fatto apposta per istituzionalizzare gli interventi psichiatrici in ambito scolastico, con lo scopo di "individuare" i bambini a "rischio", etichettandoli e inviandoli alle strutture neuropsichiatriche che li prenderanno in carico. In Italia sono stati recentemente censiti ben 82 centri clinici, per la diagnosi del DDAI (Disturbo del Deficit di Attenzione e Iperattività - ADHD) e autorizzati alla somministrazione di psicofarmaci.
Questo "disturbo" è inserito nel DSM-IV, un manuale che elenca le "malattie" mentali, individuate per alzata di mano dagli psichiatri.
Per le diagnosi vengono utilizzati questionari con domande relative al comportamento del bambino: basta che su 9 domande, 6 siano positive perché il bambino sia etichettato affetto da DDAI, disturbo, per il quale vengono prescritti a bambini psicofarmaci potentissimi, che viene diagnosticato solo sulla base di test a domandine di questo tenore scientifico:
Ha difficoltà a giocare tranquillamente?
Non riesce a stare seduto?
Da seduto giocherella con le mani e i piedi?
Non riesce a stare in silenzio?
Essendo criteri soggettivi, le difficoltà diagnostiche sono numerose, come pure differenti possono essere le valutazioni dei singoli operatori, variando considerevolmente a seconda del contesto geografico-sociale, dell'età e del sesso della popolazione osservata.
Tali "disturbi" comportamentali così come altri "disturbi" psicologici dell'età evolutiva, non sono unanimemente considerati delle malattie. Il dibattito in seno alla comunità scientifica nazionale e internazionale è tuttora aperto, anzi molteplici studi negano la classificazione di questi "disturbi" come "patologie".
Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani denuncia come le valutazioni e diagnosi psichiatriche sono elaborate in modo che qualsiasi bambino, in qualsiasi momento, potrebbe essere etichettato come malato mentale.
La psichiatria, senza solide basi scientifiche, sta medicalizzando il comportamento dei bambini, sostituendosi alla famiglia e agli educatori, impedendo di risolvere i reali problemi con false diagnosi e trattamenti estremamente pericolosi, sia dal punto di vista fisico che mentale, per il futuro del bambino.
Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani raccomanda di informarsi attentamente, di non accettare facili diagnosi psichiatriche sia per se stessi che per i propri figli, ma richiedere accurate analisi mediche.
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